Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for agosto 2010

Manuel Herrera

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Faccia scavata e rugosa da campesino che ha vissuto dalla nascita nell’atmosfera rarefatta che si trova sopra quota duemila. Magro, meticcio, soprattutto buono. Così, almeno, dice di essere.
Sta contando dei soldi, Manuel Herrera, cinquecento pesos messi nelle sue mani da una troupe televisiva giunta fino a La Higuera a dorso di mulo, soldi che sono serviti per comprare il suo frastuono poco gioioso.
Dice di non interessarsi di politica, di non essere comunista né fascista, di essere un liberale e di non parteggiare né per i guerriglieri né per l’esercito. Dice che tutti sapevano che el Che era da quelle parti in quel periodo e che forse sua sorella o forse sua cognata o forse suo cognato… sì, sì, forse proprio mio cognato, chissà…
Sono tanti, i forse, con cui far di conto.
Dice anche che uno stufato non si nega a nessuno, che lui non guarda il colore della divisa che indossa chi bussa alla sua porta e che gli offre da mangiare e da bere nonché il suo silenzio e nient’altro. Però aggiunge che i militari dell’esercito lo spaventano, lo angosciano, fino a farlo restare sgomento…

Tempo prima, parecchio tempo prima, altri cinquecento pesos erano finiti nelle sue mani. Lui li aveva contati anche allora con attenzione e premura proprio come si vede nella foto, ma senza cortesia. Quei cinquecento pesos erano scivolati dalle mani di Ernesto Guevara alle sue, ed erano soldi che non servivano per comprare la sua adesione alla guerriglia bensì il suo silenzio o la sua amnesia.

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Written by Ezio

27 agosto 2010 at 14:54

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Da dietro la scrivania

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Alvan Fuller non è l’uomo più ricco d’America, ma è sufficientemente ricco da essere diventato governatore del Massachusetts. Vendeva auto Packard, prima, e vendendole ha messo da parte un gruzzoletto di circa quaranta milioni di dollari coi quali ha iniziato la scalata politica. È minuto, assetato di potere, e la grande scrivania di legno dietro la quale sembra scomparire quando si siede sulla sedia, ogni dì, gli ricorda che il potere può essere assai più grande di ciò di cui si ha bisogno. Gli elettori dicono che, in fondo, sia un ottimo governatore nonché un buon uomo.
È assai intelligente e percepisce immediatamente che il clamore del popolo andrà via via affievolendosi perché i giudici sono stati corretti così come corretto è stato tutto il processo: e i testimoni e le prove. In più, da buon patriota, è anche convinto che la morte sia la giusta punizione per tutti gli anarchici e i comunisti e per tutti gli schifosi stranieri che insudiciano camminandoci sopra il suolo americano.

Le vite di Sacco e Vanzetti si cullano ora tra i palmi delle mani di questo piccolo ex commerciante. Le stringe dolcemente, quasi una carezza. Sì? No?
Il mattino dopo si sveglia, si siede dietro la grande scrivania e dice: “Oggi è una splendida giornata!”

Written by Ezio

24 agosto 2010 at 11:48

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Formalmente liberi

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Questo è un paese (anzi, forse, è un mondo) di schiavi legalizzati e formalmente liberi. Lavorano, producono, muoiono e quando incrociano gli occhi non si salutano nemmeno. C’è troppa paura… e poi non c’è tempo…  I ribelli no, non ci sono più: le leggi speciali hanno messo fine alla rivolta e li hanno annientati. Caldo, fatica e sudore: le persone marciscono nei cantieri e nel calore delle poche fabbriche rimaste e poi raccolgono la spesa al fresco del supermercato, mentre gli allievi di Cossiga, litigando, fraternizzano e continuano a seppellire vivi nelle patrie galere i pochi che hanno l’ardire di incrociare le braccia e – magari – salutarsi. Chi è formalmente libero ci faccia un salto, ai solenni funerali del presidente emerito.

Written by Ezio

17 agosto 2010 at 17:59

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Sessantacinque

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Otto anni dopo il misfatto il senatore McCarthy ebbe a dire di lui: “È il principale compagno di strada del comunismo!” Otto anni prima di questa frase Einstein si era sentito l’ideatore, il finanziatore, il costruttore, e poi – finanche – colui che aveva schiacciato quel maledetto bottone. Forse, addirittura, colui che aveva pilotato l’Enola Gay. La storia ci dice che non è stato lui a costruire la bomba (Segrè, fino a pochi giorni dalla propria morte, parlò di pacificazione avvenuta grazie all’abnegazione e  all’impegno suo, di Fermi e di Oppenheimer. E giurò di non essere pentito e – anzi – di aver salvato il mondo da una guerra infinita.) però la bomba difficilmente sarebbe stata costruita senza l’impegno, l’ingegno e le scoperte in ambito fisico da parte del buon Albert.

