Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for marzo 2011

Miopia

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“Costruire la propria fortuna per mezzo di invenzioni è un compito duro, gravoso, che premia ben pochi, mentre molti vanno incontro ad una totale rovina.”

(Werner von Siemens, fondatore dell’elettrotecnica)

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Written by Ezio

31 marzo 2011 at 15:07

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Roba mia

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Non mi capita spesso di raccontare qualche briciola di me qua dentro, ma lei non ci ha messo molto a lasciarsi prendere e ora che mancano pochi millimetri alla chiusura della gomma posteriore, dopo che ci ho percorso un po’ di misto stretto e un po’ di misto veloce, posso dire che La Poderosa è roba mia più di quanto potessi immaginare un mese fa.
Duecentocinquanta chili che diventano una piuma dopo neanche un metro: sottile, snella, nuda, veloce quanto basta, poderosa nella spinta, agile nello scendere in piega in barba pure al suo peso, docile e cattiva al contempo, divertente. 1250 cc di piacere, più facili – molto di più – di quanto immaginassi.

C’è il colore scuro dell’asfalto, come un fiume tortuoso che costeggia i monti e poi vi si getta dentro aprendovi una ferita, da seguire finché il mondo finisce. C’è l’aria che ti prende per mano fino a farti provare la sensazione di volare, di galleggiare su di essa. Ci sono i colori e le sfumature impossibili da raccontare e i profumi dei boschi e dell’erba che riempiono i polmoni, che respiri e poi respiri ancora. C’è l’eccitazione che si prova nel mantenersi in equilibrio instabile quando si è quasi fermi e poi quella che si prova quando sei in velocità e il vento cerca di disarcionarti dalla sella. Ci sono le strade chiuse dagli alberi, i cui rami si protendono e si uniscono formando una galleria tetra e scura anche in piena estate. C’è la paura, quella paura che mette paura alle proprie paure e al contempo infonde quel po’ di coraggio indispensabile per vincerle tutte, urlandole a se stessi sotto il casco. C’è l’ignoto dell’avventura, perché ogni uscita in solitudine è un’avventura che ti si apre davanti e dal quale non vorresti ritornare, per viverne immediatamente un’altra e poi un’altra ancora. C’è l’incontro coi laghi, coi laghetti, piccole pozze d’acqua che appaiono lucenti e inaspettate, e quello coi laghi grandi, ricercati tra gli appennini e il cielo. C’è l’incontro coi piccoli paesini in cima ai monti, dove i pochi abitanti sembrano abbracciare i “forestieri” nonostante il cupo rumore che portano con sé e dove gli animali superano in numero quello delle persone che vi vivono. C’è l’allegria, quel sorriso che sboccia improvviso e inaspettato e non ne comprendi il motivo. Ma te lo vivi, oh se te lo vivi.

Avevano (e hanno) ragione gli altri “banditi”: quando sei lì sopra mandi in culo la polizia, le moto da bar, i discorsi da bar, l’Italia, il mondo, l’universo, gli universi paralleli e pure tutto il resto!

Written by Ezio

28 marzo 2011 at 20:29

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Un altro Sand Creek

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Il fiume Guayas non può certo definirsi tra i più lunghi e tra i più conosciuti nel mondo, ma è abbastanza famoso per il suo bacino che è il più esteso tra quelli che, nell’America del sud, sfociano sull’oceano pacifico formando un vero e proprio golfo nei cui pressi sorge la città di Guayaquil, che con oltre tre milioni di abitanti risulta essere oggi la più popolata dell’Ecuador.

Anni dopo il Sand Creek, come il Sand Creek, le acque del Guayas si tingono di rosso.

