Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for aprile 2009

Ponza

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p1010134p1010091p1010063A parte che l’isola fu terra di confino e che è provincia di Latina, altro non conoscevo della storia di Ponza. Google mi racconta che l’isola era probabilmente abitata già in epoca romana e, forse, anche nel periodo neolitico, visti alcuni residui della lavorazione dell’ossidiana ritrovati all’inizio del secolo scorso. Un residente da sei anni racconta che durante l’inverno gli abitanti non superano le milleduecento unità mentre nei mesi di luglio e agosto l’isola si popola fino a raggiungere le dodicimila persone. Oltre agli splendidi panorami di rocce a picco sul mare e tunnel e grotte subacquee visibili anche dalla terraferma e il colore giallo dei fiori di ginestra di questo periodo quello che più colpisce, appena vi si mette piede, è la totale mancanza di tegole o coppi: i tetti sono guglie o scivoli colorati di bianco, come gran parte delle case. In due giorni ho visto un solo gatto (levre de cuppi: sarà per questo che gli amici felini non si vedono?) che, poverino, aveva al collo un campanaccio grosso come quelli delle mucche sui pascoli di montagna. I cani invece sbucano da ogni dove. Cantieri ovunque nei mesi che precedono il grande afflusso turistico, sia al porto sia all’interno dell’isola che, mi dicono, ha smesso da anni di vivere di pesca accentuando il turismo. Piccole barche infilate ovunque, tra i piccoli vigneti o parcheggiate nei piccoli giardini, qualcuna finanche sui tetti, in attesa di essere caricate e messe in mare con l’arrivo del caldo, magari per essere affittate ai turisti visto che spiagge, nell’accezione comune del termine, non ce ne sono. In poco meno di due giorni sono riuscito a visitarla quasi tutta, con l’aiuto dei piccoli autobus i cui conducenti fanno anche da accompagnatori turistici, nel senso che sono sempre pronti a rispondere alle domande più varie sui luoghi che si sono visitati e su quelli che si intende visitare. Peccato per aver mancato di vedere le piscine naturali, che si trovano nella parte nord, a causa del maltempo che ci ha costretti ad anticipare la partenza di quattro ore. Settanta minuti per andare e duecentosessanta per tornare, sballottati fra le onde col povero aliscafo che non poteva alzarsi a causa del forte vento e di un mare così mosso che sembrava volerci ingoiare ad ogni ondata.
Che piacere, alla fine, poggiare i piedi sulla terraferma.p1010145

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Written by Ezio

29 aprile 2009 at 21:47

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Ricorrenze

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Manuelrosso69 è un giovane vignettista, la quarta di copertina del suo primo libro, autoprodotto, dal titolo “Stregati dalla Luna”, recita: “Compare a Roma intorno al 2002, quando decide di firmare le sue vignette con uno pseudonimo, una sigla, che lo caratterizzi in maniera veramente rappresentativa.”

Beh, gliene rubo una e la pubblico oggi, ché domani sarò su una piccola isola. D’altra parte “i tempi sono maturi perché il 25 aprile sia la ricorrenza di tutti…”

manuelrosso69

Written by Ezio

24 aprile 2009 at 10:36

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La benda

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Cecità, la prima cosa che ti viene in mente.

La benda è garanzia d’impunità perché, se per caso dovessi sopravvivere come me, non potrai mai identificare i torturatori; l’altra funzione della benda è quella di farti perdere il senso del tempo e dello spazio; ciò che ne deriva è che ti senti separato da tutto e ridotto al nulla.
Dopo, ti senti completamente abbandonato e la disperazione, come un coltello affilato, ti trafigge il cuore.

Roque Dalton

San Salvador, 14 giugno 1983

Written by Ezio

23 aprile 2009 at 19:26

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La lotta

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scudo-bisonte“La composizione dei legami aumenta la lotta, la separazione capitalista la riduce. La lotta per la libertà è appunto una lotta comunista per recuperare e aumentare la forza. Di converso, il capitalismo opera per astrazione, serializzazione, reificazione, disfacendo i legami e precipitandoci nell’impotenza. Per questo la lotta per la libertà e per la democrazia è un perpetuo divenire e non troverà mai un’incarnazione definitiva. La lotta va sempre nel senso della forza, della composizione dei legami, dell’alimentazione del desiderio di libertà in ogni situazione concreta.”

