Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for dicembre 2009

Ma sì, ma sì, diciamo pure addio al vecchio… e in quanto al nuovo…

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Written by Ezio

31 dicembre 2009 at 18:46

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La donna di Cortés

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A lui ha dato un figlio, e per lui ha schiuso le porte dell’impero. Da quattro anni è sua interprete e consigliera, moglie e concubina, madre e sorella. Non è una donna ma un’ombra, e da ombra di Cortés cavalca con lui, alla sua destra e alla sua sinistra. È Azteca ma veste da spagnola, così nessuno riconosce la bella signora che arriva accompagnando i nuovi padroni. Malinche cavalca un sauro, e come lui annusa l’aria sulla riva del fiume in cerca dei nascondigli dove, vent’anni prima, gli fu insegnata la magia e il timore, l’angoscia e il prodigio. Dove, vent’anni prima, sua madre la vendette strappandola dalle viscere della terra messicana per darle una vita di schiavitù. Ora l’odore del nascondiglio si fa più forte, e Malinche lo segue. Quando sua madre riconosce nella donna vestita con abiti di seta la bambina venduta vent’anni prima le si getta ai piedi e chiede perdono, e piange, e poi ancora piange. Lei prende sua madre per le spalle e la solleva, poi le mette al collo la collana che indossa e l’abbraccia e la bacia sulla fronte; poi risale sul sauro e parte insieme con chi era venuta: gli spagnoli.
Malinche non ha nessun motivo per odiare sua madre, il tempo di vendicarsi ce lo ha da quattro anni, da quando è stata regalata a Cortés; da allora non c’è messicano che non tremi al suo passaggio, un suo sguardo con gli occhi da serpente è sufficiente per far penzolare un principe da un ramo e la sua gloria verrà narrata ben oltre la sua morte. Il suo fantasma dalla tunica scura e dai capelli neri e lunghi continuerà a destare terrore e contribuirà a distruggere e umiliare le terre distrutte e umiliate quando era in vita, da Chapultepec allo Yucatàn.

Written by Ezio

30 dicembre 2009 at 16:25

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Marianela Garcìa Vilas (2)

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Nel momento in cui la guerriglia ha iniziato a crescere nelle campagne l’esercito del Salvador ha smesso di usare le carceri. I metodi spicci, si sa, sono sempre i migliori. Così, ad ogni alba, i parenti dei desaparecidos bussano alla sua porta per portare o avere notizie. Altri posti, oltre la porta della Commissione per i Diritti Umani, non ce ne sono; e, in ogni caso, se la porta eventualmente si trova chiusa si può sempre entrare da una breccia aperta da una bomba sul muro del palazzo. La commissione denuncia ad un mondo privo di orecchie la decapitazione di quindici bambini non ancora quattordicenni, arrestati pochi giorni prima e accusati di terrorismo. Racconta di quasi quattordicimila civili scomparsi in meno di otto mesi, probabilmente assassinati o, assai più probabilmente, partiti per un lungo viaggio nel cosmo a bordo di dischi volanti. Tra i promotori della commissione la prima ad essere assassinata è Magdalena Enriquez ma solo perché bella e sempre sorridente. La spuma del mare le lava lentamente il corpo, sulla spiaggia dove viene ritrovato scorticato. Ramòn Valladares invece muore in mezzo ad una strada, affogato dal putridume del fango respirato ma crivellato da una raffica di mitra. Ora resta Marianela.
Lei ride e dice di essere cattiva; e dice che l’erba cattiva non muore mai. Una mattina, mentre se ne va in giro nelle terre bruciate del Cuscatlàn con la macchina fotografica e il registratore, a cercare le prove che l’esercito butta fosforo bianco sui guerriglieri e sui contadini ribelli, incontra una pallottola vagante.
Forse non era così cattiva, forse non era come l’erba.

