Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for ottobre 2008

La punizione del capitale

leave a comment »

(a Ray “Running bear” Allen)

Arriva il tempo che è la fine del tempo in cui sei stato rinchiuso.
Stai per essere ucciso dalla punizione del capitale portata all’estremo.

Ti metteranno seduto, o ti annoderanno un cappio, o ti legheranno sdraiato e ti inietteranno.
L’attesa e la lotta per la tua vita, giorno dopo giorno – e tutte le notti – sarà finita.

Ma la paura che seguirà non farà dischiudere i nostri pugni levati in aria.
Gli alberi cadranno e moriranno per solidarietà.
I fiumi si trasformeranno in snodi e solleveranno cartelli per protestare l’atrocità.
Una donna bestemmierà nella sua rabbia, perché l’ingiustizia ci rende furiosi, lei farà scorrere la sua carta di credito attraverso la fessura della sua vagina nel buio oltraggiante, dove trovarsi soli, dopo, ci fa sentire mutilati.

E un ragazzino dodicenne in un androne svelerà: la pena capitale che ti ha ucciso ha molte stanze della morte in questa prigione di profitti e di sciovinisti di menzogne.

Tu, vittima di assassinio nelle mani dello Stato, tu che ti sei ucciso e ucciso durante la tua selvaggia gioventù senza mai poter conoscere l’innocenza, in questo grande canile di cani rabbiosi da combattimento aizzati a distruggersi l’un l’altro sopra mucchi di denaro, tu hai scoperto la vera ragione per cui adesso ti stanno assassinando, la vera ragione che sa che tu appartieni al mondo dei poveri, uno dei miliardi di poveri, e che vai alla morte, sì, innocente dei loro crimini di eterna pena capitale che noi, miliardi di tuoi fratelli e sorelle, giuriamo di non sostenere mai.

Jack Hirschman

Poeti da morire
Giulio Perrone Editore

Annunci

Written by Ezio

27 ottobre 2008 at 22:51

Pubblicato su Senza Categoria

Annozero

leave a comment »

“Ci imbattemmo nei primi che venivano avanti a cavallo, al trotto, con le funi assicurate all’arcione e all’altro capo legati per i piedi certi uomini che di quando in quando si arrabbattavano a camminare con le mani. E ce n’erano altri che non avevano più le mani perché gliele avevano tagliate, e pure la testa gli avevano mozzata. Li guardammo passare. Mai vista tanta gente, una cosa che faceva proprio piacere.”

Un’amica mi dice che la tv non è tutta da buttare, per cui prenderò una sega per tagliarla e ne butterò solo la metà.

Annozero si scrive attaccato, come attaccato si scrive Santoro, che non mi attiene come non mi attiene chi abitualmente storpia i cognomi scrivendo Sant’oro o San toro.
Annozero, dicevo, e ieri sera tra un paio sigarette un paio di articoli nelle pause e un paio di grappe di marca diversa anche un paio di sorprese: un giovane destinato a sedere sugli scranni del parlamento in un futuro prossimo o lontano, sempre che al posto della poltrona non ci trovi un cratere frutto di una condrite carbonacea piovuta dallo spazio profondo, ovviamente, e il solito cane idrofobo con la cravatta d’erba, ché scrivere “color di foglia” non mi pare proprio il caso…

Sulle parole del picconatore-assassino-nazionale neanche una riflessione piccola piccola, ma tanto chi doveva sapere già sapeva, da sempre.

Un panegirico più lungo del Nilo per descrivere un tessuto sociale ormai intriso dal più feroce buonismo da una parte e dalla più feroce xenofobia dall’altra, evitando accuratamente di pronunciare quel sostantivo impronunciabile che ha appesantito l’aria nauseabonda per tutta la durata della trasmissione: fascismo. Non di ritorno. Una teoria elegante e difficile da comprendere quanto la carica frazionaria dei quark nella cromodinamica quantistica per descrivere la sostenibilità dell’insostenibile: un buon governo per un capitalismo da sorreggere e rafforzare. Autoritario o di concerto poco importa, purché sia buono.
Nessuno che abbia specificato che la crisi economica è iniziata già da qualche anno e non da qualche giorno, e che la risposta pare essere ancora una volta la solita farsa.