Benasayag – Sztulwark

Written by Ezio

21 aprile 2009 at 19:08

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Il rivoluzionario borghese

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francisco-maderoL’uomo destinato a guidare la prima fase della rivoluzione messicana, nel 1910, si chiamava Francisco Indalecio Madero, discendente di una ricca famiglia creola di proprietari da piantagioni e di miniere nelle province settentrionali. Difficilmente, nella storia, il contrasto fra democrazia e dittatura è stato incarnato da persone tanto diverse nell’aspetto fisico: Madero era un ometto piccolo e magro, con la barba e i capelli ingrigiti molto precocemente, introverso, complicato nell’essenza di uomo e pieno di tic nervosi e con una voce stridula. Nel confronto con Diaz poteva benissimo apparire come un debole, e nella corporatura e nel carattere. Persona colta, aveva studiato all’Università della California e viaggiato in Europa mentre Diaz non s’era mai allontanato dal Messico. Aveva un’anima idealistica fino ad apparire una sorta di apostolo mentre Diaz somigliava ad un duro e crudo materialista. Progressista convinto e pieno di illusioni si era schierato dalla parte  dei poveri e dei lavoratori e, anzi, devolveva a questi una parte dei proventi delle sue proprietà derivati soprattutto dalle miniere d’argento. Era di fatto un borghese, anche se idealista-progressista, e voleva fare del Messico proprio un paese democratico e progressista. La sua era una lotta per la libertà politica e la legalità ma, anche e soprattutto, per un suffragio effettivo contro le politiche agrarie antipopolari e la dittatura, nonché contro la contraffazione della costituzione che la cricca porfirista da anni andava operando. Ovviamente non dovette fare grandi sforzi per avere l’appoggio degli intellettuali e dei borghesi progressisti, che, di fatto, desideravano la stessa politica. Un’azione del genere, però, muove anche le forze che si agitano dal basso, dal profondo della società: indios, contadini e braccianti senza uno straccio di metro quadro di terra per primi. Gli sfruttati. Qualcuno ha scritto che la rivoluzione Messicana era stata progettata dagli ideologi e realizzata dai banditi, e che dopo poco tempo era impossibile distinguere gli uni dagli altri; ma, come sempre, c’è da mettersi d’accordo sull’infamia del termine “banditi”. L’esercito rivoluzionario che Madero si trovò per le mani era sì composto da persone datesi alla macchia, peones sfuggiti alla frusta e fuorilegge per disperazione di cui ben pochi sapevano di più dell’ignobile fatto di essere poveri, ma proprio per questo pronti a vedere nella rivoluzione l’unica occasione di agire e l’unica possibilità di riscatto. John Reed, scrittore americano che seguì “dal vivo” il corso della rivoluzione, chiese per l’appunto ad un rivoluzionario perché combatteva e si sentì rispondere: “Beh, è meglio fare la guerra che lavorare e marcire nelle miniere!” “Poco lavoro molto dinero fave per tutti viva Madero” era lo slogan di quel periodo storico. Paradossalmente fu proprio Diaz ad incendiare le polveri alla viglia delle elezioni che dovevano determinare la sua settima elezione, probabilmente per accontentare la borghesia progressista che vedeva sicuramente meno pericolosa della possibile rivolta dei contadini, tanto da dichiarare ad un giornalista americano che non ci sarebbe stato niente di male se pure fosse sorto qualche partito d’opposizione. Diaz, nelle intenzioni, cercava anche di calmare una buona parte dell’opinione pubblica statunitense che in quel periodo era più che agitata contro lo strapotere delle compagnie petrolifere e i dittatori dell’America Latina, però ne ricevette l’effetto contrario. Infatti, poco dopo, Madero pubblica un opuscolo di grande successo dal titolo “La successione presidenziale” in cui si sostiene l’illegalità della rielezione di Porfirio diaz, tanto che al povero don Porfirio tocca riconoscere legali due nuovi partiti: uno guidato dal generale Reyes e l’altro, sicuramente più importante,  Partito Costituzionale Progressista, di Madero. A questo punto si può solo aggiungere che i dittatori nascono tutti passando dallo stesso buco, tanto che un mese dopo, alla vigilia delle elezioni, Diaz fa marcia indietro e con la forza datagli dal potere che occupa scioglie i due partiti d’opposizione e esilia Reyes e mette in galera Madero. Ovviamente le elezioni finiscono con un plebiscito per lui, un plebiscito che pochi giorni dopo gli fa commettere un errore fatale: troppo sicuro di sé libera Madero dal carcere, e questi subito ripara negli Stati Uniti, nel Texas, a San Antonio. Da qui l’ometto piccolo, magro e con la barba e i capelli ingrigiti precocemente lancia il piano di “San Luis  Potosì”, nel quale incita tutto il popolo messicano alla ribellione e fissa per il venti di novembre di quell’anno la data d’inizio della rivoluzione.  A novembre, in effetti, il paese è già in fiamme.