Written by Ezio

29 dicembre 2009 at 15:39

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La navidad de Luis

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Toma Luis, mañana es Navidad
un pan dulce y un poco de vino
ya que no puedes comprar

Toma Luis. llévalo a tu casa
y podrás junto con tu padre
la
Navidad festejar

Mañana no vengas a trabajar
que el pueblo estará de fiesta
y no habrá tristezas

Señora, gracias por lo que me da
pero yo no puedo esto llevar
porque mi vida no es de
Navidad

Señora, cree que mi pobreza
llegará al final comiendo pan
el día de
Navidad

Mi padre me dará algo mejor
me dirá que Jesús es como yo
y entonces así podré seguir viviendo.

Written by Ezio

24 dicembre 2009 at 15:43

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Dal mestiere più antico del mondo

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Le puttane sono puttane, ma anche molto di più. Sanno più di barbieri e parrucchieri e sanno e hanno più memoria delle orecchie di un confessionale. Sanno perché sanno ascoltare. Sanno perché gli uomini le considerano meno intelligenti di un animale, e parlano. Le puttane di Puerto Cabezas sanno perché ascoltano le confidenze dei loro letti: questi hanno ascoltato le storie dei marines tra un’amplesso riuscito e una eccitazione non pervenuta, e parlano e bisbigliano all’orecchio delle loro padrone, fra lenzuola profumate di sesso e sudore. Così, da questi letti caldi d’amore, le puttane vengono a sapere l’esatto luogo dove i marines americani hanno nascosto quaranta fucili e settemila proiettili. Grazie al loro mestiere e al loro coraggio sfidano le forze d’occupazione e bisbigliano all’orecchio di Sandino. Così Sandino e i suoi uomini recuperano nottetempo, con l’aiuto della fioca luce delle torce, le loro prime armi e le loro prime pallottole.

Written by Ezio

23 dicembre 2009 at 15:15

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Una guerra in nome di Cristo

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La rivolta dei fanatici Cristeros

La ferma e forte spinta anticlericale assunta dai rivoluzionari durante la rivoluzione si può spiegare con la tendenza degli oppressi a vedere nella chiesa la perfetta alleata dei regimi padronali. La chiesa difendeva e tuttora difende le posizioni economiche e politiche contrarie all’interesse di tutti. In effetti durante la rivoluzione la chiesa sopravvalutò la sua presa sulle masse, su circa quindici milioni di messicani quattordici erano meticci o indios: cattolici – certo – ma solo di nome, nient’altro. Per loro la questione religiosa – di fatto – non esisteva, tanto che erano pronti ad espellere i preti pur continuando a portare mazzi di fiori all’altare dei santi preferiti.
L’inizio delle ostilità coincise più o meno con la ripubblicazione della veemente protesta che il clero aveva formulato già nel 1917 contro la costituzione, nella quale c’erano articoli contrari all’ingerenza del clero nella politica e dove si diceva che l’ingerenza ecclesiastica poteva ledere la libertà religiosa e individuale dei cittadini. Di fronte a questa ripubblicazione il governo rispose con la messa in atto degli articoli costituzionali che, fino a quel momento, erano stati lasciati da parte: duecento tra suore e preti stranieri furono espulsi dal paese, scuole ed asili cattolici furono chiusi e ai preti rimasti s’impose di farsi registrare presso le autorità locali. In risposta a questa palese sottomissione al potere civile i vescovi entrarono in sciopero (sì, proprio uno sciopero ecclesiastico) e sospesero tutte le funzioni religiose. Il primo agosto del 1926, per la prima volta dopo lo sbarco di Cortés, nessun servizio religioso fu celebrato in Messico.
Ben più degli indifferenti indios, i creoli (discendenti dei coloni spagnoli e francesi) accorsero in difesa del povero clero messo di fatto quasi fuorilegge. Negli stati occidentali si formarono dei gruppi di ribelli che si diedero il nome di “Cristeros” e si diedero alla macchia, poi iniziarono a bruciare le scuole governative e a commettere atti di vandalismo. Nell’aprile del 1927 alcuni di loro fecero saltare con la dinamite un treno ammazzando un centinaio di viaggiatori e, a quel punto, il governo inviò i generali. I generali però sono generali, e quando iniziano ad ammazzare ammazzano con gusto e fantasia, fino a commettere atrocità ben peggiori di coloro che sono chiamati a fermare. Nella guerriglia esaltavano il loro istinto omicida, di rapina, trascurando le bande dei Cristeros. Famelici, pronti a tutto, si diedero al furto, alla spoliazione e alla fucilazione di ricchi cattolici con i pretesti più disparati. La chiesa messicana declinò qualsiasi responsabilità, dichiarando che i sacerdoti rifugiati nelle lande non reclutavano cittadini per ingrossare le file dei cristeros ma erano lì unicamente come cappellani; per tutta risposta il governo deportò sei vescovi oltre la frontiera, nel territorio texano e ordinò di fare terra bruciata nello stato di Jalisco: sessantamila contadini furono strappati alle loro case e ammucchiati in veri e propri campi di concentramento, poi i governativi bruciarono tutto ciò che non era asportabile.
Tre anni durò questa che fu una vera e propria guerra, poi grazie all’inviato americano Morrow, si provò a ristabilire la pace. Due dei vescovi esiliati rientrarono segretamente in Messico per trattare e il nuovo presidente promise loro che il governo avrebbe rispettato l’autonomia della chiesa  e che l’insegnamento religioso che era stato proibito nelle scuole primarie poteva riprendere nelle parrocchie. Dopo tre anni di silenzio i rintocchi delle campane annunciarono nuovamente la messa; anche i cristeros deposero le armi.
Il clero si dichiarò comunque vinto: accettò l’ordinamento culturale sancito dalla costituzione, ovvero l’uguaglianza dei culti; la nazionalizzazione degli edifici religiosi, il divieto di creare ordini monastici e di far propaganda antigovernativa nonché l’accettazione della laicità d’insegnamento nelle scuole private.
Si era nel ’29, qualcosa pare sia cambiata.

