Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for ottobre 2010

Roba da vomito

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Mi rendo conto che la curiosità non è femmina ma semplicemente umana solo da un po’, tanto che proprio da un po’ di tempo a questa parte i “cercatori” di Salvatore Giuliano hanno superato di gran lunga i “cercatori” di puttane lungo la litoranea possibilmente giovani, brave, color cioccolato e con le labbra della bocca gonfie più o meno come le labbra tra le gambe.
È vero, lo stato ne ha combinata un’altra delle sue andando a riesumare un mucchietto d’ossa per cui tutti coloro che non sanno e che vogliono sapere digitano “Salvatore Giuliano” o “Montelepre” sui motori di ricerca sperando che l’arcano venga svelato; ed io – ahimè che niente avrei da svelare – svelo quello che penso di questa faccenda tanto grottesca quanto ridicola di fronte alla mia povera semplice mente:
Allo Stato non basta di mostrare, ha bisogno di dimostrare. E per dimostrare si mostra a tal punto da assassinare una persona per la seconda volta, a sessant’anni di distanza  dal primo omicidio, solo per mostrare prima e dimostrare poi quant’è stato bravo ad averla assassinata la prima volta.
Roba da vomito!

Written by Ezio

30 ottobre 2010 at 12:34

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Pena commisurata

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(…) In quel punto dovetti sapere per la prima volta che il male è irreparabile e non c’è modo di risanare un torto qualunque cosa si faccia dopo. Non c’è rimedio al di fuori di non commetterli e non commetterli è opera la più ardua e segreta in mezzo al mondo.”(…)

Erri De Luca
Non ora, non qui

Written by Ezio

29 ottobre 2010 at 16:48

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Ambientalismo

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Ancora da  “L’insurrezione che viene”

(Comitato invisibile)

La situazione è la seguente: prima hanno impiegato i nostri padri per distruggere questo mondo, e ora vorrebbero farci lavorare alla sua ricostruzione, e vorrebbero che questa sia, ed è il colmo, redditizia. L’eccitazione perversa che ormai anima tutti i giornalisti e i pubblicitari, a ogni nuova prova del surriscaldamento globale, svela il sorriso metallico del nuovo capitalismo verde, lo stesso che si annunciava già dagli anni Settanta, che aspettavamo dietro al prossimo angolo e che non arrivava mai. Ma adesso, eccolo qui! L’ecologia è il nuovo capitalismo verde! Le soluzioni alternative, sempre lui! La salvezza del pianeta, ancora lui! Non c’è più alcun dubbio: il fondo dell’aria è verde; l’ambiente sarà il perno dell’economia politica del XXI secolo. A ogni spinta verso il catastrofismo corrisponde ormai una raffica di «soluzioni industriali». L’inventore della bomba H, Edward Teller, suggerisce di polverizzare milioni di tonnellate di polveri metalliche nella stratosfera per fermare il surriscaldamento globale. La Nasa, frustrata di aver dovuto archiviare la sua grande idea di scudo antimissile nel museo delle fantasticherie della guerra fredda, promette di piazzare al di là dell’orbita lunare uno specchio gigante per proteggerci degli ormai funesti raggi del sole. Ecco un’altra visione del futuro: un’umanità motorizzata alimentata dal bioetanolo  da San Paolo a Stoccolma; sogno degno di un coltivatore di cereali della Beauce, che dopotutto implica soltanto la conversione di tutte le terre arabili del pianeta in campi di soia e di barbabietola da zucchero. Macchine ecologiche, energie pulite, consigli per la cura dell’ambiente che coesistono tranquillamente con l’ultima pubblicità di Chanel sulle pagine patinate delle riviste di opinione. Il fatto è che l’ambiente ha il merito incomparabile di essere, ci viene detto, il primo problema globale che si pone all’umanità. Un problema globale, cioè un problema del quale solamente coloro organizzati globalmente possono avere ragione. E gente del genere, la conosciamo bene. Sono infatti le compagnie multinazionali, le stesse che, da quasi un secolo, sono state all’avanguardia nella creazione del disastro, e che ora contano bene di mantenere la propria posizione, al prezzo minimo di un cambiamento di immagine.

