Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for maggio 2009

Incontri ai tributi

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FactoryLa settimana di fuoco è quella d’occuparsi della tinteggiatura esterna della propria casa: niente pagine di libri più o meno polverosi, poca (o poco?) internet e una immane fatica quasi dimenticata. Ho cura delle mie cose, e considero mie cose solo ciò di cui ho cura, nient’altro. Così di occuparmi dell’anarchico Amico (con la A maiuscola, dicono… ) dell’anarchico-poeta-cantautore-genovese che fu non ne ho manco punta voglia, e di fatto due parole due sul villaggiopensiero e la deriva leghista (ma quanti sono i villaggi leghisti, dotati di pensiero e non?) non mi va proprio di sprecarle.

Stanco o meno dalla messa in ordine delle mie cose, ieri, ho comunque passato parecchie ore ad un fottuto concerto svoltosi all’aperto, in quella che una volta si chiamava Factory occupata e che ora è diventata completamente inagibile a causa del crollo del tetto dovuto al terremoto: pare sia stato l’unico edificio romano ad aver subito danni… Invitato da un amico, ci sono andato per salutare un po’ di persone che non vedevo da tempo, per conoscerne qualcuna nuova, e per avere tra le mani il disco di Massimiliano D’Ambrosio, anche questo uscito da tempo, e tra un abbraccio e un saluto mi sono accorto che qualcuno ha provato a (ri)cantare canzoni che proprio non vogliono lasciarsi ricantare. Poco male… e anche poca gente, magari a causa della concomitante manifestazione che s’è svolta a Roma. Un incontro piacevole e interessante c’è stato, e così sono rimasto fino a notte inoltrata. Gianluca Giura l’avevo incontrato ad altri concerti ma non avevamo mai scambiato due parole due, e non sapevo che fosse voce di un gruppo reggae né, ovviamente, che cantasse dal lontano ’96; a causa (anche) di un lungo ritardo nella scaletta stavolta ho avuto modo di fare una lunga chiacchierata con lui, e di apprezzare la persona ancor prima della voce. È stato, ieri sera, voce dei Verbamanent per quattro canzoni, ovviamente di De André, ma io, dopo aver scoperto il suo myspace, lo preferisco di gran lunga coi suoi smileJamaica e il suo reggae.
Non solo per questo, ma anche per questo, è stata una lunga e bella giornata.

Written by Ezio

31 maggio 2009 at 18:38

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Il ducino

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Anche Stallman, parlando di software libero, pare abbia capito dove vogliano arrivare il Sarkozy e il ducino e D’Alia.
Eppure la soluzione è di una semplicità disarmante: via la proprietà, il copyright, il profitto…

Written by Ezio

22 maggio 2009 at 21:21

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Cose che si raccontano a cena

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argentina_1978Metti una sera a cena, una cena non antica ma che comunque risale ad oltre un anno fa, a casa di un amico con tanti anni più dei miei, con un cognome veneto ma nato da tutt’altra parte del mondo: lui, sua moglie, suo genero, più “vecchio” di me di cinque anni. Zuppa alle verdure per tutti ma non per me che le verdure le mangio solo crude, riso al pesto per tutti ma penne al pesto per me che non mangio il riso, petti di pollo, tanti, e vino rosso, ancora tanto ma non troppo, ché il vino non è mai troppo. Storie, come quelle che si raccontano durante una cena, nient’altro. Non c’era un fuoco acceso, e neanche il televisore lo era.

Nel 1978 avevo diciassette anni e si andava concludendo un decennio di lotta che non avevo compreso appieno: qualche manifestazione di nascosto dai genitori, preso tra amici della figc e da altri di lotta continua, uno dei quali (un vero idiota) fece lo scherzo di mettere in una cabina telefonica situata davanti alla scuola un foglietto firmato dalle br che prometteva attentati dentro e fuori la scuola stessa, con l’idea evidente di qualche giorno di vacanza in più. Ci fu, in effetti, qualche giorno di vacanza, ma ci furono anche i carabinieri dentro la scuola. Il ricordo più vivido di quell’anno è una stanza d’ospedale dove una mattina mi recai a trovare una ragazza che, dopo sei anni, ebbe la sventura di diventare mia moglie. Ricordo che la feci ridere così tanto da farle quasi strappare i punti di sutura dopo un’operazione. L’idea libertaria cominciava a covare nella mia testa, ma la forma precisa la prese tre anni dopo. Era giugno e c’erano i mondiali di calcio in un paese lontano: mondiali di candeggina, li ribattezzai anni dopo. Bearzot portò una ventata di novità, da Cabrini a Rossi, ma il mio cuore calcistico è sempre stato per l’Olanda, squadra per la quale, ancora oggi, non riesco a non tifare perché la ritengo l’unica che per un certo periodo sia riuscita a giocare il calcio anziché al calcio. Johan Cruyff non partecipò per infortunio, scrissero i giornali, così come alcuni calciatori dell’Argentina. Balle, si rifiutarono di partecipare ad un mondiale di calcio giocato in un paese dove la dittatura militare di Videla fucilava i dissidenti lungo le strade e ne buttava altri dal portello degli aerei al largo dell’Oceano Atlantico.