Nella foto:
Un ufficiale parla alla truppa dal pulpito di una chiesa requisita dal governo Calles

Written by Ezio

22 dicembre 2009 at 12:17

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Distratto dalla speranza

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Là dove le tre caravelle accerchiano l’oceano brulicante di isole lussureggianti gli autoctoni non sanno piegarsi all’umiliazione: i luoghi stessi, ora, si sentono stuprati e umiliati. Così, molti, scelgono direttamente la morte, per impiccagione o per mano del veleno, e la scelgono anche per i loro figli. Questa vendetta da parte degli abitanti gli invasori non sanno proprio come evitarla; però la grande Europa esporta menti eccezionali, persone capaci di capire e di spiegarla questa vendetta. Gli indios sono tanto malvagi e tanto selvaggi da pensare che tutto possa essere in comune – dice Oviedo – persone dalla natura viziosa, oziosa, con pochissima voglia di lavorare. Arrivano al punto da suicidarsi col veleno e con la corda pur di non lavorare.
Hatuey non si è suicidato, è stato tanto vigliacco da scappare da Haiti a bordo di una canoa, con altre canoe con a bordo altri compagni, e tutti hanno per meta le grotte sui monti di Cuba. Lì, arrivati, Hatuey indica una cesta piena d’oro ai suoi compagni e dice: ” Questo metallo giallo è il Dio dei cristiani. A causa sua siamo perseguitati. Per lui sono stati ammazzati i  nostri compagni i nostri fratelli e i nostri padri.” Poi iniziano a ballare, tutti, perché se la danza piacerà al Dio cristiano lui ordinerà agli invasori di non maltrattare più gli indios.
Tre mesi dopo Hatuey viene catturato davanti a quelle grotte; catturato perché ancora distratto dal ballo e distratto dalla speranza. Viene legato a un palo, sotto ai suoi piedi viene posta della legna secca.

“Non posso prometterti la vita – gli dice il sacerdote immobile davanti a lui – però posso prometterti gloria e riposo eterno nel paradiso se accetti la conversione e il battesimo.”
“Ci sono cristiani, in questo paradiso?” Gli domanda.
“Sì, certo, solo i cristiani battezzati possono accedervi e riposare in eterno.” Gli risponde il sacerdote.
“Non posso riposare in eterno fianco a fianco con gli assassini della mia gente.” Risponde Hatuey.
Un istante dopo la legna comincia ad ardere, e crepitare.

