Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for febbraio 2010

Uhm…

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Written by Ezio

26 febbraio 2010 at 10:22

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Femmine

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Nel grembo, al caldo,  dov’è stata covata fino alla nascita, sua madre ha covato altri quindici figli, qualcuno prima qualcuno dopo. Jane somiglia in modo straordinario ad uno dei suoi fratelli più grandi: ha un talento innato per le scienze, ha volontà da vendere e una parlantina da far invidia ad un avvocato o un politico. Si sposa giovane con un artigiano povero ma con le mani di seta: costruisce selle per cavalli e lavora il cuoio con gesti semplici e più precisi di un chirurgo. Dopo dieci mesi partorisce il primo figlio e, per i successivi venticinque anni, ne partorirà un altro ogni due. Qualcuno gli morirà tra le braccia, aprendo ogni volta una ferita profonda nel suo petto. Altri invece sopravvivono e chiedono cibo, amore, acqua, istruzione e un tetto sotto il quale ripararsi. Così, Jane, passa le sue giornate a cambiare e lavare pannolini, a cucinare lavare piatti e pulire il resto della casa, nonché a fare il bagnetto ai figli. Si carica pesanti fardelli di spesa e, quando ha tempo, insegna anche a leggere e scrivere. Impara l’arte di lavorare il cuoio aiutando il marito nella bottega e impara altri mestieri. Quando diventa vedova i figli sono ormai grandi e lei si occupa dei genitori ormai vecchi e dei nipoti, e non disdegna il suo aiuto alle figlie rimaste zitelle. Così passa e si consuma il tempo di Jane. Non ha mai conosciuto il piacere di un viaggio o di un bagno nel mare, né ha mai conosciuto il tempo della poesia dell’arte e della scienza. Il fratello cui tanto somiglia coltiva ancora il piacere del sesso mentre lei ignora completamente che il sesso possa procurare altro che figli da partorire. Jane è una donna che vive il suo tempo come tutte le donne: compie i suoi doveri di femmina e madre in questo mondo e così paga la colpa della maledizione del vecchio testamento.
Le dicerie e i mormorii, all’epoca, sussurrano che Jane Franklin è una donna tanto intelligente che avrebbe percorso la strada di suo fratello Benjamin, se fosse nata uomo.

Written by Ezio

25 febbraio 2010 at 12:46

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Comizi

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Nei salotti televisivi le dame di plastica annodano parole con parole fino ad  intrecciarle e farne una sottile fune; gli uomini, invece , ne fanno virili gomene. Qualcuno, di fuori, guarda il tetto luccicante di stelle sopra di lui: è il suo tetto, anche quando piove e le stelle se ne vanno a dormire, o quando fa troppo freddo o troppo caldo; e non l’ha scelto. Si apre la patta e piscia addosso a un muro di mattoni tanto vecchi da essere ormai diventati rugosi e da aver perso l’udito; tanto vecchi ma non incapaci di raccontare. Una donna, invece, si acquatta dietro un cespuglio e lì si libera fra suoni di clacson e canti di grilli. Domani troverà un nasone (fontanella a Roma) e lì si laverà. Dentro una piazza una persona colta e dinamica farfuglia qualcosa all’orecchio di molti: strizza l’occhio, alza la voce e poi l’abbassa, ammicca, si rimira, si convince per convincere. Parla di Diritti dell’Uomo e traccia una linea immaginaria a separare il bene dal male. Getta parole e discredito sulle puttane, e poco importa che siano le stesse che hanno aspettato pazientemente la sua erezione, per ore, la sera prima. Getta discredito sulla droga che infesta le strade, tanto nessuno sarà in grado di notare la grandezza delle sue narici. Getta discredito sui malviventi, che sono malati di mal di vivere. Fuori, non troppo lontano, ci sono i rastrellatori di regime, tutti vestiti uguali, che vanno a caccia coi bastoni e le manette degli abitanti del sottobosco urbano. Puzzano, di merda di piscio e di povertà, ma loro hanno le maschere e, quando serve, i guanti. La piazza si gremisce sempre più, si riempie di salariati liberi che rivendicano il lavoro e il salario, perché non hanno mai visto in tutta la loro vita una quantità di monete impilate fino ad un’altezza sufficiente a garantire la sopravvivenza. Non hanno mai maneggiato quelle monete ma sono prigionieri del debito, contratto fin già dallo stato embrionale. Ai loro figli toccherà in sorte di ereditarlo, e con il debito erediteranno la fame che porta con sé. E la paura. La persona colta e dinamica si ferma e beve un sorso di vita, poi continua a farfugliare, mentre altra vita va.