Il genero del mio amico ha gli occhi lucidi, li ha da quando lo conosco e non sono mai riuscito a spiegarmi il perché: parla pochissimo, anche se in italiano si esprime più che bene. Ascolta per ore i discorsi degli altri senza proferire parola, a volte sembra disadattato, distratto, ma di fatto non lo è. Quella sera s’è cominciato a parlare di politica, della situazione che s’è vissuta in Argentina dal settantasei all’ottantadue, di come i mondiali di calcio furono una sorta di lenzuolo candido da sbattere sul grugno del mondo intero e di come l’Argentina li avesse vinti. L’importanza che Videla diede a quei mondiali fu così forte che, scrissero i giornali, le esecuzioni e le torture venivano sospese durante le partite.

Lui ha gli occhi che mi sembrano più lucidi del solito, e continua a bere e fumare e comincia a parlare, a raccontare quel periodo e quei momenti. E racconta che le urla che provenivano da dentro gli stadi coprivano il rumore delle esecuzioni, che nessuno aveva sospeso, neanche durante la finale, e racconta solo ciò che lì i suoi occhi hanno visto e le sue orecchie hanno sentito. E racconta per più di un’ora, tra il silenzio degli altri.

Il dolore fisico ora non c’è più, resta solo una sorta di angoscia che dev’essersi insinuata, insieme ad altro, fin dentro il midollo, e uno sgomento e delle lacrime mal celate che in quel momento – ho pensato – solo l’enorme quantità di rosso ingurgitato potevano aver causato.
Mi sbagliavo di molto, ma l’ho saputo solo qualche settimana dopo, come ho saputo dell’assoluta innocenza del vino, quella sera.