Written by Ezio

19 dicembre 2009 at 16:32

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Roque

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Miguel Màrmol è stato capace di morire e rinascere troppe volte, e ad ogni rinascita rinasceva con lui lo spirito guerrigliero della vita precedente, quantunque fosse durata. Roque Dalton è stato in questo una sorta di figlio o nipote: poeta, artista della vita della morte e della rinascita. Per ben due volte s’è salvato dalla condanna a morte tramite fucilazione: in una cadde il governo e in un’altra il muro, grazie ad un terremoto tanto improvviso quanto benedetto. Si è salvato dagli aguzzini che l’hanno torturato, lasciandolo color dell’ebano ma comunque vivo. Si è salvato dai poliziotti che l’hanno inseguito, che gli hanno dato la caccia coi cani e coi fucili. Si è salvato da una scrofa infuriata e dalle sassate dei tifosi e si è salvato soprattutto dai mariti cornuti e assetati di vendetta, ché lui amava i letti già caldi. È un uomo e un poeta che preferisce prendersi in giro e prendere in giro gli altri, perché prendersi sul serio non è cosa tanto seria. Così vivendo si è salvato dalla retorica e dalla solennità, dall’imponenza e dalla pomposità, nonché da tutte quelle pericolose malattie capaci di contagiare la poesia politica. Così vivendo si salva da tutto ma non dai compagni; sono proprio questi a condannarlo, per delitto di difformità. Bisognava stargli vicino, molto vicino, per centrarlo con una pallottola.

Written by Ezio

17 dicembre 2009 at 18:54

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Guerre

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1865
In Nordamerica c’è in corso una guerra e la storia vincerà su questa, mentre in Sudamerica ce n’è in corso un’altra che la storia perderà. La storia comanda, ha il potere di accettare o rifiutare, tagliare o unire. Tre città di mare e tre porti – Buenos Aires, Rio de Janeiro e Montevideo – che mezzo secolo prima avevano distrutto Artigas ora si preparano a distruggere il Paraguay. Qui ci sono state e ci sono le “dittature” di De Francia e Lopez fino al figlio di quest’ultimo, Solano. Tutti “dittatori” che hanno detenuto il potere assoluto e sotto i quali il Paraguay è diventato altro rispetto al resto degli stati dell’America latina. Altro, pericoloso e di pessimo esempio, tanto che gli stati vicini corrono il rischio di infettarsi della stessa malattia, troppo nuova per essere compresa e arginata con efficacia. In Paraguay, sotto questi “dittatori”, i proprietari terrieri non contano nulla, i mercanti affaccendati non riescono a speculare, gli usurai non sono merce nel senso che risultano introvabili. Il paese risulta completamente chiuso dall’esterno ma all’interno pare cresciuto ben più di quanto dovesse; e la crescita continua senza l’obbedienza al mercato mondiale e al capitalismo estero. Gli altri Stati sono strozzati dal debito estero, il Paraguay non deve un centesimo a chicchessia. Pare proprio una malattia mortale.

La regia britannica a Buenos Aires esorcizza il male: Argentina Brasile e Uruguay sono gli esorcisti.
La guerra della triplice alleanza contro il Paraguay è prolungamento e conseguenza di una guerra ancora più antica, quella di Buenos Aires e del suo porto – che qualche libro di storia apostrofa come “porto vampiro” – contro le province. Venancio Flores ha dato una mano allo sterminio di almeno mezzo milione di gauchos ribelli, lui è uruguaiano e quale ricompensa per lo sterminio accetta la presidenza dell’Uruguay “impostagli” dalle navi da guerra brasiliane e dai cannoni argentini. Appena un mese di guerra di resistenza, poi il capo della difesa Gòmez cade fucilato sulle macerie incenerite della sua città. Quella che era la duplice alleanza diventa triplice, grazie ai soldi alle armi e alla benedizione dei banchieri britannici.

