Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for febbraio 2008

Incontri

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Da un po’ di tempo possiedo questo giocattolo.

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Non mi metto a “menarla” – a quei pochi che leggono – con la storia del senso di libertà che la moto suscita, né mi interessa trattare tutti i “modelli” che il motociclismo amatoriale in un certo senso impone; dico solo che c’è una grossa differenza tra l’accendere un motore per andare a fare una commissione e l’accenderlo per un giro di piacere. È merce e tale rimane, la moto, va solo trattata con particolare cura e particolare cautela, come quando si cerca di addomesticare una tigre: movimenti lenti, calma, giudizio, altrimenti ti arriva una zampata che ti taglia la faccia e ti apre il petto. Rischi, ma nel rischio provi soddisfazione e piacere.
Ma non è di moto che intendo parlare, o almeno non solo.
Dopo un centinaio di km, questa mattina, mi sono fermato a fumare una sigaretta nel solito borgo di Pratica di mare: mi fermo lì perché al ritorno posso percorrere una strada lunga circa quattro chilometri, composta da una serie di curve strette e di curve ampie, di saliscendi continui e di asfalto perfettamente liscio e pulito; nonché perché trovo splendido e rilassante il posto.
Passo sotto l’arco e parcheggio, spengo, mi tolgo guanti e casco, sfilo dalle spalle lo zaino che mi porto sempre dietro e tiro fuori un pacchetto di Gitanes; ne accendo una sedendomi subito dopo su un basso muretto.
Vicino a me, ad una decina di metri, noto un vecchietto in piedi: mi guarda restando immobile; anch’io lo guardo, continuando a tirare boccate.
Mi guardo intorno: il bar, il ristorante, la chiesa (che non manca mai), il giardino centrale con un paio d’alberi spogli e sopra di essi una trentina di corvi gracchianti, ora posati ora volando in cerchio; i pochi appartamenti con dentro persone disposte ad un sorriso per ogni avventore del luogo. Nella testa suona Leòn Gieco, come da un po’ di tempo a questa parte.
Finita la sigaretta rimetto a posto lo zaino, indosso il casco con la visiera aperta legandolo ben stretto e mi infilo i guanti, salgo, metto in moto, “appunto” i piedi per terra per spostare la moto indietro, premo il pedale del cambio e dopo il classico “clack” vedo lui che si avvicina, allarga un sorriso mettendo in mostra i suoi quattro denti rimasti e mi dice: “Buongiorno.” “Buongiorno”, gli rispondo da sotto il casco; e non sapendo cos’altro cazzo aggiungere mi lascio scappare: “È un bel posto questo.”
“Sì, è un bel posto! Qui ci sono nato!”
“Beh, anch’io! Al di là della strada, a non più di tre-quattrocento metri da qui.”
“Davvero!?!?”
“Sì, mio padre lavorava in un podere proprio al di là della strada, fin dai primi anni cinquanta, e tra Torvajanica e Pomezia ci abitano ancora alcuni parenti.”
“Come ti chiami?” Mi chiede spostando lentamente lo sguardo dai miei occhi alla moto.
“Un attimo.” Tiro giù il cavalletto laterale, spengo la moto, sfilo i guanti, mi tolgo il casco e gli dico il cognome.
“Ma no?!?!? Ma davvero?!?!? Io li conosco i tuoi parenti! E anche se non lo ricordo avrò sicuramente conosciuto tuo padre.”
E comincia a raccontarmi di storie antiche, delle feste all’interno del borgo con lui che preparava l’albero della cuccagna, proprio al centro della strada, proprio lì dove ho fermato la moto che le poche macchine entranti sono costrette a schivare lentamente: “Lo conosci, no?” “Eccerto!” Dei riti di matrimoni e comunioni che ancora oggi “si fanno qui perché il posto è bello e tranquillo e si mangia bene, e se non fosse per il rumore dell’aeroporto militare si starebbe anche meglio”. Mi parla per una mezzora di partite a carte con cognomi di cui – secondo lui – dovrei avere ricordo e cognizione; di matrimoni spettacolari e feste di piazza. Mi parla di amore per la vita.
Mi parla di vita, insomma, non della storia di una Pomezia voluta fortemente dal fascismo per creare una sorta di antiuomo, una simbiosi tra terra e contadino dove il concetto di ruralità acquisisce forma e dimensione antioperaia e antiurbana.
Oggi Pomezia è una media cittadina industriale, e probabilmente, quando quest’uomo morirà, con lui scomparirà anche un’intera enciclopedia orale del luogo.
Prima di andarmene, dopo circa una mezzora di ascolto, si è anche raccomandato: “Vai piano che questa moto è grossa!” Grossa ha detto, non veloce. Ho avuto quasi la sensazione di essere capitato per caso dentro un teatro, dove ero spettatore e attore al contempo.
“Ci può scommettere”, ha ricevuto in risposta. E chissà se ha pensato a cosa volessi dire: “Sì, andrò piano!” Oppure: “Sì, è grossa!”
Ho percorso i pochi chilometri di curve e saliscendi di via di Pratica di mare in terza, con una sola mano, a non più di trenta chilometri l’ora, beccandomi pure un paio di “strombazzate” dalle macchine che mi seguivano e non potevano sorpassarmi. E a non più di cinquanta il lunghissimo rettilineo di via Arno-viale Po che porta sul lungomare, sorpassato pure da un paio di cinquantini, con nella testa l’idea che i soldi spesi per la benzina fossero stati ben ripagati, e con la musica e la voce di Leòn Gieco che martellava e ripeteva continuamente:

“La cultura es la sonrisa que brilla en todos lados
en un libro, en un niño, en un cine o en un teatro
solo tengo que invitarla para que venga a cantar un rato
Ay, ay, ay, que se va la vida
mas la cultura se queda aquí.”

Sono tornato con la testa sulla strada solo sul lungomare che porta ad Ostia, c’era poco traffico e lì un paio di zampate le ho viste partire, con le unghie a pochi centimetri dalla faccia. Le tigri, si sa, si incazzano quando meno te lo aspetti; e bisogna stare sempre all’erta, e avere i riflessi pronti…

Written by Ezio

26 febbraio 2008 at 00:25

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Anna(?)

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Questa sera una delle tante “Anne” vedrà un gruppo di carabinieri banchettare col suo feto, magari accompagnati nell’orrendo convivio da qualche testimone della CEI o da sua Santità in persona (ché, si sa…) davanti ad una tavola imbandita con tovaglia di seta e coppe d’oro e fiaschi di buon Chianti.
Quattrocentosessantagrammi di tenere membra da succhiare e tenere ossa da spolpare lentamente e niente da dividere coi cani, ché dei cani – si sa – ne hanno paura perché risultano essere troppo intelligenti per loro.
Non ho suggerimenti né consigli da dare se non la speranza che “Anna” sappia prendere il cuore (anzi, i cuori) in mano e stringerli forte, quelli di chi ha osato irrompere per violare la sua intimità.

Certi momenti

Anna che hai scavalcato le montagne e hai preso a pugni le tue tradizioni
lo so che non è facile il tuo giorno ma il tuo pensiero è fatto di ragioni
i padri han biasimato la tua azione
la chiesa ti ha bollato d’eresia
il cambiamento impone la reazione
e adesso sei il nemico e così sia
Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono
Adesso quando i medici di turno rifiuteranno di esserti d’aiuto
perché venne un polacco (o un tedesco) ad insegnargli
che è più cristiano imporsi col rifiuto
pretenderanno che tu torni indietro
e ti costringeranno a partorire
per poi chiamarlo figlio della colpa
e tu una Maddalena da pentire
Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono
Volevo dedicarti quattro righe per quanto può valere una canzone
credo che tu abbia fatto qualche cosa anche se questa è solo un’opinione
che lascerà il tuo segno nella vita e i poveri bigotti reazionari
dovranno fare senza peccatrici saranno senza scopi umanitari
Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono
Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono

Pierangelo Bertoli

Written by Ezio

12 febbraio 2008 at 22:47

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Porta Portese

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porta-portese.jpg

“C’è una vecchia che ha sul banco
una foto di papa Giovanni
lei sta qui da quarantanni o forse più
e i suoi occhi han visto re
scannati ricchi ed impiegati
capelloni ladri artisti e figli di…”

