Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for marzo 2008

Tra mitologia e scienza

leave a comment »

via-lattea-nel-sagittario.jpg

Dal latte di Giunione (o Era?) al braccio di Orione in cui è immerso il sistema solare, tra mitologia e scienza un cielo stellato e terso è sempre uno spettacolo al quale cerco di non mancare.

Ad ogni popolo la sua storia antica: per i Mosetenes, abitanti dell’attuale Bolivia in epoca precolombiana (esistono ancora delle piccole comunità composte da pochi individui) quella striscia lattiginosa che attraversa il cielo alla nostra latitudine da nord-est a sud-ovest non sfuggì affatto alla vista, della loro “versione” sulla nascita di quel fiume di stelle ci racconta Eduardo Galeano.

“Il verme, non più grande di un dito mignolo, mangiava cuori di uccelli. Suo padre era il miglior cacciatore del popolo dei Mosetenes.
Il verme cresceva e ben presto raggiunse le dimensioni di un braccio. Ogni volta pretendeva più cuori. Il cacciatore passava tutto il giorno nella selva, uccidendo per il figlio.
Quando il serpente non riuscì più a entrare nella capanna, la selva si era svuotata di uccelli. Il padre, freccia infallibile, gli offrì cuori di giaguaro.
Il serpente divorava e cresceva. Non c’erano più giaguari nella selva.
“Voglio cuori umani” disse il serpente.
Il cacciatore sterminò la gente del suo villaggio e dei paesi vicini finché un giorno, in un lontano villaggio, lo sorpresero sul ramo di un albero e lo uccisero.
Incalzato dalla fame e dalla nostalgia, il serpente andò a cercarlo.
Si avvolse tutt’intorno al villaggio colpevole, in modo che nessuno potesse fuggire. Gli uomini lanciarono tutte le loro frecce contro quel gigantesco anello che li aveva assediati. Il serpente intanto non smetteva di crescere.
Nessuno si salvò. Il serpente recuperò il corpo di suo padre e prese a crescere verso l’alto.
E là si può vederlo che attraversa la notte, sinuoso, irto di frecce lucenti.”

Annunci

Written by Ezio

28 marzo 2008 at 22:22

Pubblicato su Senza Categoria

Caridad

leave a comment »

SIGNOR LA CARITÀ!

“Signor la carità! Io son digiuno,
son due dì che non mangio, ho molta fame.”

Non ti dò niente và brutto importuno
o ti farò arrestar canaglia infame.

“Qualche cosa mi dia, mio buon padrone,
son senza un soldo… esco di prigione…”

Un prigionier perdio? Guardie!… Gendarmi!…
Arrestate costui, vuol derubarmi.

(Luigi Scarmagnan)

Ci sarebbe da parlare, invece che di carità, della forza mediatica dirompente con cui il battesimo di un cristiano (Copto? Maronita? E cosa cazzo cambia?) dalla nascita abbatte le porte delle case e si accomoda a capotavola, e pretende il piatto migliore senza neanche pagare; oppure della commutazione della pena prevista per Mumia Abu Jamal, che non può chiedere la revisione del processo per cui gli tocca restare in galera, vivo e innocente per giunta. Ci sarebbe – vista la campagna elettorale – da stupirsi per tutte le nefandezze che si leggono nei vari blog di giornalisti o presunti tali, più o meno famosi, penne d’oca o Bic d’ultima generazione: dal “vota Antonio vota Antonio” al “turarsi il naso e votare PD, che poi appena capisco il perché ve lo spiego”. Da “la scheda bianca è una scheda persa” a “invece che astenersi è meglio andare e annullare la scheda con uno scarabocchio”.
Certo, dubbi atroci che non fanno dormire la notte; ma io coltivo da un po’ di tempo la pessima abitudine di addormentarmi con gli auricolari del lettore mp3 ben ficcati nelle orecchie, e che in random mi vada a pizzicare Fabrizio De André o Leòn Gieco poco importa: dubbi non ne ho.