Nella foto:

Madero, al centro con il bastone, a spasso per le vie di San Antonio, nell’ottobre del 1910

Written by Ezio

20 aprile 2009 at 17:56

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Solo il titolo

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saggi“L’anarchico che cade nelle mie mani deve aver litigato con la vita se continua a essere anarchico”

Il titolo del libro del giovane scrittore livornese Nico Francalanci dice tutto ciò che c’è da dire sulla persona di Juan Velar, vice commissario argentino negli anni venti, meglio conosciuto col nomignolo di El Basco; ma la storia che il libro racconta è quella di Severino Di Giovanni, Italiano “riparato” nella città di Rosario in Argentina subito dopo il biennio rosso. Il ventennio affondava le radici nell’italica terra e per certe persone l’estero rappresentava l’unica salvezza possibile. Solo che gli italiani non sono bravi ad esportare solo pizza e spaghetti ma soprattutto il fascismo, dall’America Latina  all’Africa. Così, l’inferno lasciato in Italia trova nuovi cerchi infuocati proprio in Argentina, dove il giovane Severino matura e agisce. Il libro, letto l’inverno passato, è sortito fuori questa mattina dalla pila sul mio comodino, tra una rivista di moto, un Tex , un paio di racconti di De Luca e  una serie di ammennicoli vari. Non che l’avessi dimenticato ma per una mezz’ora buona ho fatto (ri)scorrere le pagine sotto le dita, e mentre rileggevo qualche passo mi è venuta in mente la condizione e della fuga e del covo: niente carte di credito, niente telefonini, niente telecamere in ogni dove lungo le strade e manco tiket autostradali, nessuna televisione che spiaccica la tua faccia a tutti in men che non si dica. Solo qualche foto malfatta sui giornali e qualche manifesto mal visibile su qualche vecchio muro.

Certo, erano tempi in cui per continuare ad essere quello che si era bisognava magari litigare davvero con la vita, ma spesso pure i cacciatori non ne uscivano affatto bene, come El Basco, del resto.

