Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for agosto 2008

Ruba! Niente a che vedere con la ciotola del mendicante!

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Leggo da qui: “Nuova tragedia a largo della costa maltese: 70 clandestini risultano dispersi, mentre otto sono stati recuperati dal motopesca “Madonna di Pompei”, a circa 40 miglia a Sud dell’isola. I superstiti, che adesso si trovano nel centro di detenzione di Safi, in un primo momento avevano parlato di 18 compagni finiti in mare e non ritrovati, ma in seguito agli interrogatori è emerso che a bordo del gommone ci sarebbero state 78 persone, tra cui forse otto donne, quattro delle quali incinte, e un bambino…”

Difficilmente mi capita di leggere una qualsivoglia stronzata dal giornalista-stronzo di turno e non percepirne l’esatta portata, soprattutto per l’uso improprio e spesso vergognoso delle parole cui hanno abituato chi legge.
Non so chi sia questo, ma l’uso dell’abusata parola “clandestini” (uhmm…) cui fa seguito centro di “detenzione” (mi ricordavo prima accoglienza…) e “compagni” (compagni? Vabbè…) che, pare, sarebbero anche “persone” (e da quando? Io ho sempre letto extracomunitari…) dopo il salvataggio da parte della “Madonna di Pompei” (eccheccazzo! Almeno si rende utile per una volta!) arriva a citare la portavoce dell’alto commissariato Onu (nientepopodimeno neh! Ma poi, chi altri dovrebbe??) che parla di tragedia… Tragedia? Vabbè, le parole del giornalista sono quasi quelle giuste al posto giusto, ma se veramente la portavoce gli ha parlato di tragedia meglio farebbe a chiedere anche ai pesci che dimorano nel canale di Sicilia, se sono o meno d’accordo con la portavoce.
Insomma: le strade per i cammelli, le scuole con all’ingresso le teste infilate su un palo, un vergognoso indottrinamento cattolico, un traffico d’armi e di schifezze senza soluzione di continuità, pare abbiano dato i frutti sperati.
I pesci (nel canale di Sicilia ma anche nello stretto di Gibilterra) ringraziano di cuore.

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Written by Ezio

27 agosto 2008 at 23:42

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Eclissi

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Quello a cui dedico più tempo, tra i miei hobby, è senz’altro l’astrofilia. Anche se devo ammettere che da qualche anno a questa parte quel “più tempo” s’è andato via via sempre più restringendo.
S’è ristretto il tempo delle letture scientifiche (soprattutto perché ho iniziato a leggere altro) e non frequento più associazioni astrofile.
Non faccio più “alzatacce” notturne neanche durante le tiepide notti estive, non passo più ore con l’occhio incollato all’oculare e, morale della favola, prima di cominciare alcuni lavori in casa ho smontato il telescopio e l’ho portato al piano di sotto, anche se il luogo dov’è destinato è il terrazzo, nei prossimi giorni.
Insomma, l’eclissi parziale di luna del 16 Agosto me la son guardata con gli occhi al fuoco di un binocolo 10*50, e le poche foto che ho scattato (sei le metto sul blog) le ho scattate senza il cavalletto: più che la fermezza della mano mi è stato di aiuto un ottimo stabilizzatore.
La fotocamera è una Panasonic FZ18 (sembra il nome di una moto: la mia si chiama FZ6, se mettono in commercio qualsivoglia oggetto meccanico o elettronico con nome FZ54 me lo compro per par condicio…)

Tutti gli scatti (tranne i due in automatico) sono con lunghezza focale 82,8, apertura 4,2 e sensibilità 400 ISO

In automatico

In autmatico

1/125,0 s 22:45:38

1/100,0 s 22:46:23

1/2,0 s 22:48:19

1/10,0 s 22:50:56

Written by Ezio

21 agosto 2008 at 20:50

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Vignetta

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Tanto minore è i tempo di apprendimento di un determinato lavoro tanto minore è il prezzo di produzione del salariato tanto minore è il prezzo del suo lavoro. Oggi il prezzo del lavoro di un salariato è determinato dal prezzo dei generi di prima necessità: tutto ciò che ci viene garantito come salario è tutto ciò che ci garantisce la sopravvivenza. Non un centesimo di più.

Non c’era bisogno del diploma…

Written by Ezio

20 agosto 2008 at 23:35

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Dov’è il nemico?

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“Dov’è il nemico? In questa storia egli non appare mai se non al margine del campo: una macchia che si muove alla finestra dietro la mitragliatrice, un’ombra al di là della barricata, un vecchio in un ufficio, una silhouette in trincea. Rimane quasi sempre anonimo. Ma, nello stesso tempo, il nemico è sempre presente. Non è un’illusione, non un’immaginazione. Per chi intende non soltanto battere un avversario militare, ma sovvertire la società in cui vive, una linea principale di lotta, sulla quale si distinguano ben da lontano, l’amico e il nemico, non esiste.”