Written by Ezio

23 febbraio 2010 at 15:14

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Chippewa

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Vado a volte
provando una pena di me
mentre il vento mi porta via
attraverso i cieli.

L’arbusto
si è seduto sotto l’albero
e canta.

(Canto degli indiani Chippewa, della regione dei grandi laghi)

Così racconta di loro Eduardo Galeano:

Tra gli indiani del Canada non ce n’è uno che abbia la pancia o la gobba, dicono i frati e gli esploratori francesi. Se esiste qualche zoppo, o cieco, o guercio, è per ferite di guerra.
Non conoscono la proprietà né l’invidia, racconta Pouchot, e chiamano il denaro “serpente dei francesi”.
Considerano ridicolo obbedire a un loro simile, dice Lafitau.  Eleggono capi che non hanno privilegio alcuno; e chi si rivela autoritario viene destituito. Le donne esprimono le proprie opinioni e decidono al pari degli uomini. L’ultima parola spetta ai consigli degli anziani e alle assemblee pubbliche; ma nessuna parola umana risuona più forte della voce dei sogni.
Obbediscono ai sogni come i cristiani al mandato divino, osserva Brébeuf. Obbediscono ai sogni ogni giorno, perché attraverso i sogni l’anima parla ogni notte; e quando giunge la fine dell’inverno, e si rompono i ghiacci del mondo, celebrano una lunga festa consacrata ai sogni. Allora gli indiani si travestono ed è permessa qualsiasi pazzia.
Mangiano quando hanno fame, annuncia Cartier. Non conoscono altro orologio che l’appetito.
Sono libertini, avverte Le Jeune. Sia la donna che l’uomo possono rompere il matrimonio quando vogliono. La verginità non significa niente per loro. Champlain ha conosciuto vecchie che si erano sposate venti volte.
Secondo Le Jeune, non amano per niente lavorare, ma, in compenso, adorano inventare bugie. Ignorano l’arte, qualsiasi arte che non sia quella di scuoiare crani di nemici. Sono vendicativi: per vendetta mangiano pidocchi e vermi  e qualsiasi bestiolina a cui piaccia la carne umana. Non sono in grado, conferma Biard, di capire nessun concetto astratto.
Secondo Brébeuf, gli indiani non riescono ad afferrare l’idea dell’inferno. Non avevano mai sentito parlare del castigo eterno. Quando i cristiani cercano di spaventarli con la minaccia dell’inferno, i selvaggi domandano: “E all’inferno, ci saranno i nostri amici?”

