Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for settembre 2010

S.P.Q.R.

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Sono Porci Questi Romani? Certo, con tutti i preti e le monache, i politici e le stagiste, che gironzolano per la città…
E chi non capisce si studi un po’ di romanesco, che è la lingua mondial-terronico-ladrona per eccellenza!

Quell’esse, pe, cu, erre, inarberate
sur portone de quasi oggni palazzo,
quelle sò’ quattro lettere der cazzo,
che nun vonno dì’ gnente, compitate.
M’aricordo però che da ragazzo,
quanno leggevo a fforza de fustate,
me le trovavo, sempre appiccicate
drent’in dell’abbeccé’ ttutte in un mazzo.
Un giorno arfine me te venne l’estro
de dimannanne un po’ la spiegazzione
a don Furgenzio ch’era er mi’ maestro.
Ecco che m’arispose don Furgenzio:
Ste lettre vonno dì’, sor zomarone,
“Soli Preti Qui Reggneno”: e ssilenzio.

S.P.Q.R.
Gioacchino Belli

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Written by Ezio

29 settembre 2010 at 21:25

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Lì Dio non c’era

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E giustamente ne hanno approfittato!

I tesori non sono immensi ma immenso è il loro valore, e non sono pesanti per gli uomini perché pesano sulle schiene dei muli. Da ovest ad est, attraversando il nord dell’America del sud, sono giunti sulla costa dell’Atlantico. Erano partiti mesi prima dal deserto peruviano ed hanno attraversato paludi e selva: gli uomini davanti a loro hanno abbattuto a colpi di machete il sottobosco per adattare la pista al loro passaggio, lì dove la pista c’era; in altri posti l’hanno aperta ex-novo, in altri ancora hanno costruito zattere. Qualcuno non ce l’ha fatta ma alla fine sono arrivati, e gli uomini e i tesori; ad attenderli, in un porto, c’è una nave pronta a salpare.
Di tanta ricchezza il vecchio mondo non sa che farsene per cui gran parte di quel valore è destinato a finanziare la costruzione di templi per ringraziare il padreterno di tanta facile predazione.

Le casse in cui giacciono arrivano in Spagna e, ad attenderle, c’è un monarca che legge il rapporto dettagliato del funzionario che l’ha spedite: Questo è un sarcofago – recita – e pare che dentro vi sia la mummia di un re Monchica, civiltà tanto lontana nel tempo da essere assai più antica degli Incas. I loro eredi oggi si possono contare con le dita di poche mani e vivono in una sorta di spaventosa povertà: non hanno più valli né deserti né montagne e, non solo non hanno, ma di loro si può dire che non sono.
Qualcuno apre il sarcofago davanti a Carlo 3° e lui vede un altro re vissuto più di millesettecento anni prima: ha la pelle che sembra cartapesta attaccata ad un manichino di legno ed ha ancora denti unghie e capelli; in più, ha gli abiti maestosi da re che sono ricoperti da piume d’oro e uno scettro – anch’esso d’oro – che rappresenta il Dio del mais. Accanto al sarcofago, in una cassa, gli effetti personali trovati nella sua tomba sono composti da un nutrito numero di “cocci” e vasellame finemente dipinto.

Carlo 3° contempla stupito quelle ceramiche e quei disegni che raffigurano la vita che circondava il collega: i Mochicas vivevano circondandosi di piacere. I disegni raffigurano amanti che fanno l’amore in tante di quelle posizioni diverse che il kamasutra è – oggi-  al confronto una lettura domenicale alla messa, completamente ignari del peccato originale e veramente indegni dell’esser chiamati uomini. Godevano così tanto e così tanto a lungo – sussurra nelle orecchie del monarca – che dev’essere a causa della loro disobbedienza, della loro trasgressione e della loro inosservanza se siamo stati tutti condannati a vivere soffrendo su questa terra.

Written by Ezio

27 settembre 2010 at 22:03

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Supongamos

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È colombiano, Lizardo Carvajal (di cui ho già postato una canzone tempo fa), ed è uno di quei giovani cantautori che “dove gli finiscono le dita comincia in qualche modo una chitarra”.
Figlio di una terra travagliata, assaltata, predata, Lizardo racconta storie sparando raffiche di musica accompagnate da parole a volte dolci a volte di fuoco.