Einstein sogna ora di essere un altro, di essere da sempre un altro. Sogna di essersi dedicato fin dalla nascita all’oscuro e inoffensivo mestiere del parrucchiere o del calzolaio; sogna di essersi dedicato per tutta la vita alle pianticelle dell’orto o agli studi sul comportamento delle api. Sogna di essersi dedicato a tutto tranne che estirpare i segreti della natura che poi altri hanno usato per distruggerla e per distruggere la vita.
Anni prima, poco dopo la pubblicazione della relatività generale, Howard Georgi così lo descrisse: “Scarmigliato, malinconico ed etereo, sembra sempre in procinto di sprofondare sotto l’enorme peso del proprio sapere.”

Sapeva, Einstein. E oltre a sapere credeva. Credeva in una scienza in grado di rivelare la simmetria l’eleganza e la bellezza del mondo e dell’universo e in grado di essere al servizio dell’uomo anziché del potere.
Ora, dopo il 6 agosto, il più celebre degli scienziati mostra gli occhi più tristi e malinconici del mondo.

Written by Ezio

6 agosto 2010 at 16:27

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Così comincia

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E chissà che prima o poi non mi passi per la testa di mettercelo tutto, questa sorta di libro, su questo blog, così come ha fatto a suo tempo Sergio Falcone nel suo splendido “Nutopia”.

Da qualsiasi angolazione…

Da qualsiasi angolazione lo si prenda, il presente è senza uscita. Esso non ha più nemmeno la minore, tra le sue virtù. A coloro che vorrebbero assolutamente sperare, esso toglie ogni appiglio. Coloro che pretendono di avere delle soluzioni, sono smentiti nell’arco di un’ora. È cosa risaputa che tutto non può che andare che di male in peggio. «Il futuro non ha più un avvenire», questa è la consapevolezza di un’epoca che è arrivata, sotto tutte le sue arie di estrema normalità, al livello di coscienza del primo movimento punk. La sfera della rappresentazione politica si chiude. Da sinistra a destra è lo stesso nulla, che qui prende le sembianze di un cane da guardia, lì assume un’aria innocente, utilizzando gli stessi specchietti per le allodole che cambiano forma del discorso in base alle ultime rilevazioni dei sondaggi. Quelli che votano ancora, danno l’impressione di non avere più altro obiettivo che non sia far saltare le urne a forza di votare, per pura protesta. Si comincia a pensare che sia proprio contro lo stesso voto che si continua a votare. Nessuna delle alternative che vengono presentate è, nemmeno lontanamente, all’altezza della situazione. Anche nel suo silenzio, la popolazione sembra infinitamente più matura di tutte le marionette che litigano per governarla. Qualsiasi vecchio immigrato maghrebino di Belleville è più saggio in ognuna delle sue frasi, di uno qualsiasi tra i nostri sedicenti dirigenti con tutte le sue dichiarazioni. Il coperchio della pentola sociale si chiude a tripla mandata, mentre nel frattempo la pressione non smette di aumentare.

(L’Insurrezione che viene)

Written by Ezio

5 agosto 2010 at 21:56

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Riflessi

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È mezzogiorno e James Baldwin sta camminando con un amico per le vie dei quartieri di Manhattan. Il semaforo rosso li ferma ad un incrocio.

Guarda – gli dice l’amico indicando per terra.

Baldwin guarda. Non vede niente

Guarda, guarda.

Niente. Lì non c’è niente da guardare, niente da vedere. Una sudicia pozzanghera d’acqua contro il marciapiede e nient’altro. Ma l’amico insiste:

Non vedi? Riesci a vedere?

E allora Baldwin fissa lo sguardo e vede. Vede una macchia d’olio tremolante nella pozzanghera. Poi nella macchia d’olio vede l’arcobaleno. E più all’interno, dentro la pozzanghera passa la strada, e la gente passa per la strada, i naufraghi e i pazzi e i maghi, passa il mondo intero, meraviglioso mondo pieno di mondi che nel mondo sfolgorano; e così, grazie ad un amico, Baldwin vede, per la prima volta in vita sua, vede.