Dai segretariati di Stato ai retrobottega dei caffé alternativi, è con le identiche parole che si parla di queste preoccupazioni, che sono, del resto, le stesse di sempre. Si tratta di mobilitarsi. Non per la ricostruzione, come nel Dopoguerra, non per gli Etiopi, come negli anni Ottanta, non per il lavoro, come negli anni Novanta. No, questa volta è per l’ambiente. Il discorso suona bene. Al Gore, l’ecologia alla Hulot e la decrescita trovano posto uno accanto all’altro insieme alle eterne anime pie della Repubblica per recitare il loro ruolo di rianimatori del piccolo popolo di sinistra, e del noto idealismo dei giovani. Con l’austerità volontaria come stendardo, lavorano bonariamente per renderci conformi allo «stato di urgenza ecologica in arrivo». La massa rotonda e appiccicosa della loro colpevolezza si abbatte sulle nostre spalle stanche e vorrebbe spingerci a coltivare il nostro orto, a smistare i nostri scarti, a fare del compost biologico partendo dai resti del macabro banchetto al cui interno, e per il quale, siamo stati viziati. Gestire gli scarti nucleari, gli eccessi di CO2 nell’atmosfera, la fusione dei ghiacci, gli uragani, le epidemie, la sovrappopolazione mondiale, l’erosione del suolo, la scomparsa massiccia delle specie viventi… ecco quale sarà il nostro fardello. «A ognuno di noi spetta il compito di cambiare i suoi comportamenti», ci dicono, se vogliamo salvare il nostro bel modello di civiltà. Bisogna consumare poco per poter consumare ancora. Produrre biologico per potere ancora produrre. Bisogna auto-reprimersi per poter ancora reprimere. Ecco come la logica di un mondo intende sopravvivere a sé stessa, assumendo un atteggiamento di rottura storica col passato. Ecco come vorrebbero convincerci a partecipare alle grandi sfide industriali del secolo in corso. Ebeti come siamo, saremmo pronti a saltare tra le braccia di quegli stessi che hanno presieduto alla devastazione mondiale, in cambio della promessa di esserne tirati fuori.

L’ecologia non rappresenta soltanto la logica dell’economia totale, ma è anche la nuova morale del Capitale. Lo stato di crisi interno del sistema e il rigore della selezione in corso sono tali che abbiamo bisogno di nuovo di un criterio in nome del quale operare delle cernite simili. L’idea di virtù non è stata, di epoca in epoca, altro che un’invenzione del vizio. Non si potrebbe, senza l’ecologia, giustificare l’esistenza, al giorno d’oggi di due filiere di alimentazione, una «sana e biologica» per i ricchi e i loro bambini, l’altra notoriamente tossica per la plebe e la sua prole, condannata all’obesità. L’iper-borghesia planetaria non saprebbe far passare per rispettabile il suo tenore di vita se i suoi ultimi capricci non fossero scrupolosamente «rispettosi dell’ambiente». Senza l’ecologia, nessuno avrebbe ancora abbastanza autorità per far tacere qualsiasi obiezione ai progressi esorbitanti del controllo. Rintracciabilità, trasparenza, certificazione, eco-tasse, eccellenza ambientale, pulizia dell’acqua lasciano ben intendere cosa sarà lo stato di eccezione ecologica che ci si annuncia. Tutto è permesso a un potere che si avvale della Natura, della salute e del benessere, come giustificazione per i suoi atti. «Una volta che la nuova cultura economica e comportamentale sarà entrata nelle abitudini, le misure coercitive cadranno da sole, non c’è alcun dubbio». È necessaria tutta la ridicola sfrontatezza di un avventuriere degli show televisivi, per sostenere una prospettiva così agghiacciante e allo stesso tempo chiederci di avere sufficientemente «male al pianeta», al fine di mobilitarci e a restare abbastanza anestetizzati per assistere a tutto questo con ritegno e civiltà. Occorreranno il nuovo ascetismo bio e il controllo di sé, quello che viene richiesto a tutti da tutti, per negoziare l’operazione di salvataggio alla quale il sistema si è costretto da solo. È in nome dell’ecologia che bisognerà ormai stringere la cinghia, come ieri lo facevamo in nome dell’economia. Le strade potranno anche trasformarsi in pista ciclabile, e forse un giorno tutti noi potremmo, anche alle nostre latitudini, essere gratificati da un reddito garantito, ma questo avverrà solamente accettando in cambio un’esistenza interamente terapeutica. Coloro che sostengono che l’autocontrollo generalizzato ci risparmierà di dover subire una dittatura ambientale mentono: uno spianerà la strada all’altra, e noi dovremo subirli entrambi.