Written by Ezio

16 maggio 2009 at 19:02

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La decade messicana

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Decade Verso la fine del 1912 le forze della reazione messicana decisero che era arrivato il momento di Liberarsi di Madero, per tornare ai vecchi sistemi porfiristi. La destra messicana era alla ricerca di un uomo forte del tutto nuovo e pensò di averlo trovato nel generale Felix Diaz. Già, proprio il nipote del vecchio dittatore che Madero aveva lasciato in libertà, in un impeto di generosità, a Veracruz. La sommossa dei neo-porfiristi scoppiò il 16 ottobre, ma venne rapidamente sconfitta dalle truppe fedeli a Madero. L’umanitarismo però, ebbe ancora una volta il sopravvento, e Felix Diaz venne risparmiato assieme ai suoi accoliti reazionari, da Reyes a Zarate  a Orgaz. Da quel momento iniziò una feroce campagna di stampa contro Madero, alimentata dai proprietari di miniere e dai grandi proprietari terrieri che la prima fase della rivoluzione aveva avuto la debolezza di non espropriare e non cacciare dal paese. Dietro le quinte, a finanziare la campagna di stampa, c’era probabilmente l’ambasciatore degli Stati Uniti in Messico, Herry Wilson, legato agli interessi delle compagnie petrolifere americane che temevano la nazionalizzazione dei loro impianti; nonché reazionario lui stesso. I giornali di Città Del Messico incitavano apertamente alla rivolta contro un presidente troppo democratico, a tal punto che il governo dovette sequestrare per un certo periodo numerosi quotidiani. Era il dicembre del 1912. Come accade ancora oggi gruppi armati di estrema destra si andavano organizzando alla luce del sole. Madero, maledettamente troppo umanitario, non faceva nulla per reagire alla tempesta in arrivo. Debole, incerto, circondato da spie e delatori, si preoccupava solo della minaccia che arrivava da sinistra: Zapata e Orozco che non avevano deposto le armi alla fine della prima rivoluzione. Così, nel febbraio del 1913, gli appelli all’insurrezione antidemocratica sfociarono nell’azione armata. Un oscuro generale della guarnigione della capitale fu il primo a muoversi (c’è da dire che si era nel tempo in cui ci si alzava la mattina come soldato semplice, alle 12 si era minimo già sergente e spesso alle 21 si indossavano i gradi di generale. A mezzanotte, spesso, si tornava soldato semplice o si veniva fucilati!), a nome Mondragòn, alla testa di duemila persone andò a rimettere in libertà Felix Diaz e Reyes e poi partirono all’attacco del Palazzo Nazionale. Ovviamente la guardia reagì e, nel breve scontro, Reyes perse la vita e Felix Diaz si andò a rinchiudere nel forte La Ciudadela. Madero, sorpreso da questi avvenimenti, chiamò in aiuto i cadetti della scuola militare e affidò il comando nientemeno che a Victoriano Huerta, colui che di lì a poco andrà ad instaurare un regime più perfido e violento di quello instaurato Da Porfirio Diaz. Infatti Huerta era un generale che funzionava bene nel reprimere le rivolte dei contadini, ma covava l’idea del tradimento già da un po’ di tempo, d’accordo con la destra reazionaria. Cominciò così una lunga battaglia sulle strade, coi cannoni che sparavano nelle piazze di Città Del Messico. Una lunga decade di sangue. Madero, di fatto, era condannato. Ci sono documenti che chiariscono come Huerta, il fido, aveva già preso contatto con l’ambasciatore americano e coi capi ribelli. Il 17 febbraio si presentò a Madero nel Palazzo Nazionale e gli annunciò col sorriso sulle labbra che l’indomani tutto sarebbe finito. Madero e il suo vice, Suarez, si ritirano nelle loro stanze, tranquilli e ottimisti. Nel corso della notte Huerta fece il suo colpo: all’alba arrestò personalmente sia Madero che Suarez e si autoproclamò nuovo presidente della repubblica, anche se a titolo provvisorio. Ovviamente l’ambasciatore Wilson riconobbe immediatamente la nuova carica, e l’apostolo (così i democratici messicani chiamavano Madero) fu incatenato e buttato negli scantinati del palazzo. La rivolta fece nella capitale oltre duemila morti e oltre seimila feriti. La città era semidistrutta e gli stessi maderisti erano ormai troppo stanchi per la lotta. Huerta, falso come tutti i dittatori, assicura che il suo predecessore sarà lasciato libero di andarsene verso il nord. La controrivoluzione di Huerta assicura al Messico qualche momento di tranquillità, anche se la resistenza dei moti rivoluzionari non potrà che rafforzarsi, soprattutto da parte degli zapatisti. Victoriano, dal canto suo, mette subito felix Diaz contro Mondragòn, e così facendo li neutralizza entrambi, restando di fatto padrone assoluto.

Con la sua assunzione al potere e con la personalità che si ritrova Huerta porterà il Messico sull’orlo del baratro, egli infatti è solo un soldato (soldataccio) di ventura, bruto nonché alcolizzato. Anche lui indio nel senso di mezzosangue, crudele e con pochissima considerazione della vita degli altri. Scrisse un osservatore statunitense: “Il popolo Messicano è appassionato, ostinato, misterioso e indisciplinato, bisognoso perciò del pugno di ferro di un tiranno.”
In effetti il pugno di ferro sarà terribile.

Nella foto:
Durante la decade, il Palazzo Nazionale difeso dai fedeli di Madero.

