Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for dicembre 2010

Lula

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Nella totale mancanza di giustizia il politico abbraccia sé e (magari) paga di tasca propria la propria decisione: è l’ultima. Lula, teologo di una democrazia di sinistra (che non vuol dire nulla) attacca e subisce l’osceno comportamento della stampa e della (ri)compattazione delle miserabili forze politiche e mediatiche italiane. Nelle prossime ore abbraccerà pure il paradiso e l’inferno, Dio e i peccatori, gli schiavi e i padroni; e gli toccherà abbracciare vittime e carnefici perché ogni crimine si compone degli uni e degli altri: mescolati, centrifugati, amalgamati, dall’imbarazzante merdaio politico-mediatico.

Cosa dobbiamo aspettarci?
Quello che comanda lei, signor presidente!

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Written by Ezio

30 dicembre 2010 at 15:33

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Più Buster che Charles

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Il personaggio che viaggia nella desolazione, senza proferire parola perché il sonoro è ancora là da venire, come Chaplin racconta della guerra esilarante che si combatte contro i bulli, i poliziotti e le macchine che sono in quel momento l’apice della tecnologia. Buster Keaton non diverrà popolare quanto lo diverrà Chaplin, ma i suoi film(s) fanno e faranno divertire nonostante siano spesso malinconici.

Charles arrivò ad Hollywood dopo essere scappato dall’Inghilterra attraversando l’Atlantico su una nave bestiame, tra ovini e bovini. Ora, dopo quasi vent’anni, torna ed è uno degli uomini più conosciuti nel mondo; e nonostante il cinema muto sia stato sostituito nelle sale dal cinema sonoro i suoi film(s), muti e irriverenti, sono ancora tra i più graditi al pubblico. È ricco, può spendere ma non spende, può comprare ma non compra, può desiderare ma non desidera se il desiderio ha un costo. Non riesce a guardare un oggetto senza calcolarne il prezzo, fino ai centesimi.

Buster arriva davanti alla macchina da presa sempre con ore di ritardo, con gli occhi rossi e con i postumi della sbornia della sera precedente non ancora del tutto smaltiti. Nessuno del cast che riesca a comprendere come faccia a ricordare le battute e come sia possibile per lui muoversi come un pagliaccio così come il copione richiede. D’altra parte, più che seguire il copione, improvvisa.
Anche per lui, che ha cavalcato gli anni tra il muto e il sonoro, è imposta da quest’ultimo la fine dell’improvvisazione in scena e la dottrina delle battute del copione, così da dimezzare i costi di produzione e così da ridurre il talento a zero. In effetti Buster Keaton vive il momento della trasformazione: il mercato ingoia e il cinema si avvia a diventare una grande industria. Affari, affari e poi ancora affari  che fanno diventare i film(s) fabbriche di denaro dove le norme di produzione impongono il contenimento dei prezzi.
Lui, capace di vivere anche all’indietro, a differenza di Chaplin ha le tasche tanto bucate da permettergli di vivere e rimpiange i tempi i cui ad Hollywood si giravano pazze avventure chiamate anche film(s).
Alla fine del cinema muto, all’inizio del sonoro.
Ogni notte, per festeggiare quei tempi, stappa in solitudine una nuova bottiglia senza calcolarne il prezzo e ne beve il contenuto, supplicando la sua memoria di continuare a bere per starsene buona e zitta.

Sì, più Buster che Charles

Claudio Lolli

La fine del cinema muto

Alla fine del cinema muto
si riempirono le osterie
di vecchi attori poco fonogenici
e dalle tante malinconie,
che guardavano il cielo lunatici
come dovesse cadere giù,
ripensando a quel silenzio magico,
quel silenzio che non c’era più,
e ai rumori del mondo, antipatici,
dispettosi alzavano il bicchiere,
e i più romantici
svillaneggiavano mostrando il sedere…

Alla fine del cinema muto
sulle panchine dei grandi viali,
quei vecchi attori bestemmiavano al troppo sole
che ha il potere di bruciare le ali,
e si perdevano in discorsi accademici
sulla storia e il suo occhio di lince,
per capire se è vero che chi perde ha torto
e che ha sempre ragione chi vince,
poi a sera rivestiti da maschere,
si accontentavano di illuminare
il buio delle sale
che non riuscivano a dimenticare…

