Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for novembre 2010

Mondi

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John Reed è un cronista, uno quei giornalisti che amano raccontare dal campo anziché immaginare dal proprio nido; e ama raccontare la guerra. Così, un bel giorno, parte da New York e se ne va nel nord del Messico per vivere e raccontare dal luogo una guerra di liberazione. Qualcuno storce il naso, dice che in fondo si tratta solo di una semplice rivoluzione. E poi lo mette in guardia: i messicani sono come gli animali, non hanno cultura, sono sporchi, pidocchiosi nonché subdoli e traditori.

John Reed parte. Di paura in paura va in cerca della meravigliosa sporcizia messicana, su strade tanto polverose ma mai deserte. Si trova nel nord. Lì c’è Pancho e lui lo deve trovare, e lo trova dietro ogni cespuglio e dietro ogni casa, e dietro ogni gesto e dietro ogni faccia, perché il nord del Messico è Pancho Villa. Poi lo trova davvero, e lo troverà altre volte e lo troverà sempre.
Vive di ciò che non cerca, dorme dove incontra la notte, si ripara dalla pioggia dall’ospitalità di chi incontra. Mai nessuno tenta di rubargli la penna e i vestiti e mai nessuno i soldi; e mai nessuno tenta di fargli pagare tortillas  per lui e fieno per il suo cavallo e non incontra nessuno che non sappia suonare e non suoni per lui musica da ballo.

“Vieni da New York?!?! New York?!?! Sarei pronto a scommettere che le vostre vacche sono più magre delle nostre; e le vostre strade più sporche; e le vostre donne più brutte.” Lui sorride e si guarda intorno: qualche donna porta un cesto sulla testa, qualche altra allatta il figlio al seno senza che nessuno si giri a guardare, qualcun’altra ancora lavora il mais o prepara salse dal sapore di fuoco, altre chiacchierano allegramente fra loro.

John, Juan, Juanito. Juanito è chiaro di pelle, alto, troppo diverso dalla gente del luogo per passare inosservato e troppo colto rispetto alla gente del luogo perché non gli si pongano domande: “Perché gli americani dicono che siamo sporchi?” “Perché non amano la nostra gente?” “Perché avete la pelle tanto chiara?” Nessuno che incontri che non abbia domanda da porgli e qualcosa da offrirgli.
“Juanito, avete i muli a New York? E come si dice mula nella tua lingua?”
“Mula? Testarda, ostinata, dura, caparbia, cocciuta, insomma hija de la chingada!”

Va, John Reed, e andando scrive articoli su un mondo tanto diverso dal suo ma anche tanto uguale per non chiamarlo mondo.

Written by Ezio

12 novembre 2010 at 18:27

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La memoria

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Su questa canzone è stato scritto tutto ciò che c’era da scrivere, qui, per cui non metto neanche il testo. Aggiungo solo che quando mi capita di infilare l’album “Bandidos Rurales” dentro la fessura del lettore cd non riesco a distaccarmene per lunghi periodi, tanto che ho dovuto toglierlo da dentro la macchina per poter (anche) scegliere altra musica e poterla far scegliere (anche) a chi mi siede accanto.
E sono anni, ormai…

Written by Ezio

11 novembre 2010 at 18:46

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Una scuola

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L’edificio appare fatiscente, logorato e consumato dal tempo ma perfettamente adeguato all’architettura degli anni cinquanta-sessanta. A guardarlo bene non mi appare tanto diverso dalla stalla in cui mio padre custodiva le mucche per la notte; e io, lì, imparai a mungere e bere il latte schizzandolo direttamente nella mia bocca. Che schifo, a ripensarci ora.
Ma non è una stalla, è una scuola. È una scuola costruita per i bambini dispersi nelle vallate de La Higuera. Pochi bambini, ché la cittadina non era abitata da più di quattrocento abitanti umani mentre, molti di più, erano gli “abitanti” a quattro zampe: Uno? Due? Dieci capi per famiglia? Che importa!
Un giorno arrivano i cacciatori dell’esercito, la requisiscono e la fanno diventare una prigione.
Per varcare l’uscio di quella scuola Ernesto Guevara trascinò la gamba ferita, aiutato nei pochi passi stentati da uno dei carcerieri, e lì dentro venne assassinato.
Dopo poco tempo l’esercito la distrusse e la ricostruì dandole un’architettura più moderna, perché anche la memoria di tale meschino, spregevole, bieco omicidio, venisse cancellata.

Written by Ezio

10 novembre 2010 at 16:23

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Con elezioni

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Lottiamo per la terra e non per illusioni che non danno da mangiare… con elezioni o senza elezioni, il popolo continua a masticare amarezze.