Written by Ezio

19 aprile 2009 at 00:12

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Il leone di Montelepre

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giulianoPolizia o delazione? Con un freddo flash d’agenzia si conclude, nel ’50, una delle vicende più sanguinose e rocambolesche dell’Italia post-bellica. Il “bandito Salvatore Giuliano, nato a Montelepre nel ’22, è stato ammazzato. Nonostante abbia tenuto impegnati migliaia di poliziotti e carabinieri nel corso di sette anni trascorsi al di fuori della legge, tanto da costare alle casse dello stato la bellezza di due miliardi delle lire d’allora. Dell’avventura di Giuliano e dei suoi picciotti si è scritto e detto di tutto: dall’aiuto agli alleati nello sbarco in Sicilia all’affiliazione alla mafia finanche all’essere sul libro paga di alcuni politici. Nessuno sa. Il colonnello Luca racconta di averlo preso in trappola sfruttando la vanità di Salvatore: avrebbe inventato una troupe di finti cineasti (tutti poliziotti) in azione in un finto documentario a Castelvetrano. Salvatore Giuliano avrebbe abboccato, entrando in contatto con questi, per farsi riprendere dalla telecamera. Una versione diversa parla di una delazione ad opera del braccio destro nonché cugino di Salvatore: Gaspare Pisciotta. Quattro anni dopo Pisciotta si trova ancora in galera e, nel processo che ancora riguarda l’intera banda, promette di fare rivelazioni che faranno tremare le vene e i polsi di più di un personaggio altolocato. Mescola lo zucchero con il caffè, con la calma di chi si appresta a percepire prima l’odore e poi il sapore della nera bevanda, quindi beve. Dopo pochi secondi si getta a terra urlando. I secondini accorrono e portano il detenuto all’infermeria. Niente, Giuseppe crepa di lì a poco. Nella tomba si porta le rivelazioni che aveva promesso e tutta la vicenda Giuliano: i suoi fini e i suoi mandanti (ri)piombano nei misteri di questa merda di paese. Chi ha ammazzato Pisciotta non si è mai saputo, ma certo fu qualcuno molto interessato a fargli tenere la bocca chiusa. Mafia? Politica? Pino Caruso, parecchi anni dopo, ne trarrà spunto per una scenetta da cabaret: con sguardo maligno e vestito da carcerato inviterà tutti i presenti allo spettacolo a prendere un caffè da lui nella “stanza” numero 103, all’ Ucciardone.pisciotta

Un capolavoro dei Del Sangre:

Il testo…

Lo sguardo nel sole che spacca la terra a metà
Terra di figli affamati di libertà
Sfidasti la legge colpendo lo stato nel cuore
E per la tua causa gettasti sul piatto il tuo onore
E da Montelepre alle porte di Roma
Il tuo nome bussò
Portato dal vento per bocca di un di un popolo che disse no.

Oh, oh……Bandito!
Se nascessi ieri combatterei ancora, ancora per te
Se nascessi ieri combatterei ancora, ancora con te.

Gridasti al potere la tua sete di libertà
Togliendo ricchezze per fame a chi fame non ha
E per la tua gente donasti il tuo sangue e il tuo amore
Per l’indipendenza il tuo fiume di rabbia e dolore
E sputasti in faccia a un regime mafioso
Che ti condannò
Per chiuderti gli occhi un fratello di sangue in denaro comprò.

Oh, oh……Bandito!
Se nascessi ieri combatterei ancora, ancora per te
Se nascessi ieri combatterei ancora, ancora con te.

Oh, oh……Bandito!
Se nascessi ieri combatterei ancora, ancora per te
Se nascessi ieri combatterei ancora, ancora con te.

Nel buio di un torrido luglio qualcuno sparò,
all’albero di Monreale il tuo sogno impiccò
Mostrando il tuo corpo ai signori di Castelvetrano
Disteso in cortile una falsa pistola alla mano
Chi vive ricorda che pezzo pagasti la tua liberà
Bandito Giuliano
La partita è aperta e il tuo sogno vivrà.

Oh, oh……Bandito!
Se nascessi ieri combatterei ancora, ancora per te
Se nascessi ieri combatterei ancora, ancora con te.

… la canzone


Written by Ezio

17 aprile 2009 at 22:33

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Musica, parole, vino, allegria