Anche noi alziamo spesso il gomito
rifugiati dentro ad un’osteria
per una strana voglia di nasconderci
e rimeditare la filosofia,
e dentro al cielo vediamo risplendere
un idolo d’oro al posto del sole
un nuovo dio che non riusciamo a comprendere
nè a descrivere con le parole,
un dio moderno che tutti adorano
e che regala vuoti di memoria,
un dio impaziente e annoiato,
che sembra stanco della nostra storia…

Anche noi abitiamo in un cinema
e siamo in bilico ad ogni minuto
tra la gloria, il successo, un amore frenetico
e il ricordo del cinema muto,
e dalle panchine vediamo passare
delle folle accaldate di gioia
per il futuro mondo fantascientifico
e il suo meccanismo che distrugge la noia,
e il corteo è annunciato da angeli
che buttan fiato dentro a una tromba
– questo futuro – si dice
– ci farà l’effetto di una bomba…-

Written by Ezio

28 dicembre 2010 at 12:44

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Dopo i fatti di Roma

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Oreste Scalzone

Il video è la terza parte di dodici.
Su youtube, al momento, ne sono disponibili otto su dodici ma credo che entro pochi giorni sarà disponibile l’intero filmato.

Colgo l’occasione per un abbraccio, forte ma al contempo delicato.

Written by Ezio

22 dicembre 2010 at 12:21

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Calciatori

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La storia che insudicia i calciatori di colore con frasi e cori idioti almeno quanto coloro che li urlano nello stadio non è affatto nuova, anche se nell’italica terra si tende ad accettare il negro (se bravo) purché non sia italiano. Si racconta che il gioco del calcio sia stato inventato in Inghilterra alla fine dell’ottocento, sarà anche vero però mi risulta che in Brasile, subito dopo la prima metà dell’ottocento, già ci fossero ragazzi divisi in due gruppi che si litigavano coi piedi una palla di stracci cercando di farla passare tra due pali. Niente di che.

All’inizio del ‘900 il calcio, in Europa, era considerato un passatempo per bianchi, un’attività per scaldare i muscoli dopo l’ora della messa, niente a che vedere coi negri. Eppure, già negli anni ’20, il calcio era diventato uno sport importante.

Per ragioni di prestigio nazionale il presidente brasiliano suggerisce all’allenatore della nazionale di non includere negri nella squadra che parteciperà ai prossimi campionati sudamericani, nonostante i precedenti fossero stati vinti proprio dal Brasile grazie ad un gol di un calciatore mulatto nato da un tedesco emigrato e da una negra. Le scarpe del calciatore, tal Friedenreich, sono ancora sporche di fango e stanno appese in bella mostra in una vetrina di un gioielliere mentre il presidente sussurra il consiglio al mister. Si racconta che Friedenreich avesse i capelli ancora pettinati alla fine di ogni partita, nonostante fosse un gran colpitore di testa.
Poco dopo, nel campionato brasiliano, appare un altro fenomeno coi piedi dal nome molto più semplice: Carlos Alberto. Carlos Alberto è (pure lui) negro, ma per i tifosi del Fluminense non si chiama Carlos Alberto bensì “polvere di riso”. Lui fenomeno con la palla tra i piedi, prima di entrare in campo si “(s)colora” la faccia e le gambe con della polvere di riso.

Written by Ezio

20 dicembre 2010 at 12:29

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Accade

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Accade quando si è costretti a partire da un punto di estremo isolamento, laddove la sensazione d’impotenza insudicia. Accade perché prima di costruire il nuovo si abbisogna di demolire il vecchio. Accade perché niente sembra essere più necessario.

