Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for novembre 2011

La terra che prende il nome da una regina vergine

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La Virginia si chiama Virginia perché gli inglesi sentivano il bisogno di dare un nome a un pezzo di terra che avesse lo stesso di una regina vergine, ma nessuno seppe mai se solo di spirito. Lì, in Virginia, Luis De Velasco scoprì la pianta di tabacco, tanto forte da conquistare interi appezzamenti di terra, e scoprì che le malattie ingoiavano uomini e cagavano cadaveri ad un ritmo di pioggia monsonica e scoprì anche che la terra non esiste se non è impressa su di una carta geografica. La carta geografica era inglese, e delle ventotto comunità esistenti ben diciassette erano scomparse dopo il loro arrivo. Alle restanti fu offerto di andarsene o crepare. Luis rimase.
Luis De Velasco era un nome importante, il nome del viceré messicano che gli era stato imposto in Spagna, a Siviglia, dopo che l’indios di nome Opechancanough vi era giunto e dopo che era stato vestito di tutto punto. Oltre al nome imposto prese con sé anche la lingua spagnola e la religione cattolica, giurando di non privarsene mai.
Tornato in in terra d’origine passò per il Messico e lì intraprese il lavoro di guida dei gesuiti nonché di interprete, perché la prima lingua che si parla e la seconda religione con cui ci si sposa non si scordano mai. Poiché fu catturato da giovane e tornò da vecchio i suoi connazionali lo credettero resuscitato e, mentre guidava i gesuiti e continuava a predicare, arrivò in Virginia e lì fu colto da illuminazione e seppellì il saio e cominciò a mozzare le teste dei gesuiti mentre era ancora la loro guida, e insieme al saio seppellì anche il nome del viceré e iniziò a farsi chiamare come prima e continuò a mozzare teste inglesi
Aveva più di ottant’anni – in barba pure alle leggende dell’aspettativa di vita in un tempo discretamente remoto – e stava seduto su una portantina quando un soldato inglese lo trafisse colpendolo alle spalle. Sconfitto, sì, ma sul campo di battaglia, perché anche senza più la forza di camminare sul campo di battaglia voleva trovare la morte.
Trentasette anni prima più di trentamila persone che gli europei chiamavano indios diedero il benvenuto allo sbarco degli inglesi nella baia di Chesapeake in una mattina fredda e nebbiosa, ora ne restano vivi meno di tremila.

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Written by Ezio

30 novembre 2011 at 16:22

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Wall Street

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È il 1666 e gli inglesi, dopo lungo peregrinare, finalmente si sporgono a guardare: la bandiera è ben issata e ben esposta sull’isola di Manhattan. Ha il colore degli olandesi perché l’isola è olandese. Non è stata conquistata a cannonate ma pagata la bellezza di sessanta fiorini, finiti nelle mani degli indios Delaware, vecchi proprietari per diritto di nascita da generazioni.
Gli olandesi erano sbarcati sull’isola una cinquantina d’anni prima e quei sessanta fiorini erano serviti per comprare un fazzoletto di terra grande quanto una pelle di toro: avevano bisogno di quel fazzoletto per coltivarci verdure per le minestre serali altrimenti sarebbero morti di fame – dissero in seguito gli indios – e noi gliela vendemmo più per pietà che per soldi.
In seguito, nei decenni che seguirono, aggiunsero che avrebbero dovuto accorgersi in quel frangente della loro attitudine al furto.
Gli inglesi invece non pagano, sparano un po’ di cannonate sulla bandiera e sul fortino e si annettono l’isola.
Nuova Amsterdam, quella che era un immenso mercato di schiavi, certamente il più importante nell’emisfero nord, cambia nome e diventa New York; e la strada dalle alte mura costruite affinché negri meticci e schiavi non potessero scappare diventa Wall Street.