Porta Portese non è un mercato di Roma, è il mercato di Roma. Non riesco a immaginarmela una Roma senza questo mercato dove non c’era tutto ma di tutto un po’.
Negli anni ’70 c’erano i russi con le loro ottiche da quattro soldi ma che non avevano nulla da invidiare a quelle dell’altra Europa, stendevano per terra i loro teli con sopra Zenit e binocoli, obiettivi di tutte le lunghezze focali e attacchi adattabili a tutti i corpi macchina; ed erano più che gentili. Ora il posto dei russi è stato preso dai cinesi: asettici, “dentro” bancarelle che sembrano uteri, con esposta tecnologia spesso inutile per tutte le tasche.
Ma non è di questo che voglio parlare.
Porta Portese era il luogo dove i morti di fame passavano le domeniche a giocare alle tre carte, o alla pallina nascosta sotto un bicchiere: botte da centomilalire ognuna, mica cotica.
Il passaggio abbisognava di semafori per dirigere il traffico umano: spallate e bustate addosso e pestoni sui piedi, e non più di cinquanta centimetri tra una bancarella e l’altra.
Adoravo sentire la puzza degli avvolgimenti dei motori elettrici sparsi su stracci appoggiati a terra; pezzi di ricambio usati e ormai inservibili; vecchi Amstrad e Commodore 64; mobili distrutti dal tempo e dalle tarme e scheletri di sedie dalla paglia marcita. E chissà quanta storia passata su quelle sedie, quante discussioni famigliari o tra amici, e quante bevute di vino fino al punto da pacificarsi.
E poi le bancarelle degli africani colme di totem di legno e tamburi di tutte le taglie, e armi e statuette di animali intagliate nel legno che solo mani di colore nero sanno fare.
Vecchi libri polverosi dalle pagine sbiadite mescolati con vecchie riviste porno, tra un topolino un tex e una lucifera.
Musica peruviana e africana mischiata con le note di Baglioni e Ramazzotti; e cesti di cd in cui mettere le mani e frugare in cerca di qualcosa o di nulla.
Porta Portese era di più: erano le facce rugose e scavate dal tempo dei vecchi venditori; le zingare con le gonne larghe e lunghe; le urla: “Oggi si svendeeee! Tutto a tremialaaaaaa”. La “caciara” e l’allegria di un mercato in cui non si andava per comprare ma si finiva comunque col portare qualcosa a casa.
Resistono i vecchi box di lamiera ad apertura giornaliera – anche se per la legge sono abusivi da tempo immemore – che vendono per lo più bici e accessori moto e auto; hanno un paio di cessi “condominiali” messi dal comune in cui si può pisciare (e oltre) per la modica cifra di cinquanta centesimi, ma di bancarelle domenicali ne sono sparite più del cinquanta percento.
Domenica ci sono capitato dopo un po’ di tempo, ogni banco rimasto aveva la licenza ben esposta per l’acuta vista dell’autorità competente; mancava tutta la parte dell’usato esposto per terra e di fatto c’era un banco su tre, almeno a giudicare dagli spazi vuoti.
No, non c’era una vecchia dalla faccia scheletrica con la foto di papa Giovanni sul banchetto in grado di raccontarti una storia di quartiere o la vita e le vite del quartiere, solo finanzieri in borghese con la cartellina sotto il braccio – tanto in incognito che il mio cane li avrebbe riconosciuti subito – che si aggiravano tra una bancarella e l’altra; e vigili e polizia, tanti e tanta.
Vigili ad ogni ingresso laterale e dentro il mercato, a “dirigere” un traffico di umani che non abbisognavano di scansarsi per passare, in numero proporzionale alle bancarelle rimaste.
Un mercato talmente morto che l’ho girato col marsupio ben chiuso e stretto a tracolla e il portafoglio ben occultato, ché di pistole ne giravano fin troppe.