Supongamos

Supongamos que el Sol
no es más duro que ayer
que a la patria le brotan
helechos y flor.

Supongamos la luna
iluminando el mediodía
y la lluvia cayendo
hacia el cielo de añil.

Supongamos la muerte
que se muere (muriendose) al verte tocar
tu egipcio instrumento
en tus labios,
tus labios de sal.

Supongamos a Dios
embriagándose feliz
con obreros en las bodegas
de la capital.

Supongamos a Gandhi
más guerrero e inglés
y a la vieja Habana
sin su malecón.

Supongamos la vida
naciendo al verte tocar
tu egipcio instrumento
en tus labios,
tus labios de sal.

Written by Ezio

23 settembre 2010 at 19:50

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Oggi lo chiamo piedi

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Abitualmente in questo blog non scrivo della mia vita: di come vivo, dei miei amici, della mia provenienza e della mia storia. Non compro mai neanche parole da spendere poi per scrivere di Fabrizio De André e di ciò che rappresenta per me, perché ritengo di averlo già fatto e perché credo che di lui si sia scritto fin troppo. Del week end appena trascorso ha scritto Nico, che oggi subisce un furto e lo chiamo piedi perché è tutto vero ciò che ha scritto, ha solo dimenticato di sottolineare che la clessidra accelera maledettamente ogni volta che siamo insieme…

Col lui  Maria e mia moglie, questa volta,  è capitato di riascoltare una canzone: l’avevo dimenticata, o quasi, Cantico dei drogati, e nel mezzo di quello splendido week end ha stimolato non poco la mia memoria, anche se lì per lì non gli ho detto nulla. Sì, nel 2003 avevo scritto queste poche righe che posto anche qui, tuffandomi con la memoria indietro nel tempo, perché se è difficile dimenticare del tutto una canzone è ancora più difficile dimenticare una faccia: il colore degli occhi, le guance scavate, persino le gocce di sudore sulla fronte.

“Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell’anima e nel cuore.”

Era arrivato da più di un’ora quella mattina, e rimase appoggiato ad un palo nel cortile per tutto il tempo, lì dove c’erano gli animali. Guardava la casa costruita con tufo e pietra bianca, gli ricordava la sua di casa, ma non era certo che lo fosse, era però certo che lo era stata, un giorno. La porta della fattoria si aprì e ne uscì una donna non più giovane con addosso un grembiule di plastica e in mano un coltello; si avvicinò alla gabbia dei conigli e ne afferrò uno per le orecchie, strinse forte e lo tirò su. L’animale ebbe un sussulto, cominciò a scuotersi, come avesse capito ciò che stava per accadere: lo legò per le zampe posteriori a una trave di legno mentre questo continuava a dibattersi. Andrea la guardava restando seminascosto, somigliava a sua madre, ma non era certo che fosse lei, era però certo che lo era stata, un giorno. La donna “tirò” il coniglio verso il basso, tenendolo sempre per le orecchie  e piegandogli la testa all’indietro, serrando la presa ancor più forte per tenerlo fermo; poi, con la grazia di chi sa ripetere lo stesso gesto da troppo tempo, affondò il coltello nella gola dell’animale fino a farlo uscire dalla parte opposta, quindi girò il polso, estraendo la lama con la stessa grazia con cui l’aveva l’aveva infilata. Schizzi di sangue si allargarono per un raggio di oltre un metro, poi, pian piano, il coniglio smise di dibattersi, gli schizzi si fermarono e un filo continuo cominciò, dalla gola al naso e poi fino a terra, a formare una piccola chiazza scura. Ebbe una percezione, lei, il rumore di un respiro o il muoversi di un’ombra o solo sensazione di madre: si girò. Cominciò a guardarlo dalla testa, poi pian piano scese ai piedi passando per tutto il corpo; somigliava a suo figlio, ma non era certa che fosse lui, era però certa che lo era stato, un giorno. Lui aspettava, guardando con occhi vitrei la piccola pozza di sangue: un gesto, una parola, uno sguardo; lei si girò, rientrò in casa e chiuse la porta.