Il porto di Roma (o di Ostia) altro non è che un porticciolo per piccole imbarcazioni di pochi metri, anche se sulle banchine si vede, di tanto in tanto, qualche yacht tra i trenta e i quaranta metri. Ci sono capitato quasi per caso pochi giorni fa, dopo sei o sette anni. Un luogo con una pista ciclabile e due marciapiedi ai lati lunghi circa settecento-ottocento metri che dividono due lunghe file di negozi; niente vicoli, né bui né illuminati, tante persone dedite allo shopping dietro le vetrine e pubblicità su schermi ultrapiatti ogni pochi metri. Pubblicità martellante come sugli schermi nelle stazioni e nei treni. Come in tutti i porti è vietato pescare, gridare, baciarsi sulle panchine, buttare cicche per terra, parcheggiare il proprio corpo in qualsivoglia angolo.
Fare foto non è vietato, ma coi tempi che corrono c’è sempre il rischio di una denuncia penale se davanti l’obiettivo ci capita un minorenne.
Asettico.
A due passi dal luogo della morte di Pasolini, quando lì c’erano baracche di legno marcito e vecchi recinti di rete arrugginita; e spiaggia e persone.
A due passi da quella “nuova Ostia” dove negli anni settanta spinsero famiglie su famiglie nei palazzi popolari per poi abbandonarle al destino del degrado urbano, coi muri che perdevano l’intonaco, la pioggia che passava dai tetti ai piani inferiori scivolando lungo le pareti interne ed esterne; dove trovarono rifugio nell’82 alcuni amici curdi, spinti qui dalla guerra e in attesa di ricominciare una vita nuova in America, in subaffitti con prezzi da un intero mese di lavoro. Dovrei ancora avere una lettera indirizzata a mio padre, da qualche parte, scritta in un misto di italiano e inglese.
Lì, dove un amico di allora seppe il luogo preciso dov’era finita la sua R5 rubatagli la mattina, e salì sul trenino a Piramide con un calibro dodici sotto il loden, e se la riprese, da solo.
Il porto non è un porto, è una semplice passeggiata per vecchi e bambini, una sorta di luna park senza attrazioni: il gelato, il popcorn, quattro chiacchiere solo se si esce coi famigliari e poi di nuovo in macchina.
Credo che ci farò un giro una di queste notti, anche se sono certo che lo troverò deserto.

Ma che ci azzecca il nemico che rimane anonimo lungo il porto di Roma? Niente. Il nemico (come nella citazione sopra) è anonimo e tale resta anche quando ne percepisci la presenza nei porti: “È intorno a noi in mezzo a noi molte volte siamo noi…”
Non è dato dai colori laziali vivaci e freddi del trenino, né dalle poche facce visibili che mi sono premurato di “sfumare” per renderle irriconoscibili, né dai bambini festosi accompagnati dai genitori per la modica cifra di “euritre per capa” a giro.
Non c’è e se c’è non si nasconde perché anonimo, anche se qualcuno lo identifica nell’educazione, nella disciplina, nell’addestramento, nell’indirizzo.

Written by Ezio

19 agosto 2008 at 18:12

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Parole

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Nel leggere queste parole mi viene in mente – più che fare i complimenti al giornalista che l’ha scritte – “Il giorno della civetta” e una frase di Sciascia ivi contenuta, finita poi in aforisma.
Ma forse a cambiare non siamo solo noi ma anche i tempi, e oggi che saper mettere in fila le parole, una in culo all’altra, è essenziale come ieri, diventa essenziale anche saperle mettere, sempre in fila, una in bocca all’altra.
Quello che mi chiedo è se, dopo il servizio orale, l’area di centro si deve “coprire” per intero e tutta in una volta o magari è sufficiente farlo nel tempo e un “pezzo” alla volta.
L’attesa per la soluzione di questo dilemma mi causa tachicardia!

Written by Ezio

16 agosto 2008 at 20:52

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Si dice

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Si dice (ed è così innaturale esordire con “si dice”) che Aleksàndr Isaievic Solgenitsin sortì fuori dal gulag perché terminale di tumore, e che ebbe una remissione spontanea della malattia grazie alla concomitanza della libertà ritrovata e della morte di Josef Vissarionovic Zhugashvili, figlio di calzolaio nonché di seminario nonché di sarta, meglio conosciuto come Soso e ancor meglio come Stalin. Sarà contento, di questi “si dice”, il dott. Hammer, sempreché sia sortito fuori anch’egli dalle patrie galere e sempreché sia riuscito a dimenticare la vicenda del figlio assassinato da un Re mancato.
Non ho molto tempo per scrivere tra la casa a soqquadro e notizie brutte che si rincorrono si fondono e poi si assommano, mi soffermo solo a pensare che la scrittura, quando parte di un matematico, mantiene la stessa bellezza ed eleganza di una relatività generale o di una cromodinamica quantistica.

Written by Ezio

6 agosto 2008 at 00:00

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Dai folli la follia

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Non che mi interessi punto…

… e nessun fondo (non più) su cui raschiare.

Del resto sono le piccole cose a differenziare l’uomo dall’uomo.

Grazie a Roberto Renzetti

Written by Ezio

4 agosto 2008 at 21:53

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