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Il monte dei cocci e il locale ConteStaccio, a Roma, sono stati teatro, ieri, di un concerto andato in diretta anche su radio LifeGate. Andrea Parodi – che non vedevo da oltre un anno – con un gruppo di straordinari musicisti che hanno animato la musica e dato vita alle parole. Ho sentito raccontare di come, sotto l’effetto di certi funghi, la musica diventi visibile mentre esce dalle casse e percuote lo sterno; e di come le parole assumano significati prima di allora incomprensibili sotto l’effetto della giusta quantità d’alcool. Banalità. Ero perfettamente sobrio e proprio questo è stato l’effetto. Peccato che i rigidi tempi della radio abbiano concesso un concerto troppo breve, e che (sempre i rigidi tempi) abbiano costretto i musicisti a interrompere la cena a metà per poi tornare ai piatti e vedere gli spaghetti cacio&pepe tanto lievitati nel piatto da sembrare “incinti”. Andrea Parodi è straordinario quando lo si ascolta dal vivo: può darsi che sia io a preferire la musica dal vivo o lui che meglio di chiunque altro riesce a trasmettere amore in quello che canta; non ho ancora capito. Sul palco è salito anche anche Pete Ross, cantautore australiano di radici italiane che ha eseguito un paio di canzoni e che ha attaccato gli occhi e le orecchie ai movimenti e alla musica che scaturiva dal palco. È finita che il disco “Six String Suicide” me lo sono portato a casa, e che dopo un primo ascolto mi risulti irrinunciabile proseguire oltre. È Arrivato al punto, Pete, dopo il gioioso bordello imbandito oggi davanti ad una tavola colma di cibo e vino, insieme al resto della band, di provare a restituire a mia moglie i soldi del cd. Musica, parole, vino, allegria.

Grazie ragazzi, di cuore. E per la serata di ieri e per la giornata di oggi.

Written by Ezio

16 aprile 2009 at 17:54

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La delazione paga

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bigattini Di solito si colpisce la punta, all’estremità viene elargita una parte di bottino per stimolare la delazione.

All’estremità, certo, e compilare un elenco di coloro che hanno incassato non è materialmente possibile, anche se da oggi basta fare più uno…

Written by Ezio

14 aprile 2009 at 23:17

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Sciacalli

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kropotkinKropotkin ci racconta, ne “Il mutuo appoggio”, di come cooperazione e solidarietà siano un’esigenza fra esseri della stessa specie derivanti più dalla chimica che dalla riflessione. E da darwinista racconta e narra. Succede che cooperazione e solidarietà rispondano allo stesso principio fra specie animali e specie animali e fra uomo e uomo. O almeno ciò dovrebbe. Lo sciacallaggio è una cosa che sfugge al ragionamento, alla logica, alla sopravvivenza; e se qualche volta lo sciacallaggio tocca al singolo più spesso gli individui che lo praticano risultano riconoscibili perché vestiti tutti dello stesso vestito. Le carogne sono lì, né iene né leoni intorno, e loro possono! Ora sono arrivati al punto di mettere in galera chi della solidarietà e del mutuo appoggio ne fa una questione chimica, perché a questo richiamo ancestrale risponde, accusando di sciacallaggio, senza nessuna vergogna, chi i generi di prima necessità li porta di persona.
Perché potere e gerarchie continuino ad avere una logica e un senso, altri fini non possono esserci.
Infami!

Written by Ezio

10 aprile 2009 at 22:06

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La sincerità

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Chi è romano non può non conoscere Carlo Alberto Salustri in arte Trilussa. Questa poesia è una sorta (per me) di prova di memoria perché la lessi in un libro scolastico nel settantadue  e mi piacque tanto da impararla a memoria. Trentasette anni e una lingua di cui mi è famigliare il suono ma non la scrittura, per questo la scrivo così come la ricordo, in un romanesco forse non proprio romanesco.