Written by Ezio

28 novembre 2011 at 18:08

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Ispirazioni e cover

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L’ispirazione al lavoro di altri colleghi è una costante nel panorama musicale italiano e mondiale: “Una storia sbagliata” di De André, per esempio, è a tutti gli effetti una cover di “The ballad of absent mar” di Cohen. Ma, al cosiddetto plagio, ben pochi musicisti – italiani e non – si sono sottratti. Ricordo Fornaciari minacciare Staffelli di sputo in bocca per aver quest’ultimo insinuato che “Blu” fosse una cover di “Era lei” di Michele Pecora; ma cosa dire di “Solo una sana e consapevole libidine….” sempre di Zucchero e di “I’m on fire” di Springsteen? E Delle prime note di “Yanez” di Davide Van de Sfroos e di “Me voy” di Julieta Venegas? Insomma, io sono consapevole di saper suonare a malapena il campanello pigiando col dito sul pulsante e bene il motore della moto ruotando la manopola del gas ma, quando ascoltai per la prima volta “Hombres de hierro” (splendida) di León Gieco restai per un attimo allibito: quella canzone la conoscevo già da tempo, tanto che dopo un po’ ho iniziato ad alternarla con l’ascolto di “Blowin in the Wind” di Dylan, più vecchia di pochi anni.

Nessun musicista-cantautore ha mai ammesso (ma se sbaglio mi si corregga pure) di essersi ispirato per le sue canzoni a canzoni di altri musicisti (ovviamente non parlo di influenza o di stile musicale), figurarsi ammettere il vero e proprio coveraggio!

Quando introdussi su questo blog il video di “Hombres de hierro”, dell’allora giovane León, mi limitai a scrivere che era la prima canzone e che faceva “il verso” ad altre, genericamente, oltre al fatto che non riuscivo a staccarmene.
A distanza di quarant’anni il buon León, durante un’intervista, fa cadere il velo di (non) mistero su quella canzone, in uno splendido siparietto con l’intervistatore, raccontando anche quanto il suo inizio musicale sia stato influenzato da Bob Dylan.

Una breve intervista seguita dalla canzone, tutta da gustare.

Written by Ezio

26 novembre 2011 at 16:00

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L’apicoltore

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Immagine di un apicoltore americano che affumica gli insetti.

Fiumi di parole sono state scritte sulle sommosse nordafricane prima ed europee dopo. Alla fine, sfinito, ho smesso di leggere le stronzate riguardanti articoli che indicano nella cia e nel mossad e nella ricomposizione delle strategie geopolitiche i mandanti. Le persone scendono in piazza perché qualcuno le paga, punto! Sono, devono, essere loro i sicari di cui nessuno accenna nulla. Altri non ce ne sono. E non si scende in piazza senza aver prima riscosso una parcella, parola di esperti che le rivoluzioni le hanno fatte e ne portano ancora i segni addosso e quelle americane le sto pagando io. Andate pure in culo, e senza passare dal via!
Di piazza Thair avevo scritto due righe due qui: constatazione mia e due righe bastano e avanzano.
Oggi, dopo un’altra quarantina di morti ammazzati, la giunta (o il governo) militare si è dimessa; nessuna perdita tra i sicari pagati da chi detiene il monopolio della violenza, che non è un nemico ma il nemico.
Eppure, eppure, nonostante nulla sembra essere più improbabile di un’insurrezione, oggi, nulla sembra essere più necessario.

Qualche altra parola da un vecchio libriccino francese:

“Nella distanza che ce ne separa le armi hanno acquisito questo duplice carattere di fascinazione e di disgusto, che solo il loro maneggiamento permette di superare. Un autentico pacifismo non può essere rifiuto delle armi, solamente del loro utilizzo. Essere pacifisti senza poter far fuoco non è che la teorizzazione di un’impotenza. Questo pacifismo a priori corrisponde a una sorta di disarmo preventivo, è una pura operazione poliziesca. In verità, la questione pacifista non si pone in maniera seria se non per coloro che hanno il potere di fare fuoco. In questo caso, il pacifismo sarà al contrario un segno di potenza, poiché è solamente a partire da un’estrema posizione di forza che si è liberati dalla necessità di fare fuoco.”

Written by Ezio

21 novembre 2011 at 22:38

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El Desembarco

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Sei anni dopo “Por favor, perdón y gracias” esce un albun di inediti di León Gieco: El Desembarco.

Dodici canzoni che non vedo l’ora di ascoltare:

1. Ella
2. El Argentinito
3. Las Canciones
4. Hoy Bailaré
5. Las Cruces de Belén
6. Bicentenario
7. Mi Estrella
8. Fachos
9. 8 de Octubre
10. El Desembarco
11. A Los Mineros de Bolivia
12. Latido del Corazón

Qui quella che dà il titolo all’album:

El Desembarco

Están los que resisten y nunca se lamentan
Los que dicen: “yo para que vivo”
Los que recuperan rápido sus fuerzas
Los que lucran con lo que he perdido

Hay quien sucumbe y se levanta
Hay quien se queda allí siempre tendido
Hay quien te ayuda a despegar y los que nunca
Te reconocen cuando estás vencido.