Written by Ezio

14 maggio 2009 at 19:40

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Giuda

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Sotto la croce di Gesù c’era molta più gente che sotto le altre… ed io mi chiedevo perché la Sacra Famiglia non potesse fare una visitina anche agli altri crocifissi. Dai ladroni non c’era mai nessun parente, e quando si va in ospedale si scambiano sempre due parole con gli ammalati che non ricevono visite. Anche a Giuseppe, pensavo, non badava nessuno; c’erano sempre in mezzo quei prepotenti dei Magi che non gli lasciavano neanche tenere in braccio il bambino. Per non parlare di Giuda. Ho sempre avuto un’inconfessata simpatia per Giuda, in primo luogo perché senza di lui il cristianesimo non sarebbe mai decollato, e poi, se si considera che uno dei princìpi fondamentali del cristianesimo è il perdono dei peccati, allora Giuda dovrebbe essere in testa alla classifica dei peccatori da perdonare. Giuda è la prova del fuoco del cristianesimo, è la maglietta macchiata di olio e ketchup che, lavata nel sangue dell’agnello, dovrebbe venire più bianca del bianco. Giuda, di solito, viene raffigurato come il cattivo da manuale: capelli rossi, orecchie a punta e un infido gatto sotto la sedia. Insomma, anche un bambino può pensare che Gesù doveva essere un po’ avventato se ha scelto proprio lui come apostolo…

Alan Bennett
Una visita guidata
Adelphi
5,50 euro (o neuri)

Written by Ezio

12 maggio 2009 at 22:59

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Eseguire e vergognarsi

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Esistere o vivere? Si parla di “ordine più infame che abbia mai eseguito”, come se l’ordine in sé non fosse una delega già infamante per proprio conto. Si dice “me ne vergogno”, come se la vergogna non consistesse di per sé nella cieca obbedienza. Cose da non raccontare ai figli ma da raccontare ai giornali, nascosti dall’anonimato, per la paura di perdere i privilegi acquisiti sulla pelle di tante povere bestie da macello. Manipolati e ridotti al ruolo di cani da guardia. Io ho smesso da tempo di chiedermi cosa resti di un uomo sotto la divisa, e che sia da prete da guardia o da soldato poco conta, ma quando leggo confessioni come queste ho come la sensazione di fare un salto in un baratro da cui non si vede il fondo.

E non ho più parole e cito Burke, ché qui si sta soffrendo d’una malattia mortale e noi incerottiamo il dito ferito, perché la concentrazione di potere è coerente coi monopolisti della violenza ed è più letale delle guerre civili. I governi ammazzano i popoli assoggettati in modo freddo e pianificato. E scrivere di teoria di democidio con la lega al governo non mi pare affatto avventato.

Written by Ezio

9 maggio 2009 at 22:26

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Canto cherokee

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IndianiNon ci sono

suoni cherokee

per dirsi addio

porta i piedi

tra grida

di cerva

nella valle

del bufalo

torna

(Orso che corre)

Written by Ezio

8 maggio 2009 at 23:13

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L’esercito dei sombreri bianchi