La Sincerità

M’aricorderò sempre che mi’ nonno
pe’ famme pijà sonno,
me raccontava ‘a favola de quello
ch’annava ‘n cerca de sincerità.
Io, però, m’addormivo sur più bello
che nemmanco arivavo a la metà.
Tutta ‘a favola era
‘a storia de Gnocco, ‘n pastorello
che ‘na sera se decise d’annà ar castello
de la gente sincera;
ma arivato a la svorta de ‘na via
‘ncontrava ‘na vecchietta
che je diceva: abbada!
Tié sempre d’occhio quer lumino verde
che riluce, sbrilluccica e va via
co’ la stella der cielo che t’appare più vicina,
e cammina cammina…
Attento però, si nun sei pratico,
passi ‘n momento critico
cor cignale politico
e er gatto diplomatico.
Nun te fidà dell’omo
ch’accomoda l’idea
seconno la livrea
che porta er maggiordomo.
E abbada all’orco rosso
che fa er vocione grosso;
abbada all’orco nero
perché nun è sincero;
abbada all’orco bianco
perché nun è mai franco.
Percui, si voi esse sicuro
de chi te s’avvicina,
tié sempre ‘n occhio aperto
e cammina, cammina…-
E gnocco camminava dio sa quanto
da la sera fino a la mattina,
fra l’orchi, fra le streghe,
ogni momento trovava ‘n tradimento…
Com’annava a finì? Già ve l’ho detto!
Prima che la favola finiva, m’addormentavo,
finché mi’ nonno nun me metteva a letto.
Purtroppo puro adesso me succede lo stesso,
e quanno vado in cerca de sincerità,
come ne la favola de gnocco,
er pastorello, raccontata da mi’ nonno
pur’io vedo un lumino lontano,
in fonno in fonno…
E cammino, cammino,
finché nun casco dar sonno.

Trilussa

Written by Ezio

9 aprile 2009 at 23:05

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Serdàn

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serdanIn occidente poco è conosciuto il cognome Serdàn.
Nonostante rivolte locali e piccoli incidenti fossero seguiti per tutta l’estate del 1910 tra insorti e truppe porfiriste, negli stati dello dello Yucatàn e del Sinaloa, l’episodio che (non) scatenò la rivoluzione messicana fu la battaglia di casa Serdàn, nella città di Puebla. Aguiles Serdàn e la sua famiglia vennero interamente massacrati dalle truppe porfiriste, e questi vengono considerati come i primi martiri della rivoluzione. Aguiles, nel breve periodo di vita del partito Costituzionale Progressista, si era messo in luce come uno dei maggiori sostenitori di Madero, e dopo la prigionia e la successiva ritirata del piccolo capo rivoluzionario negli Stati Uniti era costantemente tenuto sotto osservazione dalla polizia di Porfirio Diaz. Nonostante tutto Aguiles si adoperava perché il sollevamento potesse partire nella data stabilita. Il 18 novembre del 1910 il dittatore decise che era ora di farla finita. Un reparto di polizia si presentò a Puebla, alla porta del suo palazzo, con l’intenzione di perquisirlo. Serdàn gli rifiutò l’ingresso e allorché il poliziotti tornarono scortati da un reparto federale decise di resistere con la forza. Il palazzo era pieno di armi immagazzinate in previsione della imminente rivoluzione progettata per due giorni dopo, e al suo interno c’era l’intera famiglia: lui, le donne, e anche alcuni amici. Ci fu una battaglia che durò più di quattro ore, durante le quali caddero tutti i componenti della famiglia e gli amici. Quando le truppe federali fecero irruzione all’interno non trovarono il corpo di Aguiles, che s’era nascosto in un rifugio sperando di poter fuggire più tardi, per riunirsi a Madero. Per un giorno intero il ribelle restò nel rifugio, poi, sentita una certa calma, uscì per cercare di riguadagnare la libertà. C’era quasi riuscito, ma fu visto da uno dei soldati che ancora “stagnavano” nel palazzo proprio mentre attraversava il cortile. Un paio di colpi di fucile lo freddarono. La battaglia era finita, i maderisti locali massacrati. Due giorni dopo Gonzalez e Villa davano comunque inizio alle prime operazioni rivoluzionarie mentre dagli Stati Uniti Madero spendeva tutto il suo patrimonio per l’acquisto di armi e munizioni da spedire in patria. L’opinione pubblica americana iniziava ad interessarsi a Madero. Il governo statunitense evitava di porre ostacoli alla sua azione rivoluzionaria. Il destino di Porfirio Diaz era di fatto affidato alla punta delle baionette.