Ora i tre si lanciano a gettare tonnellate e tonnellate di medicina contro il Paraguay malato. Prima di metterlo a fuoco e fiamme firmano un trattato dove si afferma che la guerra si farà in nome della libertà e della pace, che il Paraguay dovrà pagare le spese dello stermino del suo popolo e che un governo adeguato gli sarà fornito dai vincitori. Per quanto riguarda l’integrità territoriale dopo la guerra si deciderà come smembrarla.
La guerra si fa da sempre in nome della libertà: all’epoca il Brasile possedeva non meno di due milioni di schiavi, promise e portò la “libertà” al Paraguay che non ne aveva nessuno.

Written by Ezio

15 dicembre 2009 at 19:51

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Cuore di ferro

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Il disco di Massimiliano D’Ambrosio ce l’ho da quasi un anno, ed era già uscito da tempo quando glielo chiesi. Ricordo che rimase un po’ stupito dal fatto che non l’avessi ancora e che rimase perplesso alla mia domanda: Quanto ti devo? Ho dovuto insistere un po’ per non farmi fare lo sconto. D’altra parte, se ritengo che la musica debba poter fluire liberamente per essere alla portata di tutti, certi autori che impegnano l’anima debbano poter almeno rientrare delle spese sostenute. È incredibilmente rimasto incelophanato per almeno altri cinque mesi fra gli altri cd che ho in casa, non nascosto ma comunque in secondo piano. In quel periodo ero completamente in overdose di León Gieco, e quando hai una discografia intera lunga più di trenta anni che ti piace e dalla quale ritieni di essere rimasto indietro… Girava, la musica di León, nel lettore cd dell’auto e in quello in casa, e nel piccì e finanche nell’iPod, nel senso che andavo a dormire con gli auricolari nelle orecchie, e così mi addormentavo…
“Cuore di ferro” è esattamente come me lo aspettavo: carico di contenuti, testi curati, consapevolmente (credo) deandreiano nella melodia. D’altra parte la voce e la musica di Massimiliano sono quelle di sempre; ma, e non so spiegarmi perché, tutto sembra migliorare rispetto a “Il mio paese”. “Teresa Batista”, “Luna lunera” (con l’ultima strofa cantata da Marino Severini) e la stessa “Cuore di ferro” fanno ormai parte di una sorta di colonna sonora della mia vita, nel senso che riscaldano l’animo e danno memoria a luoghi, facce e parole.

Written by Ezio

11 dicembre 2009 at 16:40

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L’olio esplosivo

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Oggi è il gran giorno del burattino Obama: “Yes We Can”!

D’altra parte la storia della famiglia Nobel e soprattutto di Alfred Nobel è ben conosciuta: pacifista e mercante di morte al contempo, volontariamente e involontariamente responsabile di progresso e involuzione, chimico ma anche imprenditore. Nessuno meglio di Obama incarna e racchiude in sé tutte le attitudini e le contraddizioni del buon Alfred. Ma se da una parte la curiosità sta tutta nel provare a giocare con gli elementi fino a unirli e mescolarli, fino a farli “sposare per farli reagire”, da parte di Alfred Nobel, dall’altra si contrappone la lucida follia “del salariato” delle multinazionali diventato presidente: bastone e carota, guerra e pace, carezze e tortura. La differenza la fa il fine: l’essere politico, pagato e ricattabile rispetto all’essere curioso, ricercatore e indipendente. La storia racconta che a suo tempo il secondo istituì un premio, e che questo atto sia stato il più grande strafalcione della sua vita.

Un po’ di (altra) storia, che poi è quello che più mi interessa, ovvero come si è arrivati alla scoperta della dinamite passando per il fulmicotone e la nitroglicerina: curiosità, capacità, perseveranza e spesso tanto ma tanto sculo, parola meglio conosciuta come fortuna.