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Emiliano ZapataSe ancora oggi esiste (e resiste) in Messico un esercito di liberazione nazionale che porta il suo nome, si può dire che di tutte le zampe impresse sulla storia dai protagonisti della rivoluzione messicana quella di Zapata abbia lasciato l’impronta più profonda. Il condottiero del sud, anche lui meticcio come gran parte dei messicani che discendono da un miscuglio di sangue e DNA tra aztechi e spagnoli. Il conquistador, infatti, non era razzista, e nella sostanza non vedeva difficoltà ad intrecciare rapporti con le donne del luogo, tanto che il primo esempio lo aveva dato proprio Cortès intrecciando un rapporto amoroso con quella che in Messico fu una sorta di leggenda: Malinche, di sangue azteco. Lo scambio era ovviamente non su un piano paritario bensì coatto, nel senso di padrone e schiava o, per meglio dire, colonizzatore e colonizzata. Zapata nacque ad Ananecuilco, nel 1877, terzogenito di una famiglia di mezzosangue indio proprietaria di un fazzoletto di terra e un piccolo rancho lungo le sponde del Rio Ayala. Nel confronto con gli altri abitanti del villaggio gli Zapata non potevano dirsi dei veri e propri peones, infatti la loro, per quanto esigua, era una proprietà a tutti gli effetti, scampata non si sa come alle confische di Diaz. Il piccolo Emiliano (piccolo anche nel confronto fisico con Villa) ebbe la possibilità di frequentare per due anni le scuole elementari, e a differenza di Pancho imparò a leggere e scrivere in tenera età. Imparò dal fratello maggiore, Eufemio, un vero gigante rispetto a lui nonché donnaiolo incallito, a cavalcare e lanciare il lazo, nonché a sparare. Imparò in fretta, anche, che le terre più fertili e i campi migliori non erano dei contadini, e che le alte canne da zucchero erano difese da recinti e vigilate dai rurales: schifose guardie campestri assoldate dai grandi proprietari degli zuccherifici. Ciò che non riuscì a leggere nei due anni di scuola glielo insegnò la vita. Guardava con i piccoli occhi neri le frustate con cui venivano puniti i peon, e poi la fame spaventosa degli indios senza terra. Si mosse prima ancora che Madero lanciasse il suo appello alla rivoluzione. Era una persona taciturna, introversa, si esprimeva più con adagi che con discorsi lunghi ed aveva il culto dell’onestà. Capiva però che la storia del Messico non sarebbe cambiata se qualcuno non avesse preso per tempo l’iniziativa. E lui la prese. A ventotto anni guidò una delegazione di (ben) tre pueblos a Chapultepec, per mettere nelle mani di Diaz una petizione scritta in cui lamentava delle terre confiscate, a nome di tutti. Porfirio Diaz accoglie la delegazione di questi contadini fieri rispettosi e vestiti a festa, poveri ma con gli speroni in argento, in prima persona, e promette che giustizia verrà fatta purché si pazienti e si tracci una precisa mappa delle proprietà. Emiliano rientra e mobilita il villaggio; tutti a cavallo, sui campi, documenti alla mano, per fare un censimento e verificare le pietre di confine. Tutti si accodano (le promesse sono promesse… ): uomini, donne e persino bambini, con al seguito pure la banda musicale. Ma le feste in processione, si sa, richiamano spesso col loro rumore e calore attenzioni indesiderate. I rurales puntano verso quella sorta di corteo una mitragliatrice, ma (si dice che…. E qui leggenda e storia si mescolano) prima che l’arma cominci a sparare Zapata galoppi verso le guardie e col lazo gliela strappi via, scomparendo tra la polvere degli zoccoli e inseguito da qualche vana fucilata. Dopo di ciò fila a nascondersi nella Sierra Puebla e ci rimane per più di un anno, finché l’intervento di un aristocratico gli procura il perdono (siamo nel 1906) dell’autorità. Nei restanti quattro anni Zapata vive l’esperienza del cospiratore: di giorno lavora come contadino e di notte riunisce i compagni alla luce della luna e organizza un movimento clandestino in opposizione alla dittatura. La polizia (che di mestiere fa la pulizia) lo ha ormai schedato ma non immagina minimamente che durante le pittoresche feste paesane Emiliano tiene i contatti con altri gruppi rivoluzionari, passa le parole d’ordine, decide gli orari e i luoghi delle riunioni. Il motto che passa sottovoce, nel sud del Messico, è quello di Zapata: Tierra y libertad! Fu durante una di queste riunioni che i companeros gli portarono l’annuncio che i maderisti stavano preparandosi ad una insurrezione generale ma che molti di essi venivano scoperti di volta in volta e, appena presi, venivano portati davanti al plotone d’esecuzione. Zapata non dice una parola: ascolta. Morelos è troppo lontano dalle bande di Orozco e Villa, le forze in campo sono quel che sono, le uniche azioni che si possono compiere sono quelle di colpire dove il nemico è meno forte: presidi, piccole caserme, stazioni postali. Colpire e fuggire per colpire ancora in luoghi lontani. L’11 febbraio del del 1911 Zapata con una settantina di uomini assalta la città di Ayala; sono armati di machetes, qualche colt e una decina di carabine. È la prima vera battaglia, è la prima vera vittoria. Dopo appena un mese i guerriglieri che seguono Zapata sono più di settecento, armati coi mauser sottratti ai federali e in sella ai più bei cavalli del Messico. Eufemio è il cuore dell’esercito dei sombreri bianchi, Emiliano ne è la mente. Una mente lucida e geniale ma dominata da una sola idea: la terra ai contadini.

Zapata era completamente convinto che il Messico fosse ricco, ma per lui la ricchezza era sola la terra, nient’altro. Nei suoi pensieri non esisteva altro che la figura del peon, il quale altro non era che l’uomo della terra privato della terra, privato percui anche della possibilità di misurarsi con gli elementi. Privato di essere, privato di avere.

