Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for marzo 2009

Ed Egli disse:

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occhio“Non vedo nessuna difficoltà fra le due anime che compongono il popolo della libertà (che simpatiche carogne, l’hanno pure scritto al singolare… ), anzi, direi che tutte le difficoltà sono cadute e che tutti si riconoscono in me!”

Written by Ezio

30 marzo 2009 at 20:35

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Le ragioni di un perché

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messico-e-paneIl Messico, all’inizio del ‘900, poteva essere considerato come un vulcano pronto ad esplodere: la questione dominante era la terra. Dopo quattro secoli di colonizzazione spagnola solo otto famiglie che discendevano dai primi colonizzatori possedevano quasi cinquanta milioni di ettari. Così, in meno di cento anni, tre quarti dei contadini si trovarono ad essere solo miseri braccianti privi di qualsiasi proprietà, mentre nel resto del mondo non esisteva classe sociale che potesse paragonarsi, in ricchezza e facilità di vita, ai grandi agrari e ai proprietari di miniere d’argento che si accentravano nella capitale. Ognuna delle haciendas possedeva più di duemila ettari ed era circondata da giardini in stile europeo e ricca di ampie sale da ballo e di ritrovo. Gli strumenti di lavoro dei braccianti erano preistorici e la giornata lavorativa senza orari, al salario di non più di sei centesimi di dollaro al giorno. Il diritto alla prima notte per ogni sposa dei braccianti era consuetudine per tutti o quasi i proprietari. I principali pilastri, però, sui quali si reggono la sudditanza e l’obbedienza  sono la violenza e la carità elargite nella giusta percentuale. Nelle aziende c’erano botteghe colme di generi alimentari, tequila e vestiario da cui i contadini compravano grazie al credito; una volta entrati nel circolo dei debitori non potevano più allontanarsi dalla hacienda neanche per cercarsi un nuovo padrone se prima non avevano saldato i debiti, e la stessa sorte (tutto si eredita) toccava ai loro figli che dovevano prendere il peso dei debiti dei genitori sulle loro spalle. Erano schiavi a tutti gli effetti. L’altro pilastro del regime era la legge sulla fuga: era permesso ammazzare tutti coloro che tentavano di abbandonare le aziende senza nessuna formalità e nessun permesso. Insomma, si era nel 1910 e ancora si seppellivano vivi i contadini nell’aia, con la testa di fuori, per farla calpestare dai cavalli lanciati al galoppo. Nel paese dove la miseria raggiungeva limiti incredibili i signorotti porfiristi avevano un tenore di vita inimmaginabile in ogni altro angolo della terra che non sia il vaticano. Un fiume d’oro e d’argento usciva dal paese per introdurre a Città del Messico e Veracruz voluttuosi generi d’importazione che i proprietari terrieri acquistavano dalla Francia e dagli Stati Uniti: i testimoni che hanno lasciato scritto qualcosa assicurano che non vi era spettacolo al mondo più opulento e offensivo di quello che offriva la passeggiata in carrozza dei magnati messicani attorno al palazzo imperiale dove Porfirio Diaz aveva fissato la sua dimora, o di quello delle grandi feste da ballo della buona società messicana di inizio ‘900. Inoltre un altro gigantesco flusso d’oro e argento usciva annualmente dal paese per le compartecipazioni che il Diaz assicurava al capitale straniero. Nel 1910 solo tre imprese minerarie su cento erano messicane, le restanti erano nelle mani degli Stati Uniti, della Francia e dell’Inghilterra. I pozzi di petrolio nelle province di Tampico e Reinosa e Tuxpan appartenevano alle compagnie USA, e pure una gran parte delle vene (aperte!) della Sierra occidentale e di quella del sud. Ottanta messicani su cento erano completamente analfabeti e si nutrivano solo di tortillas di granoturco. Il Messico era, con ciò, una polveriera gigantesca. Non tutto, ma gran parte dell’esplosione rivoluzionaria che scaturì di lì a poco, può essere spiegata con la brutalità delle classi dominanti.

Nella foto:

Dopo la messa domenicale gli aristocratici distribuiscono pagnotte di pane di grano gratis ai bisognosi: il pane di grano era un lusso per i peones, che abitualmente mangiavano tortillas di mais.

Written by Ezio

28 marzo 2009 at 16:12

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Attualità

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victor-juhasz

Victor Juhasz

Written by Ezio

27 marzo 2009 at 18:23

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Metafora

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La preferisco cantata dall’autore, questa canzone, sia nella versione da studio che in quelle proposte dal vivo. È argentina, è del settantotto, a mio avviso altro non è che una metafora.