Non c’è altro sistema, oltre la carità, che permetta di mantenere aperta la porta del paradiso da parte di chi la elargisce e di “mantenere” un posto in paradiso anche per chi la riceve. È una sorta di mercificazione, un mercato, uno scambio di falso vuoto in cui l’esercizio del dare mantiene stabili le classi di appartenenza. L’orrore,l’orrore, mi viene da aggiungere dopo che i preti hanno congiuntamente ricordato ai fedeli di non “fare” la carità fuori dalle chiese, ché dietro c’è una sorta di mafia. Peccato si sapesse da sempre che dietro la carità si nasconde un immondo mercato e il mantenimento dello status quo, il mantenimento di una differenza socio-economica e non biologica. Vorrà dire che da oggi il peso del metallo che abitualmente porto in tasca non riuscirà più a bucarmele, ‘ste benedette tasche.
E pensare che giusto un anno fa mi sono ritrovato nelle mani quasi trecento euro non miei, né di mio figlio che li aveva ricevuti direttamente da chi la “colletta” l’aveva raccolta: “Io non li voglio!” “Neanch’io!” Morale: sono finiti nelle tasche dell’associazione del chirurgo leninista che di tanto in tanto ancora scrive per ringraziare; magari saranno serviti per ricostruire l’arto di qualche cucciolo d’uomo spappolato da una mina costruita grazie alla delega che si dà ogniqualvolta si entra nell’urna. In culo a voi, signori, se proprio mi obbligate me la costruisco da solo e la piazzo sotto (il culo, sempre il culo, sempre lui) chi dico io, che è da tempo che il giochino l’ho lasciato nelle mani lorde di sangue di chi ancora ama giocare.
Peccato non mi sia venuta in mente la santa albanese, per quei soldi, quella che accompagnava alla morte i redenti (solo i redenti) pregando per loro la maggior sofferenza possibile, con lo stesso sorriso smagliante con cui stringeva la mano ai peggiori vermi che gestiscono il potere grazie al voto, accettando anche le crasse donazioni in denaro frusciante bagnato col sangue di milioni di poveri cristi.

Caridad, siempre!

Anna (o Luisa o qualsiasi altro nome femminile) vive a un paio di km da dove vivo io; è rumena (quindi rom per proprietà transitiva, anche se rom non lo è affatto), sposata e con quattro figli. Vive in affitto in una stanza con bagno insieme a suo marito e ai suoi figli. Minuta, col sorriso sempre largo, due pozzanghere scure al posto degli occhi e un italiano da fare invidia agli itagliani; si mantiene facendo le pulizie un paio di volte la settimana al resto della villa dove vive la padrona di casa, mentre gli altri giorni aspetta immobile ad un semaforo che qualcuno “doni” qualche moneta. È una nullafacente, non pulisce neanche i vetri delle macchine. Suo marito svolge piccoli lavori di pulizia giardini e di muratura.
Succede, a volte, che quando fai la pendolare tutte le mattine incontri le stesse facce: un sorriso un giorno, una moneta un altro, un pizzicotto sulla guancia del bambino che porta sempre con sé un altro ancora. Poi raccatti tutto ciò che ritieni in disuso, che non ti serve più nonostante sia ancora in ottimo stato, ci riempi un sacco dell’immondizia e glielo porti, e lei lo prende e ringrazia pure. Sì, ringrazia dell’eccesso ridotto al ruolo di monnezza, per quanto buono possa essere.

Caridad, siempre!

Non uccide come uccide il lavoro, che quando non ammazza biologicamente ammazza le emozioni, la felicità, la voglia di condividere con gli altri, il desiderio in sé e il desiderio della conoscenza; non uccide come uccide lo stato canaglia più canaglia degli altri stati canaglia, con scientifica meticolosità e indiscriminata atrocità al contempo; non uccide come la fede, in silenzio, sotto-sotto, tanto da riuscire a cancellare le stragi compiute dalle pagine dei libri di storia.
Eppure la carità continua a uccidere tutti i giorni: la speranza di chi la riceve e la dignità di chi la elargisce.

Written by Ezio

27 marzo 2008 at 23:19

Pubblicato su Senza Categoria

La muerte es cultura

leave a comment »

Non la conoscevo questa poesia di Augusto Monterroso musicata e cantata dal cantautore Colonbiano Lizardo Carvajal:

La oveja negra

En un lejano país
existió hace muchos años
una oveja negra que fue fusilada

Pero un siglo después
el rebaño arrepentido
le levantó una estatua ecuestre
(que quedó muy bien en el parque)

Así en lo sucesivo
cada vez aparecía una oveja negra
era rápidamente fusilada.

Para que las nuevas generaciones
de ovejas comunes y corrientes
pudieran ejercitarse también
en la escultura.

È una metafora che Carvajal prende in prestito per raccontare delle persone che hanno lottato per la libertà la democrazia e la giustizia sociale in Colombia e che sono state ovviamente assassinate, come abitualmente avviene in ogni altro angolo del mondo.
L’esercizio alla (s)cultura impone sacrifici: la morte è l’unica cultura.
La metafora mi ricorda un pensiero di Einstein in merito al fatto che, per far parte del gregge, abbisogna innanzitutto sentirsi pecora; e mi ricorda la recente passeggiata finita con l’immancabile abbraccio tra Álvaro Uribe e Rafael Correa.

Il video:

Written by Ezio

15 marzo 2008 at 11:59

Pubblicato su Senza Categoria

Confini

leave a comment »

Avevo già scritto qualcosa qui (e mi cito) e qui (e mi ri-cito).

k3.jpg
Mi viene da dire che – alla luce degli ultimi avvenimenti – sia sufficiente questa cartina per comprendere perché sia lo stato sia il popolo da esso rappresentato abbiano ormai superato il punto di non ritorno, tanto da essere destinati ad una lenta ma irreversibile agonia per fame a causa della distruzione indiscriminata dell’habitat della selvaggina di cui si nutrono, nonché della caccia indiscriminata.