Finché ci sarà l’Uomo e l’Ambiente, ci sarà sempre la polizia tra di loro.

 

Written by Ezio

18 ottobre 2010 at 17:54

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Buffoni

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I corsair, i primi corsair d’attacco, entrano in azione: sono quattro e bombardano senza sosta l’area dove la CIA ritiene che Sandino coi suoi sia nascosto, là, tra la selva, sul fianco del monte El Chipote. Da terra i marines tormentano quell’area già da vari giorni, con le mitragliatrici e coi cannoni. E tutto intorno trema, e gli alberi e la terra; e neppure gli animali sopravvivono.
Alla fine del grande fuoco i pacificatori, o gli invasori, o gli esportatori di democrazia, tirano fuori i coltelli e innestano le baionette: niente dovrà più muoversi, neppure le formiche.
In effetti le sagome di paglia che impugnano bastoni come fossero fucili sono immobili, e quelle distrutte dal fuoco nemico e quelle rimaste in piedi, che indossano anche un fazzoletto rossonero intorno al collo.

I giornali americani, il giorno dopo e per altri giorni ancora, annunciano trionfalmente l’ottimo esito della battaglia infernale nonché la morte del terrorista: “C’è anche lui tra le vittime!”

“Buffoni!” sarebbe stato un titolo più appropriato!

In effetti, Sandino, non ha tempo né voglia né comunque la possibilità di leggere i giornali nordamericani e apprende senza un filo di stupore la notizia della sua morte pochi giorni dopo, mentre ascolta il popolo in festa cantare alla luce dei fuochi notturni: “Sono morto? Mi hanno ucciso? Pazienza, la morte altro non è che un istante di dolore.”

L’America non scherzava e non scherza quando decide di andare in guerra: nel ’28, in pochi mesi, per dare la caccia a Sandino e i suoi, ha impiegato più di trenta navi da guerra e più di seimila marines nonché aerei e tutta la forza e l’astuzia della sua intelligence. Oltre settanta azioni mirate, battaglie, battaglione, battagline, tentativi di omicidio perse e persi.
Sandino, almeno per il momento, si dimostra un terrorista rosso troppo furbo.

Written by Ezio

16 ottobre 2010 at 16:35

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Migranti

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Sono bastati pochi anni per riempire il sud dell’Argentina di migranti: il flusso, negli anni ’20, è stato continuo e i cognomi di oggi la dicono lunga anche su quanti italiani abbiano attraversato l’Atlantico da est a ovest e da nord  a sud attraversando anche  i due tropici  e l’equatore. Migranti che spesso fuggivano dalla terra sulla quale erano nati perché anarchici o perché comunisti o perché, semplicemente, in cerca di un lavoro in grado di poterli sfamare.
Ma l’Argentina non era l’eldorado.
Nel ’22 si era già entrati nel terzo anno della lega patriottica dei giovani aristocratici, i quali erano nient’altro che cacciatori di uomini in grado anche di mettere a soqquadro in pochi giorni una città come Buenos Aires. Quello che ancora oggi viene definito safari ebbe un tale successo che in poco tempo i cacciatori ammazzarono nei modi più disparati una gran quantità di operai ed ebrei.