Nel 1922 la città di Guayaquil non era la più popolata dell’Ecuador ma era comunque la città portuale più importante; i lavoratori portuali massacrati dalla fame, stanchi di mangiare acqua e bere aria, entrarono in sciopero e con loro scioperarono anche le donne: lavandaie, ambulanti, serve, sarte, mogli, amanti, tanto da formare e riunirsi nel comitato Rosa Luxemburg.
Per un certo periodo né i poliziotti né altri guardiani di regime si azzardarono ad affacciarsi sul porto, né provarono a circolarvi all’interno, neanche in tenuta civile. Fu di fatto il primo sciopero generale e di massa nel paese.

È passato un po’ di tempo da quello sciopero e ora le acque del fiume sono ricoperte da fiori lanciati dalle sponde e lasciati alla deriva, di campo ma anche da tutti i fiori possibili che stanno abitualmente sui davanzali delle finestre. Fiori che formano croci d’odio e altre forme strane, che si muovono assieme alle onde, che si cullano in un infinito andirivieni con esse tra quelle acque ricolme di sangue e carogne.
È il popolo che sta gettando fiori nel Guayas, mentre sogna talmente forte che gli esce il sangue dal naso.

Pochi giorni prima il presidente Arroyo aveva chiamato a rapporto il generale Barriga e rotto gli indugi: La situazione sta diventando insostenibile, questi pidocchiosi che oggi ridono domani voglio vederli piangere, a qualunque costo.
In effetti per il giorno dopo era stata organizzata un’altra grande manifestazione da parte degli scioperanti, tanto che a migliaia si ammassarono non sospettando che di lì a poco il rumore degli stivali proveniente da ogni luogo si sarebbe fatto così forte e assordante. I primi a fuggire furono i primi a cadere, e quando le cartucce finirono entrarono in azione le baionette a squarciare toraci e ventri.
Poi, il fiume, a fare da pattumiera.

Written by Ezio

27 marzo 2011 at 23:08

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Renzetti risponde a Veronesi…

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… sul nucleare, sui cazzari e sulle cazzate!