Written by Ezio

22 febbraio 2010 at 16:32

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Preghiere

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Ci sono animali di molte specie. Animali forti, deboli, indifesi, piccoli, grandi. Non fa differenza. I più temuti dall’uomo sono forse i felini, che prendono alle spalle; o i serpenti, che entrano silenziosi, strisciando, nelle capanne. Il più strano pare sia un pesce sudamericano, tal mayupa, che si libera degli escrementi dalla testa, oppure la mantide. Come le femmine di molti ragni la mantide divora il maschio subito dopo l’accoppiamento. Lui è più piccolo e le sale delicatamente sopra l’addome, da dietro; lei gira la testa tutta d’occhi e priva di mento e lo guarda, e con questi grandi occhi, sporgenti come sfere o come zanne arrotondate dal tempo, ne valuta la distanza e poi lo afferra con le zampe anteriori chiuse come due braccia nell’atto della preghiera, e lo azzanna e lo divora lentamente, mentre è vivo. Lo mangia tutto, tanto da non lasciare nulla. A guardarla sembra essere molto pia e assai devota, la mantide, tanto che tiene le zampe anteriori sempre chiuse, sempre nell’atto della preghiera. E così, come in un pranzo tra vescovi o uno nelle buone famiglie cattoliche, pregando, mangia.

Written by Ezio

21 febbraio 2010 at 18:55

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Il piccolo genio

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Si racconta di creazione spontanea poiché Charles Chaplin, come i topi, pare nascere dagli stracci. Fruga come i mendicanti fra il vecchiume degli studi di Keystone, fuori e dentro, e lì trova i capi d’abbigliamento più sporchi e inutili che un uomo possa trovare. Trova tra i rifiuti e sceglie per sé i pantaloni più grossi che trova e la giacca più piccola che trova, e condisce il tutto con una vecchia bombetta e delle scarpe tanto grandi da essere troppo grandi anche per un clown. Si specchia e gli pare che manchi qualcosa, così aggiunge un paio di ridicoli baffetti e un bastoncino nella mano. Da quel momento quello che sembra essere un mucchietto d’ossa rivestito di cenci raccattati inizia a camminare come una papera e a salutare il suo autore con tanta riverenza da sembrare ancor più ridicolo, e camminando come una papera va a sbattere la testa contro un albero e s’inchina si toglie il cappello e gli chiede scusa.
Nasce così il mito di Charlot il vagabondo, il vezzeggiatore; e con lui, come d’incanto, il cinema muto inizia a parlare agli spettatori.

Written by Ezio

16 febbraio 2010 at 14:41

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Il dizionario assassinato

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“L’Ordine Criminale Del Mondo” visto con gli occhi di uno scrittore che ha da anni catturato la mia attenzione, tanto che mentirei spudoratamente se non ammettessi che molte delle storie che racconto qui dentro spuntano fuori dalla lettura dei suoi libri.

Fonte:

http://www.vocidallastrada.com/

Written by Ezio

14 febbraio 2010 at 19:47

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Delmira

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L’appuntamento è in una camera presa in affitto e Delmira, lì, attende con ansia l’uomo che le fu marito, l’uomo che la voleva solo per sé, per sé e per sempre. Due colpi di pistola per lei, uno per lui. I giornali, in Uruguay, la mattina dopo pubblicano in prima pagina le foto del corpo che giace sul letto: nuda, come l’arte cui apparteneva, vestita di sé e svestita di vestiti colorati e di fuoco.
Si dice che Delmira Agustini scrivesse da una sorta di trance…
Scriveva l’amore e la febbre sudata del piacere, senza nominare i peccati che vi si accompagnano. Era condannata dalla sua arte e dalla follia dei maschi che castigano nelle donne ciò che rende virtuosi gli uomini, perché nelle femmine la castità è un dovere come nei maschi lo è il privilegio e la ragione. La morale, allora come oggi, cammina davanti e separa il corpo dall’anima.
Così la sua tomba viene cosparsa di frasi e lacrime salate a proposito della grave perdita per la persona e per l’arte nazionale che rappresenta. Frasi e lacrime che fanno respirare i poveri afflitti: La morta è veramente morta? Meglio così!
La sua voce e il movimento dei suoi piedi faranno ombra per lungo tempo nei letti degli amanti mai conosciuti, che bruceranno nel desiderio, perché nonostante i peccati fossero imperdonabili tutti gli uomini sarebbero stati disposti a perdonarli, dall’altare del proprio letto.