Tutti così “soft”, compreso il buonista nazionale e ovviamente il cane idrofobo, da lasciar intendere che nessuno sarà invitato al pranzo di gala, ché questo non ci sarà!
Peccato che non serva invito per partecipare; e meno male che la vita continuerà domani così come è stata vissuta fino a ieri.

Written by Ezio

24 ottobre 2008 at 16:28

Pubblicato su Senza Categoria

Se le interessa… prenda…

leave a comment »

Parlo dei detenuti

del desiderio che racconta cicatrici non mie
non del mio corpo
parlo della mia gente

ora anche qui fa caldo

e volano altri corvi preannunciati
da una lingua crudele di menzogna
fra detriti e fantasmi di misera violenza

ora anche qui fa caldo

e il nord che scivola più a nord
rende ogni sud nostro copione
mentre il sud resta fermo sotto il sole
portando il rischio di colori colpevoli di vita

è un fuoco ininterrotto
un’ipotesi umana decisiva
che sogna e rinnega i suoi sogni

viene verso l’europa
di fronte alla tua comoda poltrona
al tuo telecomando occidentale
rapidamente sopraffatto
imploso in quel vortice eterno della digestione

noi siamo eternità di dubbi
sopravvissuti controvento

passiamo come branco
tra due filosofiche colonne
di pensiero feticcio e nichilismo
che imprigiona istinti antagonisti
nei suoi recinti di regolarità
nell’ordine previsto
come animali pelle d’altri nemici
per non correre il rischio d’infezioni

e non compriamo mai abbastanza

io provengo dal mondo
l’angelo dimagrito ad occidente
già troppe volte senza paradiso

soltanto resistenza

o saltare o restare
accettando svantaggi dai confini
esterni al nostro canto

porto ancora un accento che resiste all’uso

io scrivo sopra la mia voce
questo dire imperfetto
e mentre parlo
ogni parola cade sul dire precedente
come un sole che brucia
infiammando di nausea letteraria terre di siccità

plein soleil de mes rêves condamnès
à la mathématique dus moltiplications

dunque il cuore rivendica del ritmo
ancora sensazioni d’eresia
e si alimenta e trova le sue vene
si ripresenta appare ancora tigre
anarchico barlume
anarchico respiro che non tace
anzi trasporta urlando la sua sfida
eterna rumorosa col finale assoluto

è il carico di vittime che porta bestemmiando

senti poesia…
dico pesante questo volare alto
con ali impigliate
e senza sosta nell’incubo presente
su montagne di resti del superfluo
sazietà scarti umani spazzatura
immondezzai che la storia sistema

a chi scriviamo questa rabbia?
come potremo parlarvi più d’amore
se non sappiamo neanche chiedere scusa ai bambini

non ho nemmeno un dio che benedica
l’ambizioso suicidio americano
in questa civiltà definitiva
urlante di razza superiore

dedico le radici ai fili d’erba
e il sesso inarrivato ai detenuti
ma in un senso più ampio di tutte le galere
e intanto scrivo sulle sbarre della gabbia
una speranza a scoppio ritardato

se l’anima ha voglia di nominarne i dubbi
se le interessa… prenda…

Alberto Masala

a:

Rafael Cancel Miranda
Frank Smith
Sekou Odinga
Alejandrina Torres
Susan Rosemberg
alle donne violentate nelle carceri
ai torturati nelle gabbie
ai desaparecidos
ai connannati a morte

Written by Ezio

21 ottobre 2008 at 18:14

Pubblicato su Senza Categoria

È una carogna di sicuro

leave a comment »