Arriva invece un tal Veronesi che ha tutte le informazioni per sparare, ora si capisce, cazzate. E Veronesi continua affermando che erano le centrali progettate in modo poco sicuro perché prevedevano, sul Pacifico, tsunami di soli 5 metri, invece occorreva prevedere tsunami maggiori. Di quanto, prego ? Va bene prevedere uno tsunami con onde di 7 metri ? O prevediamo uno tsunami di onde 15 metri così siamo più sicuri ? Che dice, professore ? Ha presenti i costi ?
Ma il Nobel della cazzata va a Veronesi quando dice che è “scientificamente vero che il mondo senza il nucleare non sopravviverà”. Perché professore vuole screditare una degna vita di oncologo entrando in cose che non conosce ? Lo sa che il nucleare non è rinnovabile ? Vi sono scorte limitate di uranio in mano a pochissimi Paesi (Stati Uniti, Canada, Kazakistan, Usbekistan, Sudafrica, Namibia, Brasile, Niger, Mongolia, Ucraina, Russia) ed i proprietari dei diritti di estrazione, oltre a quei Paesi, sono ancora le multinazionali del petrolio. Ma c’è di più, professore. Lo sa che l’uranio da miniera è perfettamente inutile in una centrale ? Quell’uranio deve passare all’arricchimento. La percentuale di Uranio 235 in Uranio 238 deve essere aumentata fino al 3 o 4% e questa operazione con centrifughe o altri sistemi è strettamente in mano alle potenze nucleari che mantengono le operazioni come segreto MILITARE. E questo perché, se l’arricchimento cresce al 7 o 8% si fanno le bombe. Ma come, non lo sapeva ? In genere chi ci vende le centrali ci fornisce l’uranio arricchito e, da quel Paese, saremmo dipendenti. Oppure dovremmo cambiare passando ad altro Paese che ha i sistemi di arricchimento e che è arrabbiato con noi per non avere comprato le sue centrali. Se poi c’è una crisi mondiale allora l’uranio arricchito o no non ce lo vende nessuno.
Non soddisfatto del primo Nobel conquistato lei ne vuole un secondo con la seguente cazzata: “per alcune energie rinnovabili non abbiamo le tecnologie che rendano accessibili i costi di trasformazione e globalmente non sono sfruttabili in modo tale da assicurare la copertura del fabbisogno”. Professore, si convinca, occorre investire in ricerca. Anni fa neppure certi tumori avevano cure ed oggi, con la ricerca, ci siamo arrivati. E perché non c’è ricerca ? Perché si toglierebbero guadagni di favola proprio a quelle multinazionali che vivono vendendo combustibili per produrre energia (combustibili fossili ed uranio). Le rinnovabili sono energie con una fonte gratuita ed infinita che necessitano macchine da realizzare per sfruttarla. Proprio non viene in mente a nessuno che sia possibile avere delle centrali solari o delle centrali a biomassa o … Come dire: “lei ha un tumore al seno … deve morire”. Anche l’avvocato Tremonti, che per la verità di cazzate ne fa e dice molte più di lei, è riuscito a dire che per dare gli “incentivi” (sic !) alle rinnovabili occorre affidarsi agli eurobond.
Ma la vera rivoluzione copernicana non la si fa perché con aristotelici come Tremonti (non so neppure se sappia chi è Aristotele) e lei (che certamente lo sa) non c’è speranza che ficchino l’occhio nel logoscopio del futuro.
Ancora sulla sicurezza degli impianti di ultima generazione. Professore, si convinca anche di questo: non esiste sicurezza con il nucleare, esistono invece bestialità diffuse a piene mani. Gliene dico un paio. Lo sa che il nucleare è l’unica fonte energetica in cui si definiscono delle grandezze in funzione della convenienza economica ? Si dice (approssimo perché si capisca)(*) che la dose accettabile di radiazione assorbita deve essere tale per cui il numero di morti che si hanno non sia alto. Si dice che l’incidente nucleare disastroso ha una sola probabilità su qualche migliaio di anni di funzionamento. Chi dice questo fa un errore gravissimo di matematica perché non ricorda o non sa che la probabilità NON HA MEMORIA. Ciò significa che possono accadere 5 incidenti gravi, tanto da sconvolgere la vita nel pianeta, e poi i superstiti per 5000 anni saranno tranquilli.
Infine l’ultima perla della sua collana.
“In Italia ci troviamo nella circostanza favorevole di partire da zero e quindi di poter scegliere, senza fretta, il modello strategico migliore”
alla quale si può solo dire che purtroppo in questo Paese non abbiamo il numero sufficiente di tecnici e scienziati che possano lavorare allo scopo. Per troppi anni si è sospesa la ricerca ed oggi se ne fa meno che mai. Anche su questo vitale aspetto dovremmo affidarci a Paesi stranieri ?

Roberto Renzetti

PS. Questo non lo dice Veronesi ma, già che ci sono, osservo un’altra cosa. Si sente spesso dire che siamo circondati da Paesi con il nucleare ed è stupido non averlo anche noi, tanto più che lo paghiamo caro ed è per questo che abbiamo le bollette elettriche più care del mondo.
E’ possibile che quasi tutti i nostri politici siano diventati ignoranti come leghisti ? Sulle centrali che ci sono vicine dico una cosa sola con la speranza che si capisca (anche se non ho argomenti gutturali per i leghisti). Con Fukushima avrete sentito che vi sono state delle evacuazioni di popolazione fino ad un raggio di 50 km dalle centrali. Prendete ad esempio Trino Vercellese. Torino è circa in quel raggio. Mentre le centrali francesi e svizzere sono a distanze maggiori con le Alpi in mezzo. E’ chiaro che arriverà un fall out anche in queste condizioni ma è ben altra cosa avere la malattia in casa che averla nella casa del vicino. Sul costo dell’energia elettrica nucleare che compriamo dalla Francia ripeto una cosa che ho già detto: quell’energia la compriamo di notte quando costa poco (a prezzi di mercato) perché le centrali nucleari funzionano senza possibilità di rallentare la notte. E la notte la richiesta elettrica è minore e la Francia, con il surplus, dovrebbe scaldarci l’atmosfera. Noi abbiamo invece centrali idroelettriche con il sistema del pompaggio notturno. Usiamo quell’energia per portare acqua da sotto la diga all’invaso superiore ed usiamo la caduta di tale acqua durante il giorno vendendo l’energia agli utenti, ahimé, a carissimo prezzo. E questo carissimo prezzo, lo dico ai bugiardi che fanno i venditori ambulanti di bugie e cazzate, discende dalle tasse che sono in bolletta elettrica (circa il 60%). Mentre in altri Paesi non supera il 35%.