Written by Ezio

12 febbraio 2010 at 19:06

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Stasera

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09 FEBBRAIO 2010
ore 20:00
ANDREA PARODI & MAX LAROCCA con Alex Valle e Fulvio A.T. Renzi



Written by Ezio

9 febbraio 2010 at 11:28

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Leggende

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Bahìa 1939
Città nera come un corvo, città che affonda radici ormai vecchie su antichi e aridi terreni: radici del trono di vicerè grassi e sazi di zucchero e schiavi, di sangue e torture. Lì tutto è nero e tutto ciò che ha importanza, dalla musica alla religione, è più nero del negro. Però a Bahìa persino i negri pensano che la pelle chiara sia un marchio di qualità, anzi di buona qualità. Ruth Landes non la pensa così. Lei è nordamericana, antropologa, e vuole studiare da vicino la vita degli ex schiavi in un paese privo di razzismo e ex schiavista: sarà il ministro a spiegarle che il governo si prefigge di purificare la razza brasiliana, infettata di sangue di corvo e responsabile dell’arretratezza e della stoltezza dell’intera nazione. Così, Ruth, frequenta i templi carichi di donne cariche di negritudine, perché laddove si recinta il nazionalismo culturale sfocia in follia.
Storia, o forse leggenda.
I templi sono colmi fino all’orlo di sacerdotesse rotonde come la luna e mai sazie, splendenti e perennemente pronte a ricevere dentro i loro corpi i corpi degli dèi sospinti fin qui dai venti dell’Africa. Il calore dei loro corpi somiglia al calore della propria casa, dove è sempre bello rifugiarsi, e dentro i loro corpi gli dèi entrano e godono e ballano e cantano e sudano fino a bagnare il pavimento, dalla sera alla mattina. Le sacerdotesse offrono al popolo il coraggio, e lo consolano, e le loro lingue parlano e raccontano il destino di ognuno. Non accettano mariti ma solo amanti perché il matrimonio uccide la libertà la gioia e il piacere, e infetta e accorcia il tempo, nonostante offra prestigio. Petto in fuori, sguardo fiero, le sacerdotesse condannano gli uomini al tormento della gelosia degli dèi, perché sono libere e sono le regine della creazione.
A Bahìa, Marìa Padilha, è Exù il vendicatore o una delle sue amanti, comunque la più donna delle donne e la più puttana delle puttane, quella con cui Exù ama rotolarsi più frequentemente tra le braci dei fuochi. Exù è l’immaginario Dio che si burla dei ricchi, colui che vendica chi non ha nulla, colui che è in grado di illuminare la notte e di oscurare il giorno, di far sanguinare l’acqua la foresta e la montagna. Ha due teste, una dalle sembianze di un angelo e una dalle sembianze di un demone, e nelle favelas è considerato un intruso poiché viene da un altro mondo. È in grado di uccidere o di dare la vita accarezzando, ed è nei corpi delle donne e degli uomini che vivono coi topi fra lamiere e immondizia e che con lui si rotolano e godono e ridono e danzano fino a cadere esausti. Marìa Padilha la si riconosce quando penetra nei corpi, perché insulta e ride al contempo e poi strilla come quando si sgozza un maiale e, quando esce dalla trance, pretende tabacco d’importazione e bevande costose. È una vera signora e così bisogna trattarla per avere dalla propria parte la sua più che riconosciuta influenza sul potere degli dèi e dei demoni. Ma non entra in ogni corpo bensì sceglie. Per manifestarsi al mondo degli uomini sceglie le donne che si guadagnano da vivere offrendo il proprio corpo in cambio di denaro nei sobborghi di Rio, perché sono disprezzate e schifate dagli stessi clienti che affittano la loro carne per poche ore; così facendo, Marìa, offre alle disprezzate la dignità e permette alla carne affittata di ergersi con dignità su e oltre l’altare, fino a far brillare l’immondizia della notte più del sole del giorno.