Certo, dev’essere difficile anche rappresentare se stessi quando si ha il cuore troppo vicino al buco del culo. Non per colpa propria, no. Né d’altra parte credo che De André volesse colpevolizzare troppo il povero giudice per la troppa vicinanza del cuore all’orifizio: è solo una questione puramente matematica, basta decidere un’unità di misura convenzionale, dal palmo al millimetro, e procedere alla misurazione.
Gli è che quantificare i cambiamenti climatici (veri o presunti) in Euro o Dollari o Sterline o, magari, in “povere” Rupie e non in poveri cristi che quando gli va bene devono emigrare e quando gli va male schiattano mi appare un’esercizio cinico quanto spudorato.
La grande bufala, anche divulgata da revisionisti con falce e martello stampati sulla fronte, è data dall’insolita “calma” solare (la foto l’ho scattata pochi giorni fa frapponendo un foglio di Mylar tra obiettivo e soggetto, e di macchie o di sporco…) e dalla ormai(?) certezza che i cambiamenti climatici stanno avvenendo in tutti gli altri pianeti del sistema solare. C’è da dedurre che Venere sarà abitabile tra un paio d’anni grazie a titoli finanziari volatizzati o volatilizzati che metteranno in crisi il povero CO2 della sua atmosfera a tal punto da portarlo al fallimento, dopodiché pioverà finalmente acqua al posto dell’acido solforico che solidificherà pian piano i laghi di stagno e piombo e abbasserà la temperatura al suolo dai 450 celsius ai 20 necessari alla vita; e che sulla superficie di Marte tra pochi mesi scenderanno congiuntamente i componenti di un’insolita missione russo-arabo-americana-cine-somalo-yeminita per piantare una serie d’alberi da frutto e una piccola piantagione di coca, ché lì ci sarà da lavorare e la storia insegna che se non si masticano le foglie della pianta mistica difficilmente si resiste al lavoro e alla frusta.
La terra è piccola ma le risorse sono infinite, dice quello la cui distanza tra cuore e culo è impercettibile al millimetro, per cui il futuro e il lavoro sono assicurati qua e se non qua là.

Non resta che prendere atto che tutto ha un costo e che questo costo deve essere sostenibile, pianeta Terra con le sue risorse e col suo carico di umanità compresi, epperò i mica tanto antichi “amerindiani” dicevano che la terra non è un’eredità dei padri, bensì un prestito dei nostri figli.
Popolo obsoleto di merda, come si fa a dare importanza alle loro stronzate.

Written by Ezio

18 ottobre 2008 at 23:34

Pubblicato su Senza Categoria

Sogni

leave a comment »

Quando si è da soli a sognare, è solo un sogno.
Quando si è in tanti a sognare, è già la realtà che avanza.

(Adagio dal Brasile)

Written by Ezio

17 ottobre 2008 at 14:51

Pubblicato su Senza Categoria

Pane e mercato

leave a comment »

Almeno 5.