Aspettò ancora, guardando l’uscio della fattoria, immobile; poi pian piano si avvicinò all’animale ormai morto. Il filo di sangue si era fermato e al suo posto cadevano gocce che via via si facevano più rade: lo guardò con gli occhi fissi, come si riguarda il film di un incubo appena finito. Stese l’indice e glielo pose sotto il naso, quasi a sfiorarlo; un piccolo globo rosso-scuro cominciò a crearsi, espandendosi sempre più, fin quando la gravità non ebbe  il sopravvento sulla forza di coesione e lo fece staccare, facendolo cadere sul dito proteso. Avvicinò il dito al viso guardando quella piccola bolla, l’annusò profondamente, poi mise il dito in bocca, assaporandolo: sentiva lo stesso odore, lo stesso sapore, di quello che comunemente era abituato a succhiare per pulirsi la pelle. Decise allora: si avvicinò e scavalcò il davanzale di una finestra.

“Come potrò dire a mia madre che ho paura?”

Davanti allo specchio, l’immagine riflessa mi sembra un derelitto.
Non mi era mai piaciuto quel posto per pensare; adesso piango, rido e un
poco mi tormento nel leggere il mio cuore.
Non mi ero mai nemmeno reso conto di quanto fosse bello vivere in un
mondo e non in due; sono anni che ci sto provando e sempre solo un
unico pensiero: domani cambierò.
Sorrido nel pensare alla mia nuova vita, ma passa un altro giorno e non
è ancora finita; ancora quattro muri tagliati da un soffitto, ancora
quello specchio, ancora un derelitto; ancora una parola, sempre la
stessa, la sola: domani, te lo giuro, vedrai che cambierò.
Sorrido nel pensare alla mia nuova vita, ma passa un altro giorno e non
è ancora finita; il lampadario è acceso e sembra dondolare, come
un’antica danza, mi vorrebbe  addormentare.
Profumo di ricordi di una solitudine cercata, di notte alle panchine, di
giorno nella strada.
Profumo di ricordi di un libero volare, tra spiagge, fuochi, accordi:
profumo di altro mare.
Silenzi dentro il gruppo che ti fanno più cattivo: gli sguardi ad occhi
fissi, gli tocchi il polso…è vivo!
Sorrido nel pensare alla mia nuova vita, ma passa un altro giorno e non
è ancora finita; vorrei poter buttare tutto ciò che ho trovato,
candela e cucchiaino, la polvere e poi l’ago, il fiato del mattino e il
freddo della sera, gli incontri a capo chino, parlare di chi c’era.

Davanti allo specchio, il volto con cui parlo mi appare ancor più
vecchio; non mi era mai piaciuto quel posto per pensare, tra poco ti
saluto, prima…culla un po’ il mio cuore.

“Tu che m’ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria.”

Era il 1980 e aveva 21 anni Andrea;  in quell’aia, in una fattoria nella
campagna romana, non ci capitò per caso.

Written by Ezio

21 settembre 2010 at 19:27

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Jefferson

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“Riteniamo che alcune verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali; che dal loro Creatore sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili; che fra questi ci siano la vita, la libertà e la ricerca della felicità.”
(Thomas Jefferson)

Così, di  Jefferson, mi è capitato di leggere su qualche libro:

Come il “gemello” Franklin è considerato assai più un nobile scienziato che un buon politico ed ha una cultura immensa, ed è uno dei pochi in grado di comprendere appieno il futuro tanto da scriverne la dottrina da seguire. Si circonda di testi neoplatonici e sa – ovviamente – tutto ciò che c’è da sapere sulla filosofia sul diritto e sulla scienza e non disdegna la grammatica latina e la storia. È nato in Virginia e della Virginia conosce a menadito la storia delle famiglie le famiglie e finanche i componenti delle famiglie. Dice di conoscerne anche i nomi, anche gli umori. Ama la scienza a tal punto da circondarsi di barometri termometri e ogni altra diavoleria che la tecnica (d’allora) riesca a costruire e non disdegna di inventare lui stesso nuovi e più proficui metodi di produzione agricola; ha persino progettato e disegnato la sua dimora e pare non ci siano errori.
Non è un puritano e quando c’è da stimare la popolazione americana parla di “individui della specie umana” anziché di “anime”; non è Dio ma qualcuno dice che ha sentito dire da qualcun altro che le eventuali differenze non dovrebbero poi essere tanto accentuate.