Written by Ezio

5 febbraio 2008 at 23:41

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Governare

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Solo poche parole da “spendere”, perché mi rendo conto di come il transitivo “governare”, di cui si fa uso e abuso in questi giorni di campagna elettorale, perda di significato rispetto all’accezione comune a cui mio padre si riferiva per indicare l’azione che si accingeva a compiere prima di portare il cibo ai cani e poi alle mucche e poi ai maiali e poi agli animali dell’aia.
Dai cani riceveva in cambio fedeltà e compagnia, ma anche obbedienza nonché la sorveglianza della fattoria; dalle mucche il latte e il concime (meglio conosciuto come “stabbio”, da stabbiano, voce del verbo stabbiare, congiuntivo tanto caro al leader forcaiolo dell’Italia dei valori) per la terra; dagli altri animali ancora concime nonché carne.

Auguri.

Written by Ezio

2 febbraio 2008 at 23:21

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Uomini, niente di più

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Ci sono serate che vanno in una certa direzione: hai un libro sul comodino con impressa sulla copertina la foto di una P38 impugnata da una mano che non trema e sai che devi finire di leggerlo, che mancano solo una cinquantina di pagine; ripensi alla storia di un sardo che ti racconta di un figlio diciassettenne morto non si sa di che – ché l’avvocato gli dice che deve giocoforza fermarsi davanti al silenzio di un ospedale romano gestito dal vaticano – mentre da dietro bottiglie legali ne tira fuori una di quel filuferru che solo da certe parti sanno fare; e poi il “mirtu sardu”. E ti parla mentre a mano taglia il prosciutto e poi il formaggio stagionato in grotta. Ti parla e scopri che conosce persone che anche tu conosci, e ne parla come ne parleresti tu.
E continua a parlare di una moglie giunta giù giù, oltre la “porta del labirinto”, dove ha fermato il passo e guardato indietro… Troppe spese se si vuole andare avanti, dice l’avvocato.
Prima di andarmene, dopo quasi un’ora passata davanti al bancone di prodotti tipici, mi è passato per la testa di dirgli: Ma cosa me ne frega a me della tua vita, dei maialini spagnoli che muoiono poco dopo la nascita e che finiscono nelle nostre tavole e che sanno di gomma, dei polli di batteria che muoiono di malattie e che vengono venduti ugualmente, di tuo figlio ammazzato da mediocri medici obiettori, di tua moglie che si è lasciata andare fino ad ammalarsi seriamente, fin quasi a rinunciare a vivere. E invece gli ho solo chiesto se fosse di Cagliari. “Sono Sardo” è stata la sua risposta. Me ne sono andato col suo numero di telefono in tasca, e lui il mio, con la promessa di un mirto ben più denso di quello che abitualmente vende e con un’altra di ritrovarci al laghetto di Trigoria per una pescata insieme.
Uomini col carico della propria storia, trasparenti come il vetro o aperti come un libro aperto, niente di più e niente di meno.

Così stasera, invece di pensare alla mamma di tutti gli italiani che ha ormai perso conoscenza, di controllare i sondaggi sulla sfida Obama-Hillary, di pensare ai blindati italiani in Afganistan con impressa la palma dell’Afrika Korpsc, di concentrarmi sull’eventuale differenza tra un accordo vero e uno finto, tra una riforma elettorale e l’altra e referendum e tante altre menate ho solo voglia di bere, perché di bottiglie di filuferru me ne ha vendute due più una di mirto, in barba agli altri clienti. Perché alla fine mi ha pure regalato una bottiglia di novello da bere alla mia salute.

