Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for gennaio 2012

È tempo

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Quiero decir y no digo
y estoy sin decir diciendo
quiero y no quiero querer
y estoy sin querer queriendo.

Tengo un dolor no sé dónde,
nacido de no sé qué
sanaré yo no sé cuándo
si me cura quien yo sé.

Cada vez que me miras
y yo te miro,
con los ojos te digo
lo que no digo
como no te hallo
te miro y callo.

(Canzone popolare spagnola di chi ama il silenzio)

Sì, è tempo di andare laggiù: 19° 59′ 17,27″ Sud e 57° 37′ 57,4″ Est (19 59 17,27 S/57 37 57,4 E).

Non per vedere l’ambiguità di Orione né per cercare nuovi sogni sotto altri cieli, ma per toccarne con mano qualcuno antico e vedere un sole più alto e splendente.
Ché da lì, veniamo.

Written by Ezio

14 gennaio 2012 at 19:38

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Senza titolo

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Non so, francamente, se abbia pensato fino all’ultimo istante che il mondo sia una splendida dimora da condividere, dal sangue alla miseria passando pure per l’opulenza più irriguardosa. So che in quella fredda mattina di lunedì molte persone si sono svegliate e hanno trovato i loro sogni stravolti, a gambe all’aria.
Io ero tra quelli, e non capivo, ma che avrei sognato ancora lo scoprii in seguito.
Nascosti in qualche angolo buio di quel mattino di un undici gennaio un foglio bianco e una vecchia chitarra aspettavano pazientemente quel momento di parole e note finalmente solo per loro.
Di qua, intanto, l’allucinazione continuava a disegnare in maniera del tutto insensata un mondo a venire (e poi arrivato) composto di ombre e di paure.
Non so e non mi interessa neanche sapere se sia stato di pochi o di tutti, ma credo non sia stato di nessuno.

Se lo tagliassero a pezzetti…

Written by Ezio

10 gennaio 2012 at 23:45

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Passeggiata Sudamericana

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“Sud America che stai lì davanti
con le tue tante virtù sulfamidiche
come tutte le tribù sottostanti
hai un torto sei lo schiavo di zio Sam”

(Passeggiata Sudamericana, Pierangelo Bertoli)

Avevo detto a fratello Nico che non avrei commentato il suo splendido post su Victor Jara, che ho letto e riletto più volte, per il semplice fatto che lui conosce assai meglio di me la vita e la musica di quello che dev’essere stato un uomo e un cantautore meraviglioso.
Poi, oggi, leggo su repubblica it questa notizia che narra del significato delle parole e interpretazioni ad hoc. Diatribe avvenute anche per vicende italiane e già affrontate sull’italica stampa, tra l’altro. Tutto si lega con il post di Nico, insomma, perché Victor Jara pare non sia stato ammazzato da una “dittatura” ma da un “regime militare”, e la differenza dev’essere veramente abnorme.

Avevo dodici anni, allora, e ricordo bene la faccia rabbuiata di mio padre, comunista di vecchio stampo – di quelli che “il lavoro il lavoro il lavoro…” – durante i telegiornali di rai1 (o del primo canale….) guardato su un televisore CGE a valvole in cui l’immagine appariva pian piano dopo un quarto d’ora dall’accensione. Non una parola, solo la faccia buia di una persona che aveva “saltato” la guerra perché prigioniero in America. Lui che quando doveva ancora compiere diciassette anni incrociò gli occhi di un uomo a pochi metri di distanza da dove oggi abita proprio il buon Nico: aveva in mano una zappa e attaccata al fianco una roncola e stava dissodando un terreno; salutò l’uomo abbassando la testa, senza aggiungere altro, senza fare nulla. Mi consola il fatto che se avesse usato quegli attrezzi per spaccare la testa del duce lui non sarebbe mai invecchiato ed io in questo momento non starei scrivendo questo post.

Digressioni.
Tornando a Victor Jara credo di aver letto – da Galeano o da Cacucci o forse addirittura in qualche vecchio articolo di Minà – che fu ammazzato di botte a calci e pugni e colpi col calcio dei fucili dentro lo stadio di Santiago, mentre gli assassini gli gridavano in faccia sporco cantore comunista o qualcosa del genere. Non da una “dittatura”, no, ma da un “regime militare”.

Il ruolo più importante nel golpe lo ebbe la ITT.

La ITT era un’impresa multinazionale che aveva sedi anche in Cile, già all’epoca capace di inventare macchinari in grado di scoprire guerriglieri nel buio più profondo e più nero del più profondo girone infernale. Aveva profitti maggiori rispetto a molti Stati nonché allo stesso Stato cileno e aveva già speso un patrimonio per far saltare la democrazia in Brasile con un ritorno economico ben più che moltiplicato. Aveva oltre quattrocentomila operai e sedi in una settantina di paesi con un consiglio di amministrazione composto per lo più da vecchie cariatidi con trascorsi nella CIA e produceva e vendeva armi e la gran parte dell’elettronica di allora; inoltre protendeva le proprie mani sulle assicurazioni e sul riciclo del denaro proveniente dal commercio dell’eroina e da quello delle armi e possedeva alberghi di lusso e dittatori da “accasare” qua e là, ove ve ne fosse stato bisogno.
Per la multinazionale americana il buon Allende era troppo democratico, per cui decise che anche in Cile vi si dovesse “accasare” un buon dittatore.

I soldi per il golpe arrivarono in contanti dentro valigette diplomatiche, direttamente da Washington, moneta sonante in grado di finanziare scioperi e proteste fino a paralizzare il sistema di produzione cileno, fino al punto da lasciare libero solo il mercato nero coi suoi prezzi improponibili. Poi, dopo aver strozzato la produzione, affamato i lavoratori e il popolo in generale e aver finanziato una campagna di stampa di stile mafioso contro il tiranno rosso di nome Salvador, le prime navi da guerra statunitensi si affacciarono davanti alle coste: è il momento di sostituire (come mi è capitato di leggere da qualche parte) il comunismo con il consumismo.
Al di là del significato di quest’ultima frase c’è da dire che il direttore della CIA di allora, tal William Colby, spiegava dalla televisione americana al popolo americano che le fucilazioni di massa in Cile servivano ad evitare una guerra civile proprio mentre la signora Pinochet spiegava dalla televisione cilena che la lacrime delle madri dei fucilati cileni avrebbero redento l’intero paese.

Sei anni dopo l’omicidio del Che la più grande città cubana per numero di abitanti dopo L’Avana, Miami, governata da banchieri, mafiosi, cosche e confraternite varie, scese di nuovo in piazza per una grande festa.

Written by Ezio

6 gennaio 2012 at 16:09

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