All’interno della specie umana – si diletta a filosofeggiare – i negri sono quasi uguali ai bianchi: hanno – è vero – meno memoria ma questo non è e non sarà affatto un problema; il problema – dice – è che non hanno immaginazione e che la loro scarsa intelligenza non è e non sarà mai in grado di comprendere Euclide né di capire Democrito. Thomas Jefferson è un aristocratico innamorato del sistema democratico, della libertà di pensiero e della libertà di fede, solo che il suo modello democratico prevede l’imposizione dei proprietari e la libertà di pensiero e fede la gerarchia di sesso e colore della pelle. Non è omofobo né è sessista ma si comporta da omofobico escludendo le persone di sesso femminile dai progetti educativi e non manca di escludere da questi anche negri, meticci e indiani perché – dice ancora – intorno a loro l’aria da respirabile diventa fetida. È tanto democratico da odiare la schiavitù ma non si libera mai dei propri schiavi e prova orrore davanti alla possibilità che la razza bianca possa perdere la propria purezza, anche se preferisce di gran lunga concubine mulatte a concubine bianche. La mescolanza di sangue – continua a dire – è la peggiore delle tentazioni.

Written by Ezio

20 settembre 2010 at 20:25

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Pastori

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Dalle parti da cui scrivo, fino alla fine degli anni ’70, i pastori c’erano veramente: barbari nelle parole e nel proporsi ma assolutamente saggi nei racconti di vita. Ero – nei primi anni di quel decennio – una piccola grande carogna come lo sono gran parte dei bambini e quelle parole avevano in me il potere di acquietarmi, fino a dipingermi i sogni. Insieme agli amici di allora li chiamavamo pecorari, così come chiamavamo vaccari gli allevatori di mucche. Per semplice dialetto e nient’altro.
Era già cominciata la fabbricazione di anime di plastica e tecnologia di carne e, nei supermercati, le merci cominciavano a comprare le persone; noi non ce ne rendevamo conto ma i pecorari contenevano in sé quello splendido ossimoro di essere al contempo saggi semianalfabeti: non ci insegnavano la vita però avevano il potere di indirizzarla con tanta forza da condurci ben lontani dal chiuso dei supermercati e dalla manipolazione della carne tecnologia. Si torna sempre ad essere quello che si è.
Dipingevano, come dipinge oggi il pecoraro Terry Jones, non la realtà che conoscevano ma la realtà di cui avevano bisogno, solo che il loro mestiere (quello di allevare greggi di pecore) è tanto antico da essere ancor più antico del primo lavoro femminile; ed entrambi meritano il massimo del rispetto.
Non so se sulla tomba del pecoraro Jones – quando sarà – qualcuno si divertirà a scrivere epitaffi; su quella di Tachito Somoza fu scritto, probabilmente da qualcuno che ebbe la fortuna di non incontrarlo quand’era ancora in vita: “Qui giace Somoza, un po’ più marcio che da vivo.”

Written by Ezio

10 settembre 2010 at 14:54

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Pubblicità?

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Comunque sia è una vera perla che farà senz’altro gioire le compagne femministe e – credo – non solo loro.