Nella foto:

Aguiles Serdàn

Written by Ezio

8 aprile 2009 at 22:12

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Previsioni

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tele1“Fra più di dieci anni avremo una generazione di idioti!” Così sentenziò il dottor Marsh, docente dell’università di Boston, nel 1950. Colpevole di tal futura idiozia nel mondo è (anzi, sarà) la televisione. Negli USA funziona già da quasi quattro anni e ha già “invaso” quasi nove milioni di famiglie. Uno studio della Columbia University afferma che due terzi delle famiglie litigano per la scelta dei programmi; i ragazzi hanno gli occhi rovinati (!?!?) e i possessori della terribile macchina leggono meno della metà di quanto leggevano prima. Nessuno esce più e i componenti delle famiglie non si scambiano più parola: si siedono e quando non litigano guardano. Qualche giornale di casa nostra commenta: La televisione deve essere proprio un vizio degli americani, che amano informarsi velocemente e vogliono le notizie in pillole. Da noi questo non succederà.

Written by Ezio

7 aprile 2009 at 19:17

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Cemento disarmato

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denaroDalla scuola elementare di San Giuliano di Puglia alla Casa dello Studente, all’albergo e ad una intera ala dell’ospedale a L’Aquila: gli edifici in cemento (dis)armato sembrano essere più fragili delle vecchie costruzioni in malta e mattoni o tufo. Ora comincerà il solito balzello ipocrita: la caccia al colpevole. Esperti del settore, politici, opinionisti e tuttologi avranno qualche ora in più per mostrare la loro faccia di merda in televisione, magari accusandosi l’un l’altro per poi compiacersi a colpi di pacche sulle spalle a telecamere spente. Chi non si attiene alla dottrina scientifica viene cacciato a calci nel culo, proprio come toccò a Galilei, proprio com’è toccato per un lungo periodo di tempo a Warren e Marshall; e laddove si riesca a dimostrare i calci nel culo vengono raddoppiati, in tutti i campi, dall’oncologia alla fisica all’invenzione di macchine in grado di cogliere cambiamenti anche minimi che possano giustificare un allarme terremoto.
Certo, mi rendo conto che il profitto nulla può contro il terremoto in sé, però tutto potrebbe contro il crollo degli edifici in calcestruzzo: tutto e di più.

Written by Ezio

6 aprile 2009 at 17:22

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Il paese della vergogna

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il-paese-della-vergognaSono passati almeno un paio d’anni dall’ultima volta che ho visto e ascoltato i Gang da sotto un palco, almeno fino a ieri sera. Così, armato di curiosità e anche di riconoscenza, mi son recato al cinema L’Aquila per vedere lo spettacolo “Il paese della vergogna”, con la voce narrante di Daniele Bianchessi e la musica dei fratelli Severini. Non male direi: i Gang li amo come pochi altri e a mio parere non tradiscono mai. Non male neanche la voce narrante di Bianchessi, che parte dall’eccidio di Sant’Anna di Stazzema passando per la strage di Marzabotto, ricordando poi i morti ammazzati dalle forze del disordine e le stragi di stato (il minuscolo non è un refuso) fino ai morti per mano della mafia. Il tutto intervallato dalla voce e dalla chitarra a dodici corde di Marino e di quella elettrica di Sandro: sublimi in ciò. I nomi, tutti o quasi, fino a ricordare Peppino (quante canzoni sono state scritte su Peppino Impastato… ) e radio out (oh, quanto amore pure per i Del Sangre), fino al punto… fino al punto da dimenticare Bologna ma mettere nel calderone le stragi di Capaci e via D’Amelio.
Marino ha fatto orecchie da mercante, alla fine dello spettacolo, invocato (scherzosamente ma non troppo) a chiarire da un’amica ch’era lì con noi. D’altra parte il copione non è suo come d’altra parte s’è semplicemente limitato a cantare splendide canzoni. Certo, se nel frullatore avesse trovato posto anche il “partigiano” morto a Palermo nel settembre dell’82 il cerchio sarebbe risultato perfetto, mica un cerchio simil ovale.

Written by Ezio

4 aprile 2009 at 15:13

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