Written by Ezio

7 maggio 2009 at 23:33

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Tributi e ricordi

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Non amo i tributi, o, almeno, ho smesso di amarli da tempo. Sarà perché ho assistito a troppi tributi o ricordi di Fabrizio De André oppure per il fatto che questi spesso negano l’essenza del personaggio che si va a tributare. Nonostante ciò, ieri sera, mi sono recato al Nuovo Teatro Colosseo per assistere a quello che doveva essere un tributo a Sbancor, ad un anno dalla sua morte. Sarà per una forma di pudore e rispetto per ciò che ha scritto (ché io non l’ho mai conosciuto di persona) ma di scrivere il suo nome e cognome per intero non ne ho punta voglia, perché se uno sceglie uno pseudonimo e con quello si fa conoscere con quello si deve accettare di far conto. Pare che suo fratello abbia scoperto la doppia personalità-identità solo dopo la sua morte, ed abbia faticato non poco per (ri)mettere insieme i fili rigorosamente rossi (e qui un po’ mi stupisco, io ricordo uno Sbancor rigorosamente anarchico). Certo, chi ricorda la firma dei primi articoli di quella penna italiana la cui faccia oggi somiglia un po’ a babbo natale e un po’ ad un Einstein coi capelli ben pettinati potrà anche capire il perché dello pseudonimo… Lo spettacolo è stato proprio… uno spettacolo, nel senso di un musical che è iniziato con parole prese in prestito da “American Nightmare” e con un tango e la rivoluzione spagnola ed è finito con e sulle note di Kalashnikov (o Kalasnjikov), di Goran Bregovic, passando per tutto il resto della storia economica e bellica dell’occidente. Tante cose mi sono sfuggite, più per mia ignoranza che per demeriti teatrali, però la serata è filata via liscia ed alla fine m’è rimasta in testa l’idea che Weber sia assolutamente in errore riguardo al fatto che gli esperti comprendano sempre di più su sempre di meno, fino al punto da comprendere tutto di nulla.

Written by Ezio

5 maggio 2009 at 22:04

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La ragnatela

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italiani-in-afghanistanNiente caramelle, stavolta, per i bambini afghani da parte dei pacificatori. Un effetto collaterale, un errore di valutazione da parte di chi la mitragliata l’ha presa, nient’altro che quello, si suppone. Restiamo comunque brava gente, visto che le procedure previste erano state attivate. Galeano, in un suo libro, racconta una storia a modo suo, in poche righe che riporto sotto. Mi chiedo se qualche afghano abbia fatto lo stesso sogno premonitore e sia arrivato alla stessa conclusione.

Berbeagua, sacerdote dei sioux, sognò che esseri mai visti tessevano un’immensa ragnatela intorno al suo popolo. Si svegliò sapendo che così sarebbe stato, e disse ai suoi: Quando quella razza straniera avrà ultimato la sua ragnatela, ci rinchiuderanno in case grigie e quadrate, su terre sterili, e in quelle case moriremo di fame.

Written by Ezio

3 maggio 2009 at 22:04

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Arte e santi

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pietro-martire1Probabilmente il santo più difficile da prendere sul serio è San Pietro Martire. Secondo la leggenda aurea mostrò la sua santità sin da quando era un bambino di sette anni. Un giorno tornò a casa da scuola e scoprì lo zio in odore di eresia: gli fece immantinente una bella ramanzina, stabilendo così il tono che avrebbe tenuto nel corso della vita… durante la quale curò un nobiluomo poggiandogli le mani sul petto, e quello subito dopo vomitò un verme con due teste coperto di ispidi peli. Alien non ci ha raccontato niente di nuovo. (Anche se La cosa, “The thing”,  di John Carpenter con interprete principale Kurt Russell, per me resta insuperabile!) ll San Pietro Martire è raramente rappresentato senza una scure conficcata nel cranio, a mo’ di spada nella roccia, anche se non è stato affatto ucciso a colpi di scure. Mentre veniva assassinato, come si vede nel dipinto di Giovanni Bellini, una scure sfuggì a un boscaiolo che tagliava legna lì vicino e in qualche modo gli si piantò in testa. Secondo me il fatto che i santi non possano mai separarsi dagli strumenti del loro martirio e se li debbano portare appresso in ogni quadro è il sintomo di una grave insicurezza relazionale. Santa Caterina, se non si trascina dietro la sua ruota, è convinta (e a ragione) che nessuno la riconosca. E quel che San Pietro Martire sembra sempre dire è: “Ehi, salve a tutti! (E indicandosi la scure sulla testa) Sapete chi sono, no?

(Alan Bennett)

Written by Ezio

1 maggio 2009 at 23:08

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