Parla di sensi frugando tra le pieghe di un’antica lingua, Erri De Luca, nel libro scritto con Gennaro Matino, parroco a Napoli. Parla dei sensi di Dio percepibili dalle antiche scritture della genesi.
Al di là dell’importanza di ognuno: l’udito il più importante perché Dio parla e l’uomo ascolta, lasciando al tatto un ruolo più secondario e poetico, nulla è scritto per il gusto, per il sapore, e così tocca ricavarlo estraendolo dalla scrittura.
E nella scrittura si parla di Manna (maschile in ebraico), quello che era chiamato il frumento dei cieli o il pane dei valorosi. Per mangiare, precisa il donatore prima di farla piovere sul popolo eletto. E perché questa precisazione? Era cibo no?  Il donatore – scrive De Luca – la sapeva lunga: del cibo se ne può fare mercato, si può accaparrare e rivendere in un secondo tempo. E invece no, serve solo per mangiare e fa in modo che sia così. La Manna andava consumata entro la giornata, altrimenti marciva, doveva servire all’uomo quotidianamente e questi poteva darle solo valore di sostegno. No, niente accumulo né scambi.
Insomma (e adesso più che riassumere quasi comincio a copiare) l’indispensabile non può essere merce, questo insegna il dono della Manna. Poi (Iod) si preoccupa della quantità pro capite: a ciascuno una porzione sufficiente, né più né meno, così che nessuno possa fondarci sopra un privilegio o un torto, così che nessuno abbia motivo di guardare nel piatto del vicino per una comparazione. Un’accortezza bella quanto l’intero dono.
L’ultimo accorgimento appare strano: ce n’era sempre un’eccedenza, che dopo la raccolta si scioglieva al sole, facendo così in modo che a nessuno capitasse l’ultima porzione, che sempre somiglia a quella scartata da altri, che anche l’ultimo raccoglitore avesse diritto di scelta così come il primo.
Ma che gusto aveva? Di tutto, di tutti i sapori che si desideravano, si legge in un racconto del Talmud.

Più di ogni altro prodigio scritto nell’Esodo, la Manna si distingue e sfugge ad ogni classificazione, tanto che gli altri segni sono unici mentre la Manna provvede a sfamare migliaia di persone per più di quarantanni, per più di un’intera generazione.
Attenzione – continua De Luca – ci sono botanici che cercano d’individuarne l’origine vegetale, ma è opera buffa ridurre a fenomeno naturale le manifestazioni della divinità nel libro dell’Esodo. Le piaghe d’Egitto, il roveto ardente, il guado nel Mar Rosso e tutto il grandioso apparato dei prodigi di quest’opera non può essere guardato col misurino del verificabile. Sono storie da prendere come sono, oppure lasciar perdere.

Ma, tornando al gusto e allo scambio, pur non potendo essere scambiata la Manna resta un unico e speciale scambio tra l’alto e il basso, tra divinità e uomo; e il donatore deve averla assaggiata prima di servirla poiché afferma che “sopra tutto ciò che fa uscire la bocca di Iod vivrà l’adàm”. La Manna era Iod, il sapore di Iod.
E così, conclude De Luca, ai giorni nostri il cibo indispensabile alla sopravvivenza è alla portata dell’intera umanità, ma perché tutti siano sfamati il distributore deve seguire le misure dell’antica fornitura: estirpare dalla provvista l’accaparramento, che porta ad un valore usuraio dello scambio, far sì che tutti ne possano prendere una parte uguale agli altri.

Pane e mercato, nel senso di cibo e contrattazione, di fronte allo scempio storico della disuguaglianza economica e sociale è un’arma di sterminio. Non so cosa cambierebbe se tutti avessero accesso ad una adeguata quantità di cibo, ma possiamo godere degli effetti quando questo cade nelle mani esclusive del mercato.

Written by Ezio

14 ottobre 2008 at 17:47

Pubblicato su Senza Categoria

The Clock Ticks On

leave a comment »

Parlando di musica (non di testi) e di canzoni che si lasciano cantare mi pare proprio che l’evoluzione musicale di Ritchie Blackmore l’abbia portato su una strada completamente nuova: quello che sembrava essere un esperimento si è di fatto tradotto in uno stile completamente diverso dall’ hard-rock dei Deep Purple – gruppo che non sono mai riuscito ad amare – ed è passato dai concerti negli stadi davanti a migliaia di paganti a piccoli concerti per poche centinaia di spettatori, per lo più in fiere e vecchi castelli medievali.
Mi è capitato di vedere e ascoltare il DVD di Castles & Dreams più di una volta e me ne sono innamorato, ben più che per i testi e la voce di Candice Night per un genere di folk mescolato con musica rinascimentale, anche se ho letto da qualche parte che trattasi di una sorta di pop-medievale. Sarà…
Ora, a parte il nome del primo strumento che suona in “The clock ticks on”, che non ho mai visto nelle mani di altri musicisti e di cui ignoro completamente anche la provenienza, mi viene da dire che questa e non solo questa sia una di quelle canzoni che si lasciano ascoltare e anche cantare, niente di più e niente di meno.