Insomma “anche il limite ha una pazienza” come diceva Totò.

_____________________

(*) La dose limite di radiazioni indicata dalla Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni (ICRP) per il personale addetto agli impianti e per la popolazione non significa dose al di sotto della quale non vi è rischio” e neppure “dose minima assicurata dalla migliore tecnologia disponibile” perché ciò sarebbe
troppo costoso. Dose limite – più elevata per i lavoratori, minore per la popolazione – significa quel livello di radiazioni cui sono associati effetti somatici (tumori, leucemie, ecc.) o genetici, “che vengono considerati accettabili per l’ individuo e per la collettività in vista dei benefici economici derivanti da siffatte attività con radiazioni.” La ICRP ha fornito anche la valutazione degli effetti sanitari gravi statisticamente prevedibili in corrispondenza di questa dose: nel caso dei lavoratori professionalmente esposti, una diecina di morti all’anno per tumore su
10000 lavoratori.

Fonte

http://www.fisicamente.net/portale/modules/news2/article.php?storyid=1717

Written by Ezio

25 marzo 2011 at 23:24

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Paese che vai fascismo che trovi

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Come buona parte dei revisionisti italiani questo dice che prova dolore per tutte le vittime, da una parte e dall’altra.
E nega, ovviamente.

Written by Ezio

24 marzo 2011 at 16:18

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Rapidi ed efficienti

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Se si accantonasse una volta per tutte quel complottismo d’accatto, sterile quanto falso e ignobile, che ci informa(!?!?) che il terremoto sul Giappone e il relativo tsunami sono avvenuti a causa degli americani e del progetto HAARP, e che gli aerei che hanno colpito Ground Zero erano ologrammi, e che dietro ogni rivolta c’è la mano della CIA o del Mossad, forse si riuscirebbe a comprendere meglio la totale schizofrenia che ci circonda. Immagino benissimo che poche persone siano in grado di muoversi dentro questa schizofrenia e immagino anche che l’idea di farci soldi e potere (o potere e soldi), per queste poche sia più che stuzzicante.
Mi rendo però conto che se voglio condurre in porto un buon affare ho bisogno di un interlocutore dall’altra parte, meglio se dittatore con la possibilità di esserlo per lungo tempo. Così come mi rendo conto che eventuali comitati autogestiti non sono affatto in grado di garantirmi nel tempo la stabilità dell’eventuale affare. Probabilmente dentro un sistema capitalista bastano poche migliaia di persone per far saltare un anello della catena e in grado così di far scatenare una recessione nell’economia dal fine imprevedibile; forse, o forse poche migliaia sono poche. Il fatto è che i comitati autogestiti, quando lasciati fare, diventano affidabili come un serpente e figliano più dei conigli: è qualcosa che può definirsi cambiamento dal basso, e allora si interviene. Controllo, consumo.
Il popolo quando gonfia il petto e comincia a soffiare continua a farlo. Mentre dall’altra  parte, in guerra, le uniche due cose immorali risultano essere la lentezza e l’inefficienza.
Per questo immagino che se il suolo libico fosse nient’altro che sabbia e la Libia fosse un paese del quarto mondo, ai margini o totalmente fuori dai giochi del capitale, nessun paese occidentale avrebbe mosso un dito per tempo.