Testo e musica di León Gieco

Tema De Los Mosquitos

El gorrión le quitó la casa al hornero
un ave de rapiña picoteaba un cordero
la lechuza se prendió de los ojitos
de una rana chiquitita y de un sapito

Todas las abejas y todas las ovejas
fueron masacradas por la gran araña
los mosquitos picoteaban a un chancho estancado
masticando mariposas de los pantanos

Ay, que vida es esta dijo un cazador
salieron a matarse todos los animales oh oh oh

Un pavo real perdió todas sus plumas
en una sangrienta encrucijada de pumas
la calandria fue atrapada por la serpiente
los conejos pisoteados por el elefante

La hiena cantaba una triste canción
las hormigas bailoteaban sobre las iguanas
el caimán se comió la pajarito
que le limpiaba los dientes con su piquito

Ay, que vida es esta dijo un cazador
salieron a matarse todos los animales oh oh oh

Il video di una cover (cantata dall’autore pare non si trovi in rete) ben eseguita:

Written by Ezio

26 marzo 2009 at 23:08

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Giuseppe Garibaldi

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peppinoIn Messico Peppino Arrivò nel ’09, proveniente da San Francisco, per lavorare come ingegnere nelle miniere d’oro e d’argento di Chihuahua e nel Sonora. Cinque anni prima egli aveva già preso parte in Venezuela (fedele ad una tradizione di famiglia) ad una sollevazione armata contro il dittatore Castro. Era naturale quindi che allo scoppio dei primi moti insurrezionali contro Diaz Peppino (Giuseppe) abbandonasse l’impiego e i guadagni per accorrere a battersi, come sempre, in difesa degli oppressi. Nei primi giorni del febbraio del 1910 passa la frontiera con degli Stati Uniti e raggiunge il campo di Orozco, capo della prima formazione maderista. Peppino ha trentuno anni ma già una solida esperienza della guerriglia. Eppure Orozco, un meticcio fiero e diffidente, rifiuta il braccio che gli viene offerto. Chi é questo Josè Garibaldi? E perché un europeo, un italiano, dovrebbe farsi ammazzare per i peones se non ha qualche oscuro disegno? Josè non si scoraggia. Rientra in Messico, in pochi mesi mette su una banda, sui monti della Sierra Madre, di 84 uomini, e con uno Stato Maggiore di sette giovani messicani, tra cui il ventiduenne fratello del futuro presidente, invita Francisco Madero a passare all’azione.
L’esule Madero sa che sulla sua testa pende una taglia di diecimila dollari, tuttavia si lascia convincere dall’irruente italiano, e assume il comando dell’esercito rivoluzionario portando a Garibaldi, dopo averlo nominato Capo di Stato Maggiore, 21 carri di armi e munizioni acquistate nel Texas. Ora la rivoluzione è in grado di attaccare, e quando le forze congiunte di Orozco, Gonzales e Pancho Villa muovono all’assalto di Ciudad Juarez, all’alba del 9 maggio dell’11, è Josè che coordina le operazione dei guerriglieri. Due giorni dopo il generale Navarro chiede la resa. Gli insorti occupano la città, Navarro è prigioniero di guerra. Tra Garibaldi e Villa (che rifiutava di prendere ordini da gringo) esplode perciò il contrasto, soprattutto dopo che Villa, sobillato da Orozco, fa fucilare Navarro. Per ricomporre il dissidio dovrà intervenire personalmente Madero. Finita la prima fase della rivoluzione in trionfo, Garibaldi andò a New York per partire poi per l’Europa. Nel febbraio del ’12 lo raggiunse un telegramma di Madero: Orozco, il compagno e alleato di ieri, era insorto contro Madero propugnando il ritorno di Porfirio Diaz. Peppino non esita e torna subito in Messico, e col grado di generale di brigata e una sessantina di altri italiani partecipa alla vittoriosa campagna contro Orozco. Poi se ne torna alle miniere di Herrero e ai pozzi di Tampico.
Considera finita la sua missione in Messico: lo aspettano, due anni dopo, i campi delle Argonne.

Liberamente (ma non troppo) tratto da un vecchio articolo di Ezio Garibaldi

Nella foto:
Peppino, a destra, accanto a Pancho Villa. Da sinistra Pascual Orozco e il maggiore Braniff

Written by Ezio

24 marzo 2009 at 16:59

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