Per vedere il video tocca cliccare qui, ché  l’incorporamento del codice risulta essere disattivato.

Written by Ezio

7 ottobre 2008 at 18:59

Pubblicato su Senza Categoria

Sintesi

leave a comment »

Written by Ezio

7 ottobre 2008 at 18:58

Pubblicato su Senza Categoria

L’Unico

leave a comment »

“Perché non sei rimasto in America?”

“Se al giudice che mi domandò se sono anarchico, rispondevo, no, oppure sono stato ma ora non più, la legge americana non mi rimpatriava. Vedete, le leggi americane sono a doppio taglio.
Ma come potevo affermare che non ero anarchico? Io sono l’unico, sostengono che io sia Giovanni Russo.
Non ho mai conosciuto i miei genitori.
Non ho parenti in nessun luogo della terra.
La società americana pretende di sapere le mie generalità.
Si dice che sono  nato a bordo di una nave.
Di questa vicenda posso solo dire che ho subito le più atroci sevizie per costringermi a dire un nome che non potrò mai conoscere.
La caparbietà e la rappresaglia non era tanto perché mi diedi il nome di “Unico” che non sapevo definirmi diversamente.
Qualche dotto poliziotto, o magistrato, leggendo l’Unico di Stirner credette di scoprire in me una matrice ideologica.
Ho trascorso anni e mesi di carcere nelle prigioni americane. Mi è stato messo il fuoco sulla lingua. Nelle parti genitali. Il vitto saltato e l’acqua a distanza della inferriata.”

“Così parlò l’Unico, l’apolide, l’uomo dai mille mestieri.
Si dice che avesse fatto perfino il cercatore d’oro, che l’avesse trovato e con esso finanziato giornali e gruppi anarchici, nulla tenendo per sé. Altri dicevano che l’oro lo trovava introducendosi nei campi auriferi di altri. Certo era che nulla aveva tenuto per sé, vivendo nella più totale indigenza.”

Nino Malara
Antifascismo anarchico 1919-1945
Sapere 2000

Written by Ezio

3 ottobre 2008 at 19:13

Pubblicato su Senza Categoria

Puttane e mimetiche

leave a comment »

Non sempre un giro in moto è da ritenersi uguale a quello del giorno prima o della settimana prima, quando si sale in sella bastano pochi metri per capire se si può andare a cercare guai e adrenalina o se è meglio gustarsi il panorama. Sensazioni che si percepiscono dalla fluidità del movimento del culo sulla sella o dalla buca che non si riesce a evitare come si vorrebbe. La moto deve portarti a spasso da sola, senza aiuto, certe volte puoi lasciare il manubrio con entrambe le mani e lei continua ad andare assecondando anche le curve leggere, altre volte si ha la sensazione di procedere su una trave larga dieci centimetri a cento metri d’altezza. Oggi non mi sento sicuro per cui decido di godermi il panorama.