Imparando a vedere
(E. Galeano)

Written by Ezio

4 agosto 2010 at 21:01

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Saltato il fosso

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L’indio ha la barba, la faccia, il colore del corpo, che non emanano puzzo d’indio. Il cranio no, non ce l’ha più, è stato fracassato da una fucilata. Giace ricurvo, vestito solo di anelli d’oro che trapassano il naso e le labbra, e di tatuaggi e sangue rappreso. Due vite per essere predato.
La prima vissuta da marinaio, tra la pesca e l’orizzonte, la fame e il sale, finendo poi tra le fila dei conquistatori fin quando una nave lo naufragò sulle coste dello Yucatàn. La seconda tra i selvaggi, fino a diventarne cacique (ciò che oggi chiamano probiviri ), fino a sposare una donna di nascita maya e avere da lei tre figli. Nessun indio pensò che fosse un animale buono  da mangiare o buono nel dar loro aiuto, neppure all’inizio, quando lo raccolsero moribondo.
Quando Cortés lo mandò a cercare il cercatore si presentò con perline colorate e conchiglie dal valore inestimabile, denaro da dare alla sua nuova comunità in cambio del suo ritorno fra i civili. Da qui a poco – disse – ci sarà guerra.

“No, resto qui ma le perline sono bellissime! Dalle a me che le darò ai miei figli, così che abbiano un ricordo dei miei fratelli dell’altra terra.”

Gonzalo Guerrero è morto in battaglia, ed è stato il primo dei conquistatori ad essere conquistato.

Written by Ezio

3 agosto 2010 at 18:07

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Alfonsina Storni

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La donna non ha niente di umano: è viscida, lasciva, strisciante, istintiva come gli animali e, a parte figliare per il maschio e produrre piacere per il maschio, non ha altri ruoli nella società. Ad Alfonsina queste parole sono rimaste scolpite nel cuore e tra le sinapsi, creando di fatto una voragine tra il suo essere donna e il suo essere femmina, tra la sua ragione e il suo istinto.
Non pensare, cerca solo di produrre latte e lacrime.
Non godere, dona la tua vagina per il piacere del maschio e le tue ovaie per figliare e poi ancora figliare.
Non vivere, guarda e annusa la vita da dietro le finestre socchiuse.
Così gli dicono da sempre e così è stata cresciuta, e per questo ha iniziato a scrivere poesie, perché non ha mai creduto a tutte le puttanate che gli hanno insegnato.
Un giorno se ne andò dal suo paesino di provincia per raggiungere la grande città, con addosso un paio di scarpe dalla suola bucata e, a vestire il corpo, il ventre gonfio da un figlio senza padre legittimo. Mangiava di lavori impossibili e rubava telegrammi per scriverci tristezze e gioie, ripulendo le parole lettera per lettera, sillaba per sillaba, per tutta la notte che segue il giorno e per tutto il giorno che segue la notte, baciando poi quelle parole che sognavano di sogni, di vita, d’amore, di gioie e viaggi sul mare infinito e poi su, più su ancora, fino a sentire il silenzio più assoluto: l’estasi, il respiro delle montagne.

Sono passati venticinque anni da quella fuga: ha fatto tutti i mestieri possibili, ha dato testate, ha sgomitato, ha atterrato e attraversato uomini assai più grossi di lei per restare ciò che è sempre stata e, in qualche foto, appare addirittura assieme agli scrittori più famosi dell’Argentina degli anni ’30.
Un cancro impostore in pieno fermento, sfuggente, subdolo, infido, ora le sta divorando lentamente le membra. Alfonsina Storni, figlia di un’altra terra e di un altro tempo, poeta e cantore, continua a scrivere poesie che sudano di sogni e d’amore, mentre imbocca guardando con occhi non ancora  sazi il viale del tramonto.

Written by Ezio

2 agosto 2010 at 22:19

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Preferisco Hancock

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Quando Superman si affaccia al balcone della celebrità si è nell’anno 1939: Action Comics, così, celebra il suo supereroe.
Più forte di un Ercole più forzuto di Maciste e di un Maciste più forzuto di Ercole, capace di volare alla velocità della luce senza subire le conseguenze dell’aumento di massa, più buono di Gandhi, capace di fondere l’acciaio con uno sguardo e di attraversare le montagne, lo spazio, il tempo, gli universi paralleli e finanche l’aria. È massa ed energia al contempo, più indistruttibile persino di una Panda costruita direttamente dalle mani di Marchionne.
Superman nasce ed è già vigilie: ha studiato e sposato il divino e il fordismo ed è l’unico poliziotto infallibile in grado di ristabilire l’ordine costituito laddove sia venuto a mancare. È una galera mentale, un povero idiota nella vita di tutti i giorni capace di trasformarsi repentinamente nel più feroce difensore del mercato e del capitalismo.

Preferisco Hancock, l’inizio di Hancock. Per quanto sia brutto il film mi stuzzica l’idea di un supereroe che ha come unica regola quella di farsi i fatti suoi e di essere lasciato in pace con la sua bottiglia.

Written by Ezio

1 agosto 2010 at 23:11

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