Ci si ubriaca col filuferru? Certo che no! Neanche al terzo bicchiere e neanche al quarto! Non ci si ubriaca con l’alcol ma con la musica. Ci si ubriaca di rock, stasera, perché la porta del labirinto è contenuta in uno degli album più belli degli anni ’90; perché lo richiede il momento e perché i Gang non li ascolto da un po’ di tempo. Perché Marino è scoppiato a ridere quando gli ho chiesto (tempo fa) di cantare (o recitare) “Il buco del diavolo” – “siete in due a chiederla, tu e uno di Milano” – lasciando intendere che non se la ricordava. Perché una volta (e) per sempre abbisogna trovare il coraggio di andare avanti, verso la porta dell’uscita, fregandosene del fatto che sia d’oriente o d’occidente.
È un po’ come stringere nella mano una manopola quando si profila un rettilineo lungo largo e vuoto: pochi millimetri e pochi secondi per sentirsi catapultati oltre; così la rotella del mouse che regola il volume del piccì, ché il rock bisogna lasciarlo urlare, sentirlo mentre frantuma la membrana e il martello e l’incudine e tutto il resto dell’orecchio medio.
E ci metto il testo di questa canzone, non per le due o tre persone che di tanto in tanto passano di qua (ché tanto lo sanno a memoria) ma perché mi riporta al giudizio morale degli adulti che ero obbligato a frequentare allora sul martire di Ostia. Ce lo metto, questo testo, per tutti i poveri cristi che vengono scaraventati giù e ancora più in fondo da una società di merda che fa scontare ai figli le colpe dei genitori e premia i figli coi meriti dei genitori. Per tutti coloro che sono partiti, ma solo per tornare.

Il buco del diavolo

Gli zingari del fiume
erano tornati
dopo aver chiuso
il Grande Cerchio
là dove abita il vento
e il sole va a dormire.
E noi per giorni
e giorni andammo
a sud e a sud ancora.
Tutto ormai era lontano
le torri il giardino il fiume
e la montagna.
Fino a che solo noi
con il deserto dentro
gli occhi e le gole
E sete e sabbia
Bestemmia e Preghiera
bruciavano le parole.
Quando cademmo
fermi aspettammo la visione
nella valle dell’ultimo sospiro
vennero il coniglio
ed il serpente
custodi e testimoni
della tentazione.
Noi li seguimmo fino
alla Grande Gola
dove il Corsaro di Casarsa
ci aspettava
“Venite” disse “giù
e ancora in fondo
nel Buco del Diavolo, giù
dove si va una volta sola”
E noi per nove giorni andammo
giù e ancora in fondo
gradino per gradino
fino alla Porta del Labirinto.
C’erano due gemelli
a far la guardia
Amleto ed Arlecchino
Il Poeta d’Officina ci disse
entrando
“non vi guardate indietro
non fermate il passo
al pianto e alle grida
andate sempre avanti
fino alla porta d’Oriente
la Porta dell’uscita”
E passammo tra i cortili
le mura le stanze ed i cancelli
erano vinti e vincitori
erano lupi ed agnelli.
Vedemmo le madri partorire
una guerra
e i padri annegare quando
il fiume era in piena.
Vedemmo i figli divorati
dalla scimmia sulla schiena.
Il Diavolo dormiva
e sognava la palude
quando noi smarriti e stanchi
arrivammo nell’Orto dei Pensieri
sotto il Pesco di Giuda
c’erano due uomini seduti
soli tristi e muti.
Il primo si alzò dicendo
che nell’altra vita
si era fatto Dio da solo
per in miracolo padano
Aveva usato l’inganno e la rapina
ma con un colpo solo sparato
dal terrore
era venuto qui a nascondere
per sempre la sconfitta
e il disonore.
L’altro con gli occhi a terra
e la voce che tremava
disse che nell’altra vita
si era fatto da solo
un uomo di sangue ossa e sudore
ma quando il suo tempo
non venne più pagato ad ore
la rabbia non trovò la strada
per giungere al suo cuore
Un nodo alla gola fu la soluzione
era venuto anche lui
a nascondere per sempre
la sconfitta e la delusione.
Più avanti gli altri andavano
quando io udii una voce
veniva da un rovo
di spini e di rose
“Portami via con te portami via”
ed io la vidi spezzata in mille specchi
e dissi ” Ora che ti ho trovata
verrai con me per sempre
anima mia”.
E passai da solo il tunnel
il lunapark la pista degli scontri
fino all’uscita
dove tutti insieme una volta ancora
ci trovammo.
Il Martire di Ostia ci salutò
per tre volte le braccia sulle spalle
tre volte tutti lo abbracciammo
aveva un giglio in mano
quando ci disse
con una lingua nata di domenica
“voi siete partiti
ma solo per tornare
ed ora che le strade
sono vuote
una volta per sempre tornate
al tempo delle rose”.

(GANG)

Written by Ezio

1 febbraio 2008 at 22:44

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