Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Passeggiata Sudamericana

with 4 comments

“Sud America che stai lì davanti
con le tue tante virtù sulfamidiche
come tutte le tribù sottostanti
hai un torto sei lo schiavo di zio Sam”

(Passeggiata Sudamericana, Pierangelo Bertoli)

Avevo detto a fratello Nico che non avrei commentato il suo splendido post su Victor Jara, che ho letto e riletto più volte, per il semplice fatto che lui conosce assai meglio di me la vita e la musica di quello che dev’essere stato un uomo e un cantautore meraviglioso.
Poi, oggi, leggo su repubblica it questa notizia che narra del significato delle parole e interpretazioni ad hoc. Diatribe avvenute anche per vicende italiane e già affrontate sull’italica stampa, tra l’altro. Tutto si lega con il post di Nico, insomma, perché Victor Jara pare non sia stato ammazzato da una “dittatura” ma da un “regime militare”, e la differenza dev’essere veramente abnorme.

Avevo dodici anni, allora, e ricordo bene la faccia rabbuiata di mio padre, comunista di vecchio stampo – di quelli che “il lavoro il lavoro il lavoro…” – durante i telegiornali di rai1 (o del primo canale….) guardato su un televisore CGE a valvole in cui l’immagine appariva pian piano dopo un quarto d’ora dall’accensione. Non una parola, solo la faccia buia di una persona che aveva “saltato” la guerra perché prigioniero in America. Lui che quando doveva ancora compiere diciassette anni incrociò gli occhi di un uomo a pochi metri di distanza da dove oggi abita proprio il buon Nico: aveva in mano una zappa e attaccata al fianco una roncola e stava dissodando un terreno; salutò l’uomo abbassando la testa, senza aggiungere altro, senza fare nulla. Mi consola il fatto che se avesse usato quegli attrezzi per spaccare la testa del duce lui non sarebbe mai invecchiato ed io in questo momento non starei scrivendo questo post.

Digressioni.
Tornando a Victor Jara credo di aver letto – da Galeano o da Cacucci o forse addirittura in qualche vecchio articolo di Minà – che fu ammazzato di botte a calci e pugni e colpi col calcio dei fucili dentro lo stadio di Santiago, mentre gli assassini gli gridavano in faccia sporco cantore comunista o qualcosa del genere. Non da una “dittatura”, no, ma da un “regime militare”.

Il ruolo più importante nel golpe lo ebbe la ITT.

La ITT era un’impresa multinazionale che aveva sedi anche in Cile, già all’epoca capace di inventare macchinari in grado di scoprire guerriglieri nel buio più profondo e più nero del più profondo girone infernale. Aveva profitti maggiori rispetto a molti Stati nonché allo stesso Stato cileno e aveva già speso un patrimonio per far saltare la democrazia in Brasile con un ritorno economico ben più che moltiplicato. Aveva oltre quattrocentomila operai e sedi in una settantina di paesi con un consiglio di amministrazione composto per lo più da vecchie cariatidi con trascorsi nella CIA e produceva e vendeva armi e la gran parte dell’elettronica di allora; inoltre protendeva le proprie mani sulle assicurazioni e sul riciclo del denaro proveniente dal commercio dell’eroina e da quello delle armi e possedeva alberghi di lusso e dittatori da “accasare” qua e là, ove ve ne fosse stato bisogno.
Per la multinazionale americana il buon Allende era troppo democratico, per cui decise che anche in Cile vi si dovesse “accasare” un buon dittatore.

I soldi per il golpe arrivarono in contanti dentro valigette diplomatiche, direttamente da Washington, moneta sonante in grado di finanziare scioperi e proteste fino a paralizzare il sistema di produzione cileno, fino al punto da lasciare libero solo il mercato nero coi suoi prezzi improponibili. Poi, dopo aver strozzato la produzione, affamato i lavoratori e il popolo in generale e aver finanziato una campagna di stampa di stile mafioso contro il tiranno rosso di nome Salvador, le prime navi da guerra statunitensi si affacciarono davanti alle coste: è il momento di sostituire (come mi è capitato di leggere da qualche parte) il comunismo con il consumismo.
Al di là del significato di quest’ultima frase c’è da dire che il direttore della CIA di allora, tal William Colby, spiegava dalla televisione americana al popolo americano che le fucilazioni di massa in Cile servivano ad evitare una guerra civile proprio mentre la signora Pinochet spiegava dalla televisione cilena che la lacrime delle madri dei fucilati cileni avrebbero redento l’intero paese.

Sei anni dopo l’omicidio del Che la più grande città cubana per numero di abitanti dopo L’Avana, Miami, governata da banchieri, mafiosi, cosche e confraternite varie, scese di nuovo in piazza per una grande festa.

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Written by Ezio

6 gennaio 2012 a 16:09

Pubblicato su Senza Categoria

4 Risposte

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  1. Impeccabile fratello! Grazie di esserci! Mi sono permesso di riportare questo tuo post in un commento al mio, così lo leggono anche gli altri…ma ancora di più mi sono permesso di linkare su Facebook lo schifosissimo comportamento vergognoso raccontato nell’articolo che hai incluso sul governo attuale cileno. Credo che anche a te, leggendo e ripensando a tuo padre, ti si siano rigirate le budella dallo schifo!

    nico

    7 gennaio 2012 at 13:11

  2. Inutile dire che la foto iniziale e i versi di Bertoli (mi pare il pezzo stia nell’album Dalla finestra, che piace particolarmente a Paola) siano pienamente calzanti per iniziare un gran post come questo!

    nico

    7 gennaio 2012 at 13:23

  3. Ezio, bel post e anche io ho condiviso il link di Nico. Dal quale, piede, arrivo…. :-)
    grazie a entrambi!

    g

    giovanna

    7 gennaio 2012 at 15:01

  4. Grazie per le belle parole, Nico, aggiungo che il duce era passato di lì per controllare i lavori di bonifica – in quel tratto ormai finiti – dell’agro pontino e che si fermò a parlare con i braccianti – tra cui mio padre ancora ragazzo – per qualche minuto. Ovviamente il bestio non era solo e i braccianti, nonostante fossero “armati” degli attrezzi da lavoro, erano più che intimoriti.

    Grazie anche a te, Giovanna, per essere passata di qui e per aver condiviso.

    Ezio

    7 gennaio 2012 at 18:51


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