Written by Ezio

8 febbraio 2010 at 23:20

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Frasi

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1953
Il governo degli Stati Uniti fa esplodere la prima bomba a fusione – l’innesco sarà una piccola bomba a fissione – a Eniwetok; il presidente ha da poco nominato ministro della difesa un certo Wilson, il quale da buon dirigente non dimissionario della Generl Motors dichiara che ciò che va bene per la General Motors va bene pure per l’America. Lì – in America – c’è una città che si chiama Mosca e le autorità locali rivendicano l’esclusiva sul nome: chiedono che la capitale russa cambi il suo seduta stante per evitare associazioni imbarazzanti, dicono, proprio mentre i Rosenberg vengono cucinati sulla sedia elettrica con l’accusa di essere spie al servizio russo. Qualcosa sta cambiando, o tutto resta uguale. I sondaggi rivelano che ben oltre la metà dei cittadini americani è favorevole alla politica che, di lì a poco, porterà all’elezione di McCarty a senatore, dando inizio alla sua campagna contro ogni tipo d’infiltrazione comunista o libertaria all’interno della democrazia americana: l’ingegnere Kaplan si tuffa sotto le ruote di un camion, pur di non farsi interrogare… Einstein nel frattempo esorta gli intellettuali a non deporre davanti al comitato per le attività antiamericane, pena la rovina economica e pure la galera. Diversamente comportandosi – dice – gli intellettuali non meriterebbero altro che la schiavitù che si pretende di imporre loro. È incorreggibile, Einstein, e frugando nella lista dei compagni di strada del comunismo redatta dall’unico, immenso, luminoso neurone di McCarty si scopre che il povero Albert figura al primo posto. D’altra parte si oppone all’invio di truppe in Corea e coltiva amicizie coi negri, e poi è ebreo e McCarty dice che è pure ingrato, col sangue rosso e il cuore a sinistra.
Il comitato per le attività antiamericane comincia – come tutti i comitati – a esigere soldi carne e nomi, e i divi di Hollywood e le menti della cultura non sfuggono alle grinfie dei comitati: chi tace o non abiura finisce la carriera o finisce in galera, o viene espulso o resta senza passaporto. Un attore (Reagan) parla e dice che i rossi meritano di essere bruciati, e da lì comincia una carriera politica che lo porterà a diventare presidente. Un altro (Taylor) si pente di aver preso parte ad un film dove si vedevano dei russi sorridere. Odets chiede perdono e arriva a denunciare dei vecchi compagni. Ferrer e Kazan (quest’ultimo regista) arrivano a puntare l’indice contro alcuni colleghi.
Proprio in quell’anno – a due dalla morte – il New York Times intervista il fisico nato ad Ulma nel 1879, famoso… per essere famoso. Colui che aveva scritto la relatività ristretta prima e generale poi. Colui che aveva cestinato tonnellate di cartacce con su equazioni che dimostravano l’espansione dell’universo tredici anni prima della scoperta di Hubble: tutto sembrava essere fermo… Colui che amava ascoltare più che parlare, che ascoltava disquisire un ancora giovane Niels Bohr mentre scopriva nuove idee nell’atto di enunciarle – le sue riflessioni stavano tutte in ciò che diceva e tutto ciò che diceva lo diceva senza averci riflettuto prima. Era in grado di dare forma ai pensieri, lì per lì, mentre questi si tramutavano in parole – per poi fulminarlo con cinque parole: Dio non gioca a dadi!

Lei – gli chiede intelligentemente il giornalista del New York Times – è una persona di cultura, uno scienziato conosciuto in tutto il mondo, stimato e ammirato da anni: perché si veste in modo trasandato, non si pettina, non cura di più la sua persona e soprattutto la sua immagine pubblica?

Perché sarebbe ben triste se l’involucro fosse migliore della carne che avvolge!

Written by Ezio

4 febbraio 2010 at 19:11

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