Via Del Lido Di Castel Porziano attraversa la pineta di Castelfusano, anche se per i primi trecento-quattrocento metri mostra ciò che (non) resta del grande rogo del duemila, la percorro spesso perché dal luogo dove abito si arriva sulla litoranea che porta fino ad Anzio ed oltre in pochi minuti. Pochi km con l’asfalto dissestato dalle  buche e dai dossi creati dalle radici dei pini, da percorrere tra i quaranta e i cinquanta insomma; è da tempo immemorabile anche la strada dei viados la notte e delle puttane di giorno: nigeriane o comunque dell’Africa centrale per lo più, a gruppetti di tre o quattro ogni duecento-trecento metri. Di tanto in tanto si vede anche qualche ragazza dell’est che invece di muovere il culo agita le tette. Enigmi da settimana enigmistica.
Invitano spesso a fermarsi col movimento della mano o sculettando un po’, soprattutto se riescono a vedere gli occhi e percepire che le stai guardando. I fine settimana d’estate invece non ci sono, probabilmente per un tacito accordo con le forze del disordine che le lasciano lavorare in pace nei giorni feriali purché spariscano dalla vista nei giorni in cui la strada è “battuta” dalle famiglie che portano i bimbi e le bimbe al mare, sia mai che ci scappi qualche domanda imbarazzante… Non ne ho incontrata nessuna, probabilmente evaporate davanti alla presenza di una camionetta con tre militari in mimetica perfettamente mimetizzati con lo sfondo della pineta, però in quel punto c’è un campo di bocce ricavato al centro di un grande spiazzo, e una fontanella: forse hanno solo voglia di giocare – mi dico – o hanno solo voglia di una bella e sana bevuta d’acqua fresca.

Il mare sulla mia destra è di un blu cobalto, probabilmente accentuato dalla colorazione scura della visiera, “freme” a causa delle piccole onde che abbagliano come specchi, illuminate dal sole poco sopra l’orizzonte est. Sulla sinistra fa da contraltare la splendida e al contempo feroce visione della tenuta del presidente della repubblica, “spazio comune” che ho frequentato in gioventù assai spesso, tra giochi che si possono raccontare e giochi che, proprio no, non si possono raccontare. La spiaggia appare deserta a parte la zona delle dune di capocotta, dove c’è un bar-ristorante quasi sulla battigia e i naturisti la frequentano anche in inverno.
Sì, si va di panorama e a parte la camionetta e le mimetiche il resto non è affatto male.
Per strada il solito Touareg che si appiccica ad un metro dalla ruota posteriore, il conducente deve aver calcolato che tra quella anteriore e la macchina che mi precede il SUV ci starebbe giusto giusto; mi accosto a destra e lui continua a seguirmi sempre più vicino, alla fine metto la freccia destra e rallento per farlo passare, tanto fra un paio di km c’è il primo semaforo della cittadina fondata da Enea e Lavinia… Arrivo prima io, coglione, anche quando decido d’andar piano.
Ancora pochi minuti, un paio di ampie curve e un vialone largo coi soliti dossi artificiali e sono a destinazione: il porto di Anzio.

Ormeggiati ci sono pochi pescherecci e sulla banchina un centinaio di pescatori (tra cui qualche temerario senza maglietta) con la canna, tutti presi da una mattinata in cui i pesci abboccano (che culo) senza soluzione di continuità; qualcuno si gira e guarda la moto, io guardo le canne e i galleggianti con un pizzico d’invidia. Mucchi di reti e grovigli di fili sono dappertutto, così come vecchi secchi di plastica e mucchietti di cicche. Dicono che dalla banchina si riesca a vedere Ponza nei giorni in cui l’aria è tersa, ed io non stento a crederci, è lontana una sessantina di km e la curva dell’orizzonte ben oltre i duecento. Un caffè al bar e un paio di sigarette una dietro l’altra e poi il ritorno, passando per via Ardeatina e via di Campo Selva e ancora la litoranea e ancora Via Del Lido Di Castel Porziano.
L’orologio sul cruscotto mi segnala che è quasi mezzogiorno, mi guardo intorno e scopro che le camionette sono diventate tre in tre punti diversi della pineta, il campo da bocce e la fontanella sono deserti, è fresco e il periodo degli incendi dovrebbe essere terminato, le puttane non ci sono ancora.
Evidentemente quando il decoro si manifesta sceglie con cura le sue vittime, che devono essere state vittime di altro e magari di altro ancora, prima.
Sì, mi dico scuotendo la testa e zigzagando un po’ tra buche e dossi, i nove(?) componenti in mimetica sono proprio andati a puttane.

Written by Ezio

1 ottobre 2008 at 23:32

Pubblicato su Senza Categoria