Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for novembre 2009

Geniale

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Written by Ezio

29 novembre 2009 at 14:50

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Astrologi

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Cazzo, anche per strada adesso vogliono farmi l’oroscopo.

Nell’anno e nel mese e nel giorno e nell’ora e minuto in cui sono nato il Sole si trovava lì dove appare nella cartina. E pochi gradi ad est del Sole, leggermente sopra l’eclittica c’era pure Saturno, e leggermente sotto l’eclittica c’era pure Giove. E ancora: qualche grado più in basso, ma ad ovest del Sole, c’era Mercurio, con Venere nell’acquario, la Luna e Marte nei gemelli, Urano e Plutone nel leone e  Nettuno tra la vergine e la bilancia.
Per cui cercate di non rompermi più i coglioni coi segni e gli ascendenti, ché tanto gli astri se ne strafottono della mia vita e delle vostre cazzate!

Written by Ezio

27 novembre 2009 at 18:08

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Poverini, questi mercati

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Qualcuno si gira e guarda il mare: lì, dove un’isola artificiale a forma di palma splendeva più e meglio di un disegno di Nazca quando visto dall’alto un buco profondo quanto l’abisso idiota che l’ha costruita ne prende il posto. Proprio non c’è pace. Ora (ri)cominceranno con la solita tiritera delle borse che salgono e scendono e si avvinghiano e si fottono e partoriscono economisti nati prematuri e rimasti nani che spiegano ai comuni mortali che no, non c’è nessun problema: la ripresa è (ri)cominciata e siamo sotto solo di cinque a zero, e se l’arbitro ci dà rigore e se il pubblico incita alla reazione e se nessuno si fa male se ne può venire a capo fino a pareggiare o finanche vincere.
L’orrore non è dato dalla profondità del baratro, bensì dalla sua larghezza!
Così, io che di economia so tutto e capisco tutto, copio da un libro citato pochi giorni fa in un altro post su questo blog… una barzelletta:

“Due economisti si incontrano. Uno domanda all’altro: “Capisci che sta succedendo?”. E l’altro: “Aspetta, ora te lo spiego”. “No, no”, riprende il primo, “spiegare non è difficile, sono un economista anche io. Quello che ti ho chiesto è: tu lo capisci?”

«Cosa sono un migliaio di economisti del FMI che annegano sui fondali marini? – Un buon inizio!»

Written by Ezio

26 novembre 2009 at 21:21

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Oggi come ieri

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In una città, in una città qualunque…

Ai crocicchi, davanti al semaforo rosso, qualcuno mangia fuoco, qualcuno lava parabrezza, qualcuno vende fazzolettini di carta, gomme da masticare, bandierine e bambole che fanno pipì. Qualcuno ascolta alla radio l’oroscopo, contento che gli astri si occupino di lui. Camminando tra gli edifici qualcuno vorrebbe comprare silenzio o aria, ma non gli bastano i soldi. In un sudicio sobborgo, tra sciami di mosche di sopra ed eserciti di topi di sotto, qualcuno affitta una donna per tre minuti: in una stanzuccia di bordello il violentato diventa violentatore, sempre meglio che con un’asina al fiume (o sui monti: lì, in li monti di mola, la manzana, un’aina musteddina era pascendi… ). Qualcuno parla solo davanti al telefono, dopo aver appeso la cornetta. Qualcuno parla solo davanti al televisore. Qualcuno parla solo davanti alla macchina mangiasoldi. Qualcuno annaffia un vaso di fiori di plastica. Qualcuno sale su un autobus vuoto, la mattina presto, e l’autobus resta vuoto come prima.

(E. Galeano)

Written by Ezio

25 novembre 2009 at 14:45

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Croci

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Washington 1942

I militari si girano e guardano indietro: lentamente, inesorabilmente, la terra dove sono nati e che chiamano Stati Uniti si allontana sempre più, di minuto in minuto. Sono destinati a quel carnaio che è l’Europa e alla grande guerra in corso, e tra loro ci sono molti negri. I buffalo soldiers, tutti al comando di ufficiali dalla pelle bianca. Coloro che riusciranno a sopravvivere all’inferno europeo torneranno a casa pochi anni dopo, ma entreranno dalla porta sul retro. Nel sud gli toccherà un luogo separato dove vivere, per distinguersi dai bianchi: lavorare e morire e poi, anche dopo morti, gli toccherà pure riposare in cimiteri diversi. Gli incappucciati di allora (quelli che oggi indossano la cravatta verde in Italia) gli impediranno di vivere come i bianchi ma soprattutto di entrare nei letti delle bianche. La guerra ha bisogno di negri. Tanti. Di più. Di più ancora. La croce rossa invece non ne ha bisogno: quella degli Stati Uniti proibisce che il sangue nero finisca nelle banche del plasma, così – dice- si evita che le trasfusioni portino alla mescolanza di razze.

Written by Ezio

24 novembre 2009 at 16:55

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L’ufficio secondo Rotondi

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Written by Ezio

24 novembre 2009 at 16:43

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Leggendo qua e là

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Copio e incollo da qui un pezzetto di paragrafo di una sorta di libriccino introvabile nelle librerie, anche se ho la fortuna di possederne una copia con tanto di pseudo-copertina. Copia raccattata in qualche buco, chissà dove e chissà come. Quarantatre pagine scritte da esseri senza ombra e tradotte in italiano evidentemente da un altro essere senza ombra. Il libro, più che una nuova conquista del sapere, appare come una nuova conquista nella comprensione  di anime urbane che intendono far conoscere punti di vista tanto lontani nei luoghi e tanto vicini nella forma e a volte nella sostanza e nei metodi di lotta, in quell’unico ambiente rimasto alle persone che chiamiamo metropoli.