Written by Ezio

3 marzo 2008 at 00:03

Pubblicato su Senza Categoria

L’angelo, la bicicletta, la formica.

leave a comment »

Forse dovrei cominciare a scrivere della mattinata che ho vissuto grazie ad un sms arrivatomi ieri (e sì che avevo programmato una mattinata completamente diversa, ma tant’è…ora credo di aver perso un pomeriggio e una serata completamente diversi…) ma difficilmente riesco a trovare le parole in grado di raccontare il mio stato d’animo. E poi, non riuscendo a raccontare di me, mi risulta ancor più difficile raccontare di un racconto ascoltato. Un po’ per pudore, un po’ per la stima e il rispetto che provo verso la persona minuta che mi è capitato di conoscere, abbracciare fino a stringere forte, ascoltare. E Tutto in poche ore.
Prendo così spunto da ciò che ho sentito, tornando con la memoria ai caduti di qua, da qualunque parte del mondo, grazie anche ad un cantautore che sto scoprendo lentamente e in ritardo, giorno dopo giorno.
Ché la musica, si sa, è sempre bene accetta; anzi – spesso – è indispensabile.

“Claudio “Pocho” Lepratti fu asasinado por la policia de Santa Fe el 19 de diciembre del 2001, en la ciudad de Rosario. “Pocho “desarrollaba un trabajo de hormiga, ripartiendo esperanza, amor fraternal, y espiritu de lucha entre los menos favorecidos de esta sociedad. Fue esto lo que buscaron matar su asesinos. Hoy las paredes de la ciudad proclaman “Pocho vive” mientras su recuerdo se expande y su ejemplo se multiplica.”

Claudio Lepratti era uno come tanti: ex seminarista, sindacalista e impiegato in una mensa pubblica per bambini nella periferia di una Rosario travolta – come tutte le città Argentine – dalla crisi economica del 2001. Amava muoversi in bicicletta (forse era l’unico mezzo di locomozione che poteva permettersi) e dividere lo stipendio coi poveri di Ludena, tanto da essere definito ingenuo. Era la persona “giusta e con la faccia giusta” per finire ammazzata dalla polizia con due colpi al collo, in un contesto sociale politico ed economico da potersi definire blindato reazionario e poliziesco; in un contesto in cui gli assalti ai camion di bestiame erano all’ordine del giorno, con la macellazione immediata delle bestie e la fuga al primo rumore di sirena. Coi conti correnti bloccati e migliaia di persone sull’orlo del baratro economico: si assaltavano le vacche, non i bancomat; si rubava nei supermercati, non nelle banche.
Nessuna ideologia nelle mani e troppo amore per la vita propria e per quella degli altri. Da sbattere in faccia, sempre. Fin troppo amore e poco – troppo poco – odio.

“Non sparate, figli di puttana, che ci sono bambini che stanno mangiando!”

Da Vincenzo Lobaccaro a Giovanni Grasso passando per tutte le altre decine e decine di persone ammazzate, defenestrate, torturate, smembrate dalle bombe di stato, per sbaglio o per scelta, qui e/o altrove. Troppo spesso a causa di colpi partiti “accidentalmente” o deviati da reti o sassi volanti. Vittime – tutte – di una sindrome di dominazione perpetrata con le mani giunte a stringere forte il rosario prima e il ferro poi; e le braccia distese…

Il testo di “El ángel de la bicicleta”

Cambiamos ojos por cielo
Sus palabras tan dulces, tan claras
Cambiamos por truenos
Sacamos cuerpo, pusimos alas
Y ahora vemos una bicicleta alada, que viaja
Por las esquinas del barrio, por calles
Por las paredes de baño y cárceles
Bajen las armas!! Que aquí solo hay pibes comiendo.

Cambiamos fe por lágrimas
Con qué libro se educó esta bestia
Con saña y sin alma
Dejamos ir a un ángel
Y nos queda esta mierda
Que nos mata sin importarle de donde venimos
Que hacemos, qué pensamos
Si somos obreros, curas o médicos
Bajen las armas!! Que aquí solo hay pibes comiendo.

Cambiamos buenas por malas
Y al ángel de la bicicleta lo hicimos de lata
Felicidad por llanto
Ni la vida ni la muerte se rinden
Con cunas y cruces
Voy a cubrir tu lucha más que con flores
Voy a cuidar tu bondad más que con plegarias
Bajen las armas! Que aquí solo hay pibes comiendo.

Cambiamos ojos por cielo
Sus palabras tan dulces, tan claras
Cambiamos por truenos
Sacamos cuerpo, pusimos alas
Y ahora vemos una bicicleta alada, que viaja
Por las esquinas del barrio, por calles
Por las paredes de baño, y cárceles
Bajen las armas!! Que aquí solo hay pibes comiendo

Música: Luis Gurevich / Letra: León Gieco

Il video:

Written by Ezio

1 marzo 2008 at 22:30

Pubblicato su Senza Categoria