Written by Ezio

23 marzo 2011 at 15:26

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Farsene una ragione?

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Sabato pomeriggio mi trovavo a spasso con mia moglie e due splendidi amici per le colline toscane: onde, splendore, rotondità multicolori che ricordano le curve del piacere; eravamo in attesa di vedere un concerto di Claudio Lolli in un teatro pistoiese ed è finita con due dischi non di Lolli ma di Pino Masi e degli Arangara: “S’av’ascialàri” e “Terra di mari”; ma, più del concerto in sé, sono rimasto piacevolmente sorpreso da Pino Masi, dalla breve chiacchierata con lui prima del concerto e dai suoi occhi lucidi sul palco, a ricordare gli amici ammazzati e il dolore per il germogliare di una nuova guerra. Ma non è del concerto che intendo scrivere.

Sabato aspettavo giustappunto un sms che mi è puntualmente arrivato da mio figlio, anche se già sapevo come tutti sapevano: “Hanno cominciato a bombardare la Libia.”
Già, un’altra guerra, come se nel corso dei miei cinquant’anni potessi ricordare un periodo di pace.
Rulla e rulla, batte e ribatte, il tamburo dell’approvvigionamento statale – che di fatto si comporta come il più disumano dei privati poiché detiene il monopolio della violenza – che non c’è angolo del mondo che non possa raggiungere. E ora rulla e batte sul suolo libico e sulle sue risorse.

Bengasi non è la valle dell’Hombrito, anche se pure lì (a Bengasi) fino a ieri comandavano i ribelli, e l’Africa non ha un “Pellegrino d’Africa” come l’America del sud aveva un “Pellegrino d’America”.
Parallelismi non ci sono, altri tempi e altre persone. Il “Pellegrino d’America” da buon medico cercava di curare i residui corporali ingoiati dalla guerra: bambini dalla pancia gonfia e con gli occhi fuori dalle orbite dalla fame, vecchie trentenni già rachitiche e consumate dai troppi parti e da una vita ormai troppo lunga, uomini rinsecchiti dal rhum e travolti dalla battaglia. Escrementi della guerra, appunto, trasformati già da giovani nelle mummie di se stessi. Quando il canto della mitragliatrice di regime tagliò in due un buon numero di guerriglieri capì che doveva andarsene da quel luogo, ma poteva portare con sé una sola cassa e lì, davanti a lui, ce n’erano due: una cassa piena di medicinali e arnesi da chirurgo per estrarre pallottole e un’altra carica di munizioni per il fidato Thompson. Si guardò intorno, el Che, e dopo una breve occhiata verso il cielo, a interrogare se stesso e la sua esperienza, sciolse i dubbi e caricò la cassa di pallottole. Il Thompson, in effetti, era l’unico ferro chirurgico nel quale continuare a credere. Sì, proprio altri tempi e altre persone.
Non c’erano petrolio e gas come in Libia ma c’erano oro e minerali, e non c’era pace allora perché la pace, come ancora, è un breve periodo di riposo tra una guerra e l’altra.

Farsene una ragione? Non riuscirò mai a farmene una ragione.

Non so se questa canzone sia una sorta di “tributo”, e non parla propriamente di guerra.
Oppure, forse, guerra significa qualcosa di più dell’accezione del termine.

Il sogno di volare
Arangara

Written by Ezio

21 marzo 2011 at 19:54

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Uno fra tanti

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Giuseppe Nicola Summa (Ninco Nanco)

Sarà una spina nel cuore Ninco Nanco quanno more
sarà una spina nel fianco Ninco Nanco quanno campa

1859, muore il vecchio re Borbone
e sul trono va suo figlio 23 anni ancora guaglione
È il momento di approfittare di questo vuoto di potere
di quel regno in mezzo al mare difeso solo dalle sirene
E u Banco e Napoli è l’ideale per rifarsi delle spese
per coprire il disavanzo della finanza piemontese