Non avevano il permesso per farlo, ma nessuno mosse un dito per fermarli.

Poco dopo, accortosi di essere stato usurpato del suo sporco lavoro, l’esercito comincia la caccia nei gelidi territori del sud: non c’è latifondo della Patagonia che non venga battuto e non c’è giorno che non siano fucilati decine di braccianti in sciopero, tantissimi argentini ma anche molti migranti europei. Ma l’esercito non è la lega patriottica, che ammazza senza alcun processo, l’esercito processa ognuno dei condannati prima di giungere al verdetto dell’esecuzione.
Gli anarchici e i comunisti vengono stanati uno ad uno, processati e giudicati da un proprietario terriero e da un ufficiale con un processo che dura il tempo di una sigaretta, e poi giustiziati all’istante in fosse comuni fatte scavare direttamente ai condannati.

La lega non partecipa, guarda e impara un sistema più democratico di fare giustizia.

Il presidente, tal Hipòlito Yrigoyen detto anche lo struzzo, come tutti i presidenti è un vero democratico e non approva per niente questi metodi spiccioli di fare giustizia verso i rossi, gli anarchici e in generale verso tutti coloro che rivendicano di potersi comprare almeno il pane col loro lavoro; ovviamente per guadagnarsi il nomignolo ficca la testa sotto la sabbia, e si guarda bene dal muovere l’indice per indicare gli assassini.

Written by Ezio

13 ottobre 2010 at 18:04

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Domenica

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Le previsioni parlano di pioggia per i prossimi week end ed io so che la pioggia mi è amica solo quando ho voglia di piangere e sono a piedi: domani c’è il sole, domani si va. Si va perché si deve andare. Si va perché si ha bisogno di adrenalina. Esistono altre droghe? Paragoni non si fanno… e a chi a casa aspetta ci si pensa dopo…
Un timido approccio, una sorta di preghiera, un’occhiata accompagnata da un sorriso dopo un bacio che non può e non deve essere l’ultimo. Non so, non le chiedo mai cosa sente. Clak, via la frizione e la rampa del garage appare puntando il cielo. Verso lì, proprio verso il cielo. Il sole è di là, dietro le spalle, e spinge, e prende come il vento, ma non siedo su un’altalena e il vento lo prendo io, davanti e violento; ed è a lui che manca il respiro.
Le orme di terra lasciate dai camion, su un lungolago percorso un paio di settimane fa con mia moglie e i miei amici Nico e Maria, fanno di tanto in tanto scivolare la ruota posteriore fino a far salire e scatenare quel misto di piacere, delizia, ebbrezza, godimento, che solo chi non realizza all’istante se con le orecchie è più vicino alla terra che al cielo può comprendere. Si va perché bisogna saper rinascere dopo ogni morte, come Miguel Màrmol. Si va perché non c’è altro, oltre il tutto.
Mi accorgo che alle undici e trentacinque sono ancora a Treviganno romano e entro mezzogiorno devo essere a casa. La Veientana è lì, ad una decina di chilometri, poi i trentacinque per arrivare al GRA e altri trentacinque circa per essere a casa. Ci sono: arrivo quasi in perfetto orario.

La doccia mi rilassa e mi dà modo di (ri)pensare alla mattinata: ne è valsa la pena? Non lo so, però sono euforico, eccitato, esaltato.
Di là, a trecento chilometri di distanza – mentre l’acqua mi scioglieva il sudore dell’abbigliamento tecnico – lungo la Montanara a Riviera, un carissimo amico di mio figlio ha preso un vento ancor più violento, davanti e di legno, fino a togliergli il respiro…
La mia impotenza non può offrire altro che la mia empatia: alla sua donna che ho avuto il piacere di conoscere davanti ad una tavola imbandita; ai suoi amici di cui più di qualcuno è anche mio amico; a mio figlio, motociclista come lui e come me.
E si continuerà ad andare contro il vento, a volte violento e da prendere a pugni.
E si continuerà ad andare contro il vento, a volte mite e da accarezzare.