(Emiliano Zapata)

Mentre quotidiani, telegiornali e talk shows strappano consensi, ora di qua ora di qua, o ora di là ora di là, la nuova aggregazione reazionaria nata dall’unione di diciassette anni di guerra imbandisce la tavola e si appresta a divorare ciò che resta, con forchetta e coltello se potrà, altrimenti pure a mani nude.
Dopo offrirà a tutti una tavola con sopra una tovaglia ricamata, bella da guardare e coi piatti pieni di amarezze: applicherà il solito terrore di Stato, concederà il diritto di voto agli immigrati, offrirà agli analfabeti libertà di stampa con parole nuove che non sapranno leggere.
Con elezioni, certo.

Written by Ezio

9 novembre 2010 at 18:25

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Dal Palalottomatica

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“È inutile opporsi al destino
tanto vale aspettare
il più comodamente possibile
che si compia”
(Paperino)

“L’America era il mondo
sognate e misterioso
di Paperino”
(F. Guccini)

Parto da qui, dicendo immediatamente che Paperino mi piace non poco: una sorta di individualista un po’ scazzoso un po’ anarchico, amante dell’ozio, irascibile al punto giusto e fermo nella convinzione di farsi solo i fatti suoi.
Eppure, nonostante, tutti i personaggi di Disney altro non diffondono che usanze e costumi della civiltà dei consumi. Tutti, dai topi ai paperi passando per cani, gatti, lupi, maiali e quant’altro altro non fanno che occuparsi di indagini di polizia, di affari, di compravendite varie, di guadagni facili nonché coltivano inimmaginabili sistemi per sbattere i cattivi in galera. Se non fosse per il solo Paperino, lui sì sognante e misterioso… È che da Guccini non mi aspettavo il regalo “Amerigo”, canzone che desta ricordi lontani di cui non posso parlare e piccole considerazioni come quella appena esposta.

Scintille di una sera assoluta per la mia “prima volta” ad un concerto di Francesco; scintille che di tanto in tanto hanno acceso fuochi.

Se dico che è stato ed è un mio compagno di viaggio mento, ma se dico che non lo è stato e non lo è mento lo stesso. Compagno di viaggio, nel senso della misura temporale della compagnia, è stato ed è De André – anche se da parecchio tempo le sue canzoni non girano più nel mio lettore cd – mentre di Guccini dovrei parlare di brevi momenti temporali di compagnia, come del resto di Vecchioni, Bertoli e i Dire Straits con Mark Knopfler. Dal 2004, per esempio, il mio compagno di viaggio è León Gieco.

Gli è che mi aspettavo di trovare un vecchio rincoglionito come era apparso tempo fa da Fabio Fazio – ma forse è Fazio che da rincoglionito fa apparire rincoglioniti i suoi ospiti – e invece mi sono trovato davanti un settantenne con una carica e una vitalità fuori dal comune: sveglio, palpitante, energico, tanto animato da dimostrare parecchi anni di meno soprattutto nel vocione ancora caldo e squillante. Certo, quello che si chiamava  Palazzetto dello sport prima, PalaEur dopo e Palalottomatica ora, e che appare come un delirio architettonico pieno di scritte inutili sulle grandi vetrate, diffonde le note uscite dagli strumenti in maniera tanto vergognosa da farle sembrare un rumore fastidioso, una sorta di rutto soffocato! Vaffanculo agli organizzatori, Roma meriterebbe ben altro per i concerti!
Qualche anno fa, durante un concerto nello stesso luogo, De André presentò i musicisti e il tecnico del suono e… giù fischi per il povero tecnico… “No, il tecnico del suono non c’entra, è questo palazzetto che fa schifo”, disse. Forse era la posizione rispetto al palco, ma mi pare che oggi sia peggio di allora.

Direi che nel complesso sono rimasto favorevolmente colpito da Guccini – anche se avrei preferito più musica e meno parole perché le parole erano riferite tutte alla vita pubblica e privata del presidente del consiglio ed io mi sono francamente rotto i coglioni di sentirne parlare pure durante i concerti – così come sono rimasto colpito dal pubblico, migliaia di ragazzi col pugno alzato ad urlare più che cantare le sue canzoni. Credo proprio che una generazione di cantautori come quella nata tra gli anni quaranta e cinquanta non si vedrà più.
Eppure, nonostante (di nuovo) in Guccini continuo a trovare una certa ambiguità, nel senso che – e senza voler fare il pignolo – l’urlo di chiosa “Trionfi la giustizia proletaria” suo e della gran parte del pubblico in cui si mescolava senz’altro qualche finiano d’ultima generazione m’è parso fuori tempo: la amo come poche quella canzone, sono consapevole che sia sua e solo sua, ma non sono mai riuscito a cucirgliela addosso; tal problema, evidentemente, è e resterà tutto mio.

In ogni caso, parlando di Guccini, la mia canzone sta qui:

Brutta? Bella? È stata la colonna sonora dei giorni della mia rinascita, trent’anni fa, e ciò mi basta!