Cibo a parte, costituito prevalentemente di polimeri pesanti (ossia ad alto peso molecolare), il polimero da cui l’uomo più dipende è la cellulosa. Costituente principale del legno, l’uomo la usa fin da prima della scoperta del fuoco. Questa è un combustibile, è ottima come materiale da costruzione, ci si fa la carta e può essere ridotta in fibre tanto da farci lino e cotone. Nel diciannovesimo secolo i chimici la usarono come materia prima per creare molecole giganti. Legarono un gruppo nitrato (un atomo di idrogeno e tre di ossigeno) ai gruppi ossidrilici (un atomo di ossigeno e uno di idrogeno) del glucosio. Il risultato, dopo aver trattato questa cellulosa con una miscela di acido solforico e nitrico, fu un nuovo esplosivo dalla potenza straordinaria. Si racconta che un chimico svizzero, Schönbein, rovesciò per caso una miscela di acidi in cucina e ripulì il tutto con il grembiule della moglie (la quale gli aveva proibito di fare esperimenti in cucina, soprattutto in sua assenza… ), quando lo appese vicino al fuoco per farlo asciugare questo si disintegrò senza lasciare traccia. Appena capite le potenzialità del composto Schönbein gli diede il nome di “Fulmicotone” e cercò di vendere la sua formula a diversi governi, ma la miscela era talmente potente e instabile che spesso esplodeva da sola, prima dell’uso, con le conseguenze che si possono immaginare. Per cui, dal 1860, dopo un lancio sul mercato ovviamente fallito, del fulmicotone non si sentì più parlare. Però, sotto sotto, c’era chi continuava a lavorarci cercando dei metodi in grado di rimuovere delle piccole impurità che favorivano l’esplosione casuale. Nel 1889 due chimici mescolarono nitroglicerina – scoperta dall’italiano Ascanio Sobrero nello stesso anno del fulmicotone. Solo che Sobrero, dopo aver trattato il glicerolo con acido nitrico e solforico, rischiò di morire nell’esplosione che seguì ed impauritosi evitò di divulgare la sua scoperta. – e vasellina col fulmicotone tanto da rendere il tutto molto stabile nonché modellabile, anche a forma di corda, al punto da chiamare cotanto miscuglio “cordite”. Nel ventesimo secolo la nitroglicerina tornò in auge, studiata da una famiglia svedese, i Nobel, che iniziò a fabbricarla come “olio esplosivo” da usare nei cantieri e nelle miniere. Dopo una lunga serie di incidenti, in uno dei quali morì un membro della famiglia, Alfred Nobel (fratello della vittima) scoprì un sistema per miscelare la nitroglicerina con la diatomite, un sedimento finissimo e dal potere molto assorbente composto quasi interamente da microscopiche alghe unicellulari: le diatomee. L’olio esplosivo diventò così una polvere completamente asciutta che, imprigionata dentro candelotti, prese il nome di dinamite. Un candelotto poteva cadere e poteva essere preso persino a martellate senza esplodere, quando però veniva innescato elettricamente mediante una carica a percussione esplodeva manifestando tutta la potenza della nitroglicerina liquida. L’uso della dinamite permise di cambiare il volto del continente nordamericano, soprattutto nell’ovest; permise cioè di costruire a velocità inimmaginabili per l’epoca ferrovie e strade, dighe e miniere. Nobel divenne ben presto milionario, e nonostante gli intenti della sua scoperta fossero principalmente umanitari venne da molti definito un mercante di morte.

Written by Ezio

10 dicembre 2009 at 15:50

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Marianela Garcìa Vilas

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Lei è in piedi, l’arcivescovo Romero la invita a sedersi ma lei non lo fa. È un avvocato e non viene mai per parlare di sé, in genere parla dei torturati del Salvador, dei dissidenti politici, dei desaparecidos, del capitano Torcia che ama torturare con la fiamma ossidrica, che ama sentire il puzzo della carne bruciata mentre, ancora viva, urla; nonché di qualche infame in divisa addotto anch’egli all’orrore della tortura. Oggi però Marianela parla di sé: confessa all’arcivescovo di essere stata sequestrata dalla polizia, legata, denudata, violentata nel corpo e nell’anima. Lo confessa con calma, con quella calma che prima sembra promettere forza e poi, invece, dà forza. Ad Arnulfo Romero non era mai capitato di percepire tanto odio e tanto schifo e tanta bramosia di vendetta nelle parole di Marianela, nonostante la calma apparente. Poi lei tace, e lui, distrutto scioccato e incapace di proferire parola, tace. Il silenzio pesa, cattura l’anima, la schianta. Lui non sopporta il peso la prigionia e i colpi e rompe la quiete. Inizia a parlare: la chiesa non ha nemici, non odia, non categorizza le persone fra scarnificatori e scarnificati, fra torturatori e torturati, fra buoni e cattivi. Tutti sono figli di Dio. Tutti, per quanto criminali, sono parte in tutto e per tutto dell’ordine creato dal Divino, e ognuno deve essere capace di perdonare i propri torturatori, di accettare il dolore e l’angoscia e il supplizio su questa terra. Poi tace di nuovo inizia a piangere e fissa il pavimento, si stringe la testa fra le mani e mormora: adesso basta, non voglio sentire altro, non voglio sapere, non posso sapere oltre. No, non vuole sapere oltre l’arcivescovo abituato a dispensare consolazione, protezione, sostegno; e piangendo inizia ad avere dubbi sulla certezza di un Dio che comprende e abbraccia e ama tutti gli uomini allo stesso modo. Lei lo guarda piangere e dubitare della certezza che l’ha accompagnato per tutta la vita e si avvicina, e gli accarezza la testa prima di andare via.