E si continuerà ad andare, perché pur non sapendolo  sappiamo perché.

Written by Ezio

12 ottobre 2010 at 00:21

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Luz e Gregoria

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Si vocifera che il primo “terrorista” a varcare i confini americani e ad attentare un’intera cittadina del sud, Pancho Villa, avesse come gran parte dei rivoluzionari una donna in ogni luogo: non era il classico dongiovanni e le donne non le prendeva al lazo ma erano loro a cadergli fra le braccia. Erano, in un certo modo, anch’esse rivoluzione. Sulle donne di Zapata, molto più introverso di Villa, si racconta invece una sorta di storiella.

Si racconta infatti che fossero due, nate con la pioggia per padre e la terra per madre, e così uguali da essere chiamate tutte e due Luz, perché in quegli anni la luce stava negli occhi delle donne anziché nei pacchetti d’onda discreti di planckiana memoria. E tutte e due si chiamavano Gregoria, perché nate il giorno di San Gregorio. Una la chiamavano Luz, l’altra Gregoria. O forse il contrario. Erano giovani e belle stavano lì, prima dello zapatismo, ad aspettare lo zapatismo. Poi – per l’appunto – arrivò Zapata in un piovoso quindici di settembre: le guardò e non seppe scegliere ma Luz, o forse Gregoria, gli disse “ti appartengo”. Raccattò le poche cose che aveva e lo seguì sulla strada della rivoluzione.
Qualcuno dice che ad ammazzarla fu una pallottola, altri dicono che fu una malattia, qualche altro che il pranzo di gala è indigesto alle donne, dimenticando così altre donne…
Fu lo stesso Emiliano a seppellirla a Huautla, e si racconta che rimase sulla sua tomba tre giorni e tre notti senza mangiare e bere.

Non si erano ancora finiti di consumare i ceri, nella casa d’origine delle gemelle, che ecco Zapata apparire sulla soglia, a prendersi Luz o, forse, Gregoria: “Mi appartieni – gli disse – perché voi due eravate una cosa sola…”

Written by Ezio

7 ottobre 2010 at 19:08

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Spaccando il capello

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Tra americanismo e antiamericanismo.

Quando venne deposto, Juan Bosch, era presidente legale di Santo domingo. Invece di essere ammazzato lì per lì fu trasferito a Portorico, in uno di quei “paradisi dorati” meglio conosciuti come “esilio”. Magro, fisico da atleta e occhi di un azzurro da ricordare un cielo terso, Bosch si mordeva le unghie fino a farle sanguinare a causa del suo stato di impotenza, in quella che di fatto era una galera. A Santo Domingo, intanto, i cittadini si opponevano…

Si può essere antiamericani solo perché il governo americano finanziava e finanzia colpi di stato qua e là per il sud del mondo? Si può essere antiamericani solo perché di tanto in tanto qualche documento ufficiale salta fuori a dimostrare stragi e altre immense porcherie? No, non credo: il lavoro sporco lo fanno tutti, da sempre, in ogni luogo e sotto ogni bandiera.

Pochi giorni dopo la deposizione Juan Bosch venne raggiunto da una telefonata di un giornalista che gli chiese conto del suo antiamericanismo: Io ho letto Mark Twain e sono contro l’imperialismo del governo degli Stati Uniti – rispose –  e credo che chiunque abbia letto Mark Twain non possa essere nemico degli americani.

Nonostante la notizia di esperimenti condotti su cittadini del Guatemala negli anni ’40 – come si può vedere in questo video in cui un telegiornale intervista Massimo Mazzucco, e logicamente apparso anche su “luogocomune.net”, credo che le parole di Juan Bosch siano più che sufficienti a creare un dirupo tra la società civile e la politica e il mercato.

Written by Ezio

3 ottobre 2010 at 12:17

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