Written by Ezio

8 settembre 2010 at 15:49

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Destini

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Così come si usava fare nel ‘700 Micaela si copre i piedi che stuzzicano le fantasie più morbose degli uomini, però apre ancora di più la già profonda scollatura. È povera, si veste di bigiotteria e fantasia ma sogna abiti di seta e rubini. È brutta, dicono. Micaela Villegras è figlia della provincia, di un povero di provincia, ma nonostante questo è riuscita a farsi strada nel mondo dell’arte comica e ora è contornata da un buon numero di governanti nonché da amanti a volte più fastidiosi e insistenti delle mosche. L’invidia delle altre donne è profonda a tal punto che la chiamano cagna meticcia, appellativo che s’e guadagnata sul campo – dicono – dalla nobile bocca del viceré. Lui, molto più vecchio, era riuscito a portarla fin dentro il suo letto e lei – pare – era riuscita a risvegliare in lui brividi tanto antichi e ormai del tutto dimenticati.
Micaela Bastidas invece di sognare rubini e abiti di seta sogna la pace: lei è nata in guerra, una guerra tanto lunga e travagliata che ha fatto gemere la terra coi lamenti della partoriente. Ha imparato a cavalcare, a sparare, a trascorrere giorni nelle province per raccattare nuovi guerriglieri da trasformare in eroi. È un corriere tra le montagne che porta ordini, armi, munizioni, lettere e finanche conforto. Vorrebbe portare anche vita.
Ora attende, restando chiusa in un sacco di cuoio; vicino a lei, in un altro sacco, Tupac Amaru.

Written by Ezio

8 settembre 2010 at 15:10

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Fabiana

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Una Fabiana del 1618

I pensieri e gli incubi ad occhi aperti non le hanno permesso di dormire tra le vecchie lenzuola intrise di sudore. Quanto varrà il mio scrigno di legno intagliato pieno di cannella? E i miei sudici vestiti? Altro, oltre me, non ho. Quanto varrò, io, a questa età, allora? Non è mai stata capace di contare, Fabiana, e non perché nessuno glielo ha insegnato bensì perché nessuno s’è assunto la responsabilità di andare contro la legge insegnandoglielo. Così, dopo averle portato via cinquant’anni di vita con il lavoro e dopo averle portato via i figli che l’ha costretta a concepire e partorire, ora il suo padrone è morto. Qualcuno che ha letto il testamento gli dice che il prezzo della sua persona è stato abbassato di quasi cinquanta pesos. Per favorirla, sottolinea.
Lei è abituata da tempo immemore a svegliarsi ogni mattina all’alba; a svegliarla – si dice – è un uccello che becca sul vetro della sua finestra ogni dì, appena i primi raggi del sole balzano su dall’orizzonte e spezzano il buio.
Questa mattina l’uccello la guarda incuriosito e offeso dal davanzale: Fabiana è già sveglia. Si guarda nella nuova luce le gambe gonfie e sciupate  e le mani scheletriche e pensa che sì, in fondo il suo padrone è stato un buon padrone.

Written by Ezio

3 settembre 2010 at 16:27

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Tina e Julio

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In effetti – come scrissero i giornali di destra di Città Del Messico – il potere cubano è del tutto innocente! Per caso Gerardo Machado è un dittatore? Per caso Cubano? Per caso – se anche lo fosse – un dittatore cubano come lui va ad interessarsi di uno studente esiliato?
Mella è in effetti un semplice studente esiliato in Messico e posseduto da quella strana e incontrollabile mania di scrivere, scrivere e poi ancora scrivere; e scrive impunemente contro il razzismo e contro quel sottile squilibrio mentale che porta il nome di colonialismo. Dice tutto senza dire nulla e Machado, da buon dittatore, non sbaglia nel considerarlo il principale tra i suoi detrattori o il peggiore dei suoi nemici.
Irriverente verso il potere, burlone, fomentatore di studenti e operai, turbatore professionista della pace sociale, scintillante professionista delle parole, Julio Antonio Mella sta camminando mano nella mano con la sua compagna Tina Modotti quando viene raggiunto da una fucilata. Lei grida ma non trova subito la forza di piangere, lo farà dopo, nel vuoto della loro stanza e davanti alle scarpe vuote di lui che spuntano da sotto il grande letto.
Chi l’ha conosciuta racconta che era talmente radiosa, il giorno prima, da provare una sorta d’irritazione e d’invidia verso se stessa.

Written by Ezio

1 settembre 2010 at 15:22

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