Written by Ezio

7 dicembre 2009 at 23:34

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Nel saloon

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Nei western faccio spesso comunella con la padrona del saloon, una tipa grintosa e sferzante che a sua volta incarna le aspettative del pubblico: la gente sa bene che tutta una vita trascorsa nell’esercizio di un’attività sessuale incessante e lucrativa non ha minimamente scalfito il suo senso morale. E sa bene che Gesù aveva un debole per le donne di quel tipo, e lo condivide.

(Thomas Mitchell, chiacchierando amabilmente dei personaggi da lui interpretati)

Written by Ezio

2 dicembre 2009 at 21:57

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Tina e Frida

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I governanti di Cuba sono certamente innocenti, scrivono i giornali di destra di Città del Messico nel 1929, perché Julio Antonio Mella è vittima di circostanze passionali e non politiche e perché il bolscevismo di mosca è una cricca insipida di idioti. Tina Modotti pare sia una donna di facili costumi: italiana, fotografa, ha girato il Messico fino in fondo in pochi anni. Le sue foto denunciano la grandezza dei piccoli: persone semplici con le mani callose dal lavoro manuale, vecchie facce, piccoli oggetti. Cose di ogni giorno, insomma. Ma lei è rea d’essere rimasta immobile davanti all’interrogatorio della polizia; dicono che ha parlato e si è contraddetta, e quando ci si contraddice si è colpevoli. Lei però è soprattutto colpevole di libertà: viveva sola e una donna non può vivere sola; ma poi, mescolandosi tra la folla in una manifestazione per Sacco, Vanzetti e Sandino incrociò gli occhi di Mella, e di lui si innamorò e con lui giacque e si addormentò più volte senza il rito del matrimonio. Prima era stata attrice e modella in America, artista e amante di artisti, e non c’era uomo che non desiderasse toccare il suo corpo, mescolare il proprio sudore con quello di lei. Per questo la polizia dice che è una donna sporca, persa, con l’aggravante di essere straniera e comunista. Diffonde tra i giornali le foto che mostrano il suo splendido corpo completamente nudo e inizia le pratiche di espulsione. Ma lei non è sola davanti ai giudici inquisitori, al suo fianco c’è la sua compagna Frida Kahlo. Pittrice, di corporatura minuscola, capace di bere tanta tequila da far soggezione ad un uomo. Frida dipinge ad olio dal giorno della condanna al dolore perpetuo: era ancora vestita da angelo quando venne gettata nel vuoto, e le ali erano di paglia… Il dolore però è un bisturi e quando inizia a tagliare va sempre fino in fondo, giù, fino all’ultimo tessuto, così Frida si ritrova un ferro da tranvai conficcato nel petto a causa di un incidente stradale. Viene operata troppe volte e sul letto d’ospedale è sola perché no, non è sporca e persa ma è pur sempre comunista e nel frattempo la sua compagna Tina è stata cacciata dal Messico. Da quel letto dipinge piccoli autoritratti, omaggi al tempo innominabile che insistentemente le consuma la vita e le lascia intatto il dolore.

Written by Ezio

1 dicembre 2009 at 18:12

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