Cuantos hay que piensan que es tarde para todo
Y cuantos claman “siempre adelante!”
Cuantos los que ven la piedra en el camino
Y cuantos los que nunca miran nada.

La alegría con la fuerza se alimenta
Y no hay muros ni rejas que la frenen
Hay quienes desembarcan ardiendo con un grito
Sin barcos y sin armas por la vida.

Hay alguien que bendiga esta hermosa comunión
De los que pensamos parecido
Somos los menos, nunca fuimos los primeros
No matamos ni morimos por ganar
Mas bien estamos vivos por andar
Esperando una piel nueva de este sol
No pretendemos ver el cambio
Sólo haber dejado algo
Sobre el camino andado que pasó.

Ya es normal ver chicos sin zapatos
Buscando comida en la basura
Y es una postal la puerta de la iglesia
De esa madre con su criatura.

Mientras esto pase no habrá gloria
Es arena que se escapa entre los dedos
Es dolor, es mentiras, es hipocresía
Es un tiempo frágil de estos días.

La ignorancia a veces puede con un pueblo
Y ganan tiranos y verdugos
Creemos que la historia se hizo en un minuto
Y todo lo vivido, un mal sueño.

A veces somos nuestros enemigos
Ensuciamos las rutas y los ríos
Matamos en la guerra y en las calles hoy tenemos
Viejos monumentos de asesinos.

Hay alguien que bendiga esta hermosa comunión
De los que pensamos parecido
Somos los menos, nunca fuimos los primeros
No matamos ni morimos por ganar
Mas bien estamos vivos por andar
Esperando una piel nueva de este sol
No pretendemos ver el cambio
Sólo haber dejado algo
Sobre el camino andado que pasó.

Hay quienes desembarcan ardiendo con un grito
Sin barcos y sin armas por la vida…

Written by Ezio

20 novembre 2011 at 14:21

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Similitudini

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New York 1929

“L’uomo che nessuno conosce”, il libro di Bruce Barton che colloca il paradiso in Wall Street, ha milioni di lettori. Secondo l’autore, Gesù di Nazareth fondò il moderno mondo degli affari. Gesù fu un impresario conquistatore di mercati, dotato di un geniale senso della pubblicità e ben affiancato da dodici venditori fatti a sua immagine e somiglianza. Il capitalismo ha una fede religiosa nella propria eternità. Quale cittadino nordamericano (o occidentale) non si sente un eletto? La borsa è una casa da gioco dove tutti puntano e nessuno perde. Dio li ha fatti prosperi. L’impresario Henry Ford vorrebbe non dormire mai, per guadagnare più soldi.

New York 1929

La speculazione cresce più della produzione e la produzione più del consumo e tutto cresce a un ritmo vertiginoso finché esplode, improvvisa, la crisi. Il crollo della borsa di New York riduce in cenere, in un solo giorno, i guadagni di anni. D’un tratto le azioni di maggior valore si trasformano in carta straccia che non serve neanche per incartare il pesce. Le quotazioni cadono in picchiata, e in picchiata cadono i prezzi e i salari e più di un uomo d’affari dalla terrazza. Chiudono fabbriche e banche; i proprietari terrieri sono rovinati. Gli operai senza lavoro si riscaldano le mani davanti a falò di rifiuti e masticano gomma per consolare la bocca. Le più grandi imprese precipitano; e persino Al capone crolla inesorabilmente.

(E Galeano)

Written by Ezio

18 novembre 2011 at 18:29

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I tecnici

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È nato, abbiamo perso due monti su tre ma alla fine l’uovo s’è schiuso.

Non si vede altro che una terra arida e spaccata, da nord a sud e da est a ovest, una lunga strada dalla Sicilia al Trentino priva di barriere e ai lati l’infinito, secco.
Ne ho conosciute di persone così, ai bei tempi del calcio in parrocchia e della scuola. Figli di papà perché il mio e quello di pochi altri erano operai, già consapevoli del fatto che saremmo diventati bravi quanto i nostri genitori a impilare mattoni e montare caldaie e prese elettriche. Il prete e i professori non capivano quale potesse essere la differenza, in futuro, tra noi e loro, oltre al fatto che montare caldaie e prese elettriche e impilare mattoni loro non sarebbero riusciti a farlo.

Written by Ezio

16 novembre 2011 at 18:43

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