Nella foto la quarta di copertina

L’insurrezione che viene

L’ecologia è la scoperta dell’anno. Dopo trent’anni nei quali si è lasciata la questione in mano ai Verdi, facendosene grasse risate la domenica per poi tornare alla propria serietà il lunedì, ecco che ce la ritroviamo tra capo e collo. Eccola invadere le frequenze radiofoniche come un tormentone estivo, perché in pieno dicembre c’è una temperatura di venti gradi centigradi. Un quarto delle specie di pesci è scomparso dall’oceano. Le restanti non ne hanno ancora per molto. Allarme febbre aviaria: si promette di abbattere in volo gli uccelli migratori, a centinaia di migliaia. Il tasso di mercurio nel latte materno è dieci volte superiore al limite consentito in quello delle vacche. E poi, queste labbra che si gonfiano sgranocchiando una mela – e pensare che veniva dal mercato. I gesti più semplici sono diventati tossici. Si muore a trentacinque anni «di una lunga malattia» che si gestisce come si è gestito tutto il resto. Avremmo dovuto trarre le debite conclusioni prima che essa ci conducesse al padiglione B del centro di cure palliative. Bisogna confessarlo: tutta questa «catastrofe», della quale si discute così rumorosamente, non ci tocca per niente. Perlomeno, non prima che ci colpisca attraverso una delle sue prevedibili conseguenze. Ci riguarda forse, ma non ci tocca. E sta proprio in questo, la catastrofe. Non esiste nessuna «catastrofe ambientale». Esiste questa catastrofe che è l’ambiente. L’ambiente è ciò che resta all’uomo quando ha perso tutto il resto. Chi abita in un quartiere, una via, una vallata, una guerra, un’officina, non ha un «ambiente», ma semplicemente evolve in un mondo popolato di presenze, di pericoli, di amici, di nemici, di punti di vita e punti di morte, di ogni sorta di essere. Un mondo del genere ha le sue proprie consistenza, che muta con l’intensità e la qualità dei legami che ci connettono a tutti questi esseri, a tutti questi luoghi. In questa situazione non ci siamo che noi, figli dell’espropriazione finale, esiliati dell’ultima ora – individui che vengono al mondo dentro a blocchi di cemento, raccolgono i frutti al supermercato e spiano gli echi del mondo alla televisione – a creare un ambiente. Non ci siamo che noi, ad assistere al nostro annullamento come se si trattasse di un semplice cambiamento di atmosfera. A indignarci degli ultimi progressi del disastro, e a redigerne pazientemente l’enciclopedia. Ciò che è racchiuso in un ambiente è un rapporto con il mondo fondato sulla gestione, cioè sull’estraneità. Un rapporto tale, per cui non siamo legati così bene al fruscio degli alberi, agli odori di fritto delle case, allo scorrere dell’acqua, al baccano delle scolaresche o all’afa delle sere d’estate, un rapporto con il mondo tale per cui esistiamo io e il mio ambiente, che però mi circonda senza mai essere veramente parte di me. Siamo diventati di colpo vicini di casa in seguito una riunione di condominio planetaria. Non ci si può immaginare inferno peggiore.

Written by Ezio

19 novembre 2009 at 14:31

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Simbolo di un secolo

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Nel 1886 un farmacista-alchimista di nome Pemberton crea filtri d’amore e veleni contro la caduta dei capelli. Così ci si guadagna il prestigio, allora come oggi. Mescola, trita, agita, comprime, bolle, raffredda e inventa una medicina che fa passare il mal di testa, la nausea, il vomito e chissà cos’altro. Il prodotto è una miscela esplosiva di foglie di coca importate dal Cile, noci di cola, semi di una pianta africana nonché acqua zucchero e un po’ di caramello; il resto degli ingredienti resterà segreto. È certo di avere inventato una medicina potente e vende la sua invenzione ad una ditta per duemilatrecento dollari. Non sa ancora (e probabilmente neanche lo avrebbe creduto, semmai una profezia glielo avesse predetto) che ha appena inventato la bevanda che diverrà il simbolo delle merci del secolo a venire: la Coca-Cola.

Written by Ezio

18 novembre 2009 at 18:25

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L’elemosina

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Dal vertice FAO venti miliardi di dollari annunciati e promessi dal g8 all’Africa, contro la fame, per affamare altri africani… E se invece si levassero semplicemente – una volta e per sempre – dai coglioni?

(La vignetta è di Juan Kalvellido)

Written by Ezio

17 novembre 2009 at 17:24

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Le armi

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Le rivoluzioni a carattere popolare, come quella messicana, si trovano sempre davanti un esercito costituito legalmente. In genere l’esercito rivoluzionario è costituito da insorti il cui armamento è invece di una varietà sconcertante; un po’ perché le armi sono di difficile acquisizione poiché costose, un po’ perché la guerra civile, più che ad uno scontro frontale, limita le sue azioni ad una guerriglia sì su vasta scala ma costituita da azioni veloci, del tipo “mordi e fuggi!” Diaz aveva messo al centro della sua politica la costruzione di uno Stato moderno ed efficiente soprattutto sul piano economico e militare. In quegli anni non ci fu esercito al mondo che non adottò il fucile a ripetizione, di piccolo calibro, con l’otturatore scorrevole. Il più diffuso fu il tedesco Mauser, il cui primo modello risale al 1871. Nei primi anni del ‘900 fu adottato dall’esercito turco, tedesco, argentino, spagnolo, svedese, serbo e portoghese. Il Mauser modello 1898 fu anche l’arma dell’esercito messicano. I suoi caricatori a