Written by Ezio

14 dicembre 2010 at 22:18

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La locomotiva

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È partita, questa mattina, sgusciando fuori dal disco, poi dal lettore ciddì e poi dalle casse (ma dove risiede, la musica?) tra un “soy bolita en Italia soy colombo en Nueva York” di Leòn Gieco e un “prendono in coppia l’autobus le cenerentole di periferia” di Federico Sirianni. Non che avessi propriamente voglia di ascoltarla ma… in effetti non l’ho ascoltata, come non ho ascoltato le parole di mia moglie che si mescolavano con la musica e col rumore rauco del motore diesel. Fin dalle prime note mi ha ricordato un film che ho visto almeno sei-sette volte ma che non vedo da almeno quattro anni: “C’era una volta il west”.
La fine dell’epopea, l’inizio della modernità. Già, perché i protagonisti di quello che ritengo un capolavoro cinematografico non sono né il giovane Charles Bronson con la faccia da indio e (forse) per la prima e unica volta senza baffi davanti alla cinepresa, né il cattivo Henry Fonda né la bella Claudia cardinale d’allora. I protagonisti, a mio avviso, sono la ferrovia e la vendetta.

Già, la locomotiva. E la ferrovia, la strada dove corre, l’anaconda di ferro?

Davanti a tutto e tutti c’erano i cannoni con le micce spente ma pronte, e quando tuonavano abbattevano muri, barricate, case, vivi; dietro erano schierati i soldati: indios, mezzosangue, affamati e indottrinati, pronti a dar fuoco ai campi di mais e al colpo di grazia; dietro di loro i braccianti, gente distrutta da quindici ore di lavoro al giorno sotto qualsiasi tempo, a posare binari e piantare pali del telegrafo e, quando richiesto, pali per le forche.
La ferrovia tracciava allora il confine tra il mondo antico e quello moderno, avvicinando posti lontani e separando quelli vicini, scavava, divideva il territorio in territori come le strade d’asfalto dividono i territori in lotti, distruggeva foreste, spianava colline e, nell suo marciare spedito e arrembante, ingoiava uomini liberi e sani e cagava schiavi e sangue fresco.

Svecchiare, modernizzare, innovare, costa! E il prezzo da pagare si paga sempre con carne fresca.

Ma, Sergio Leone, ha voluto chiudere il film con un duello, ultimo atto di giustizia in un mondo che andava pian piano morendo:  “Ci passerete un giorno o l’altro?” “Un giorno… o l’altro.”
Di lì a poco, infatti, la vendetta avrebbe preso il nome di giustizia e l’intermediario avrebbe preso in consegna l’intera esistenza dei contendenti, stringendoli in una morsa mortale. Eppure, nonostante, resto convinto che l’intermediario ancora oggi non abbia la forza di modificare dall’alto la struttura sociale, a meno che i legami che la compongono non si dissolvano da sé soli.

Written by Ezio

10 dicembre 2010 at 16:26

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Mundo alas

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Mundo alas non è un film.
Mundo alas non è un documentario.
Mundo alas non è un disco.
Mundo alas è un viaggio intorno prima e dentro poi al mondo dei diversamente abili; è una “familia rodante” non in senso giuridico ma in senso antropologico, dove un buon numero di persone si incontrano fino a scegliersi e formare quella che si chiama comunità. È un mondo che mette le ali e impara da sé solo a volare. È lo schiaffo che arriva improvviso e inaspettato: coglie, spinge, percuote, travalica. In questo mondo i diversamente abili tracciano il confine e lasciano al di là di questo la mediocrità (e continuando a giocare con le parole aggiungo che Leonardo Da Vinci e Albert Einstein sono stati diversamente abili rispetto ai normalmente abili della loro specie) di milioni di normalmente abili.
Dalla strada al teatro, nella normalità di corpi quasi irriconoscibili come tali e di capacità artistiche in grado di oltrepassare l’arte fino alla soglia della trasgressione contravvenendo e violando i limiti imposti dalla natura, all’inizio quasi impauriti  davanti a tante persone. Da questo viaggio fin dentro il cuore di artisti sconosciuti e impossibilitati da menomazioni fisiche Leòn Gieco ricava novanta minuti di pellicola e sessantotto di CD regalando lacrime e sorrisi, musica nuova e vecchia, pittura, tango, parole e tanta tanta strada.
Bùsquenme, io sono qui, dentro di me, bùsquenme!

Il trailer è qui

Il resto, film e ciddì, diventano reperibili interrogando il risultato della duplicazione fra l’asino e la cavalla.

Written by Ezio

7 dicembre 2010 at 18:43

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