E Ninco Nanco deve morire perché si campa putesse parlare
e si parlasse putesse dire qualcosa di meridionale
E Ninco Nanco deve morire perché si more ce po’ ricurdare
che il Sud è terra di conquista e Ninco Nanco nun ce vo’ stare

sarà una spina nel cuore Ninco Nanco quanno more
sarà una spina nel fianco Ninco Nanco quanno campa

E lo Zolfo di Sicilia e i cantieri a Castellammare
e le fabbriche della seta e Gaeta da bombardare
È l’ideale che fa la guerra una guerra realizzata
per vedere chi la spunta tra il fucile e la tammurriata
e tammurriata è superstizione e questa storia deve finire
e qui si fa l’Italia o si muore e Ninco Nanco deve morire

E Ninco Nanco deve morire perché si campa putesse parlare
e si parlasse putesse dire qualcosa di meridionale
E Ninco Nanco deve morire perché si more ce po’ raccuntare
che il Sud è terra di conquista e Ninco Nanco nun ce vo’ stare

sarà una spina nel cuore Ninco Nanco quanno more
sarà una spina nel fianco Ninco Nanco quanno campa

E per sconfiggere il brigantaggio e inaugurare l’emigrazione
bisogna uccidere il coraggio e Ninco Nanco è meglio che muore
Perché lui è nato zappaterra e ammazzarlo non è reato
e dopo un colpo di rivoltella l’hanno pure fotografato
E la sua anima è già distante ma sul suo volto resta il sorriso
l’ultima sfida di un brigante “Quant’è bello murire acciso”

E Ninco Nanco deve morire perché si campa putesse parlare
e si parlasse putesse dire qualcosa di meridionale
E Ninco Nanco deve morire perchè si more ce po’ raccuntare
che il Sud è terra di conquista e Ninco Nanco nun ce vo’ stare

E Ninco Nanco da eliminare e se lui more chi se ne frega
sulla sua tomba neanche un fiore sulla sua tomba nessuno prega

E Ninco Nanco da eliminare che non si nomini più il suo nome
sia maledetta la sua storia sia maledetta questa canzone

E fila fila la lana a sette soldi la settimana
E fila fila il cotone a cinque soldi pe’ lu padrone

sarà una spina nel cuore Ninco Nanco quanno more
sarà una spina nel fianco Ninco Nanco quanno campa

sarà una spina nel cuore Ninco Nanco quanno more
sarà una spina nel fianco Ninco Nanco quanno campa

E Ninco Nanco deve morire perchè si campa putesse parlare
e si parlasse putesse dire qualcosa di meridionale

(Eugenio Bennato)

Written by Ezio

17 marzo 2011 at 15:45

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La scatola di Rossi e Focardi

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Quando mi capitò tra le mani “Superforza”, di Paul Davies, mi trovavo nella più grande libreria di Ostia; era il ’91 o forse il ’92 e da qualche anno avevo iniziato ad interessarmi di astronomia e poi di fisica (a livello storico e non matematico). L’ho frequentata per un altro po’ di tempo, poi sono diventate punto di riferimento le grandi librerie romane. Oggi quella libreria è vuota come una bottiglia nelle mani di Hancock: vendono magliette, felpe, qualche cappellino e i libri si possono contare sulle dita delle mani, forse per il fatto che era (e continua ad essere) un semplice negozio dove si vendevano libri e completamente a conduzione famigliare.

Paul Davies è un ottimo divulgatore scientifico e, poco prima di “Superforza”, aveva scritto quello che tuttora resta il suo libro più famoso: “Dio e la nuova fisica”, che lessi invece un paio d’anni dopo.
Mancavano (Superforza è del 1984) sedici anni al fatidico traguardo del 2000 e il buon Paul asseriva neanche tanto velatamente che entro quella data sarebbe avvenuta la fine della fisica così come la conosciamo, nel senso che il sogno di Einstein e di tutti i fisici di inizio ‘900, quello di una teoria in grado di descrivere le quattro forze fondamentali (debole, forte, magnetica e gravitazionale) in un’unica equazione matematica. Ci si riferisce a queste teorie con i termini “Grandi Teorie Unificate o, più semplicemente, GTU. C’è da dire che il plurale è d’obbligo e che Einstein inseguiva questo sogno quando ancora non conosceva l’esistenza delle prime due forze.

E dopo? Dopo la fisica, intesa come ricerca, non avrebbe più avuto ragion d’essere. Tutto sarebbe stato alla portata degli umani tanto che le macchine costruite dall’uomo sarebbero state in grado di prevenire catastrofi come quella giapponese e, ancor di più, si poteva immaginare la capacità di spostare l’orbita dei pianeti a piacimento e “costruire” dal nulla nuova materia fino al punto da crearli ex-novo e posizionarli sull’orbita adatta.

Insomma, una volta trovata la magica formula che avrebbe reso vecchie e stantie tutte le altre teorie – dalla teoria della relatività generale di Einstein alla cromodinamica quantistica di Murray-Gelmann, che descrive il comportamento dei famosi quark e la loro assai stravagante carica elettrica frazionaria – l’uomo si sarebbe di fatto seduto sul trono di Dio o chi per lui.  Il tutto (il libro è un libro di divulgazione scientifica e non certo di fantascienza) proprio entro la fine del secondo millennio.

In quelle pagine si descrive il Big-Bang, la possibilità che sia nato da una bolla di falso vuoto carica di energia, il periodo inflattivo, l’eccesso infinitesimo di materia rispetto all’antimateria, la formazione delle galassie, l’espansione infinita o la contrazione, le stringhe cosmiche e tutta una serie di teorie fisiche e cosmologiche ancora in auge; la chiosa è però più filosofica e non la virgoletto perché interrogo una memoria vecchia di quasi vent’anni: poiché (si chiede l’autore) se le leggi fondamentali che governano e regolano la natura si discostassero da come sono di un fattore uguale a 10 alla meno 18 tutto l’apparato salterebbe in aria (nel senso che non sarebbe neanche nato l’universo e di conseguenza noi non staremmo neanche qui a porci domande) tali leggi non sembrano affatto frutto del caso bensì frutto di un’entità intelligente.

Gli eventi accaduti in questi anni pare abbiano fatto abbassare un po’ il profilo, anche se non fino al punto da far chinare la testa o abbassare gli occhi, ai teorici. Del mercato che ingoia la ricerca e i ricercatori e caga soldi e schiavi Paul Davies nel libro non parla, forse perché legato (in quel periodo) a quel modo di “fare scienza” tanto antico e romantico in cui le nuove scoperte saltavano su da vecchi scantinati adibiti a laboratori, polverosi e spesso pieni di fumo di sigaretta in barba pure alla sicurezza. Poi, dopo, si cercava il modo di descriverli a livello matematico, anche se alcune volte è accaduto il contrario (il neutrino ad esempio è stato “catturato” una trentina d’anni dopo la sua previsione matematica). E non parla della possibilità che se un fatto sperimentale non si riesce a descrivere matematicamente non è detto che sia sbagliato il fatto stesso ma è assai più probabile un errore da parte del teorico.

Però, forse, nonostante, dal punto di vista dei fatti sperimentali qualcosa comincia a muoversi, e a meno che qualche grossa multinazionale impaccata di soldi non gli sfili il brevetto (della scatola misteriosa o dei componenti della stessa) da sotto la sedia per destinarlo all’eterno riposo in fondo ad un cassetto, nei prossimi mesi potremmo vederle delle belle.

Pare comunque che attualmente il mercato continui a preferire la fissione – tecnologia che mangia soldi e persone – anche se ormai con le rughe, bavosa, imbiancata dal tempo e capace di ammazzare restando viva.

Written by Ezio

14 marzo 2011 at 15:17

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