Written by Ezio

8 novembre 2010 at 16:20

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Sogni di presidenti

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Abramo nasce nel Kentuky e nel Kentuky, il padre di Abramo, solleva attrezzi da boscaiolo e taglia e costruisce la capanna che farà da rifugio e finanche da casa. Taglia finché una parte del bosco non diventa radura, per scaldarsi e  costruire e cucinare e ancora scaldare. John no, lui è un irlandese nato nel Massachusetts e vive in città.
Un giorno Abramo vede il padre tagliare legna affinché sua moglie potesse avere una cassa degna di lei per la sepoltura; e guardando vede la morte e capisce; e guardando impara a usare l’ascia e la sega. E cresce. John per vivere non ha bisogno dell’ascia e la sua famiglia è il suo rifugio.
Era ancora un bambino, Abramo, e già gli toccava in sorte di dover capire là e subito che nessuno avrebbe più cotto il pane da mangiare ancora caldo di forno nel giorno di sabato, perché sua madre non avrebbe mai più aperto gli occhi dal suo sonno tanto profondo; e che il legno tagliato nell’immediato futuro sarebbe servito per costruire una zattera che lo avrebbe portato via di lì, dalla sua vita, dalla capanna, dal bosco, giù lungo il fiume, verso l’Indiana. John, nell’età di Abramo, frequenta le migliori scuole americane.
Abramo, nell’Indiana, cresce e diventa in breve tempo il miglior boscaiolo, quello che abbatte un albero con un solo colpo d’ascia e che spinge con le nude mani i tronchi verso il corso del fiume. Si guarda intorno, vede, scopre altre capacità e inizia a sognare altri sogni. Poi, dopo un po’, se ne va  nell’Illinois per seguire una donna: la segue in punta di piedi, la adora, la ama. Lei si lascia seguire, lo adora, lo ama. Ma lui dopo un po’ ci ripensa e ne sposa un’altra con accento francese e con le giuste conoscenze per farlo entrare in politica. John va alla guerra, volontario, per amore di patria sua e non sua.
Abramo arriva a Washington e quando per la prima volta sporge la testa dalla finestra del capidoglio vede per la strada una stalla: il mercato degli schiavi, più puzzolenti dei bovini. Guarda, si limita a guardare, non fa e non dice nulla. Anche John, prima di arrivare alla Casa Bianca, si sposa; lui quando sporge la testa dalla finestra guarda senza vedere, però immagina. È per questo che sa scrivere libri.
Cento anni prima di John Abramo proclama che chi priva un uomo della libertà non è degno di goderne, e giura sulla bibbia e dice che governerà facendo in modo che alla fine egli sarà ancora un amico di se stesso anche se non dovesse avere più amici. Anche John, cento anni dopo, giura sulla bibbia e dice di voler governare per garantire meno povertà, meno guerre e più libertà per restare amico di se stesso.
Abramo era famoso per la sua calma, John per la sua bontà. Il primo ha governato in pace e in guerra e, per quanto riguarda la guerra, ha mantenuto le promesse. Del secondo dicono che una guerra l’ha sventata, ma che in caso contrario anche lui avrebbe mantenuto le promesse.  Di Lincoln si racconta che fosse brutto, con la testa ossuta su un collo troppo lungo e con le mani grosse e indurite dall’accetta: se non fossero stati separati da un tempo lungo un secolo il confronto con la bellezza aristocratica di Kennedy l’avrebbe schiantato.
Una sola misera moneta a corso legale durante la presidenza del primo, e gli sembrava poco; due a corso legale durante quella del secondo, e non gli sembrava troppo.
Una guerra interna, affrontata e vinta, per il primo; una guerra esterna, imminente ma sventata, per il secondo.
Sogni di presidenti… che hanno suggerito incubi.

Forse era in viaggio già prima della nascita del primo  (e forse è ancora è in viaggio…) la pallottola che spaccherà il cranio di entrambi.

Written by Ezio

4 novembre 2010 at 17:45

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Il martire di Ostia

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Mi capita di passarci tre-quattro volte a settimana nella piazzetta dove fermarono per caso Pelosi – per motivi personali – ed è praticamente uguale ad allora anche se il mare non si vede più a causa di una grande costruzione: una piscina coperta e una scoperta costruite da privati, nate per essere pubbliche ma rimaste private nonché assai care. Là dove c’era la spiaggetta in disuso e piena di materiali di risulta sorge invece un porto turistico tanto asettico da sembrare una camera operatoria all’aperto. L’Idroscalo, oggi, non esiste più. Tempi che cambiano e portano decoro là dove c’era lo sporco: sterilizzano, purificano e costringono la vita a smettere di essere vissuta.
Sul “martire di Ostia” vittima di “una storia sbagliata e di periferia”, Pasolini, si è detto e scritto di tutto, soprattutto dopo, soprattutto sul modo in cui venne o non venne ammazzato.
Sarebbe stato meglio, e sarebbe meglio, tacere.

Una canzone, scelta a caso, tra le tante a lui dedicate.

Written by Ezio

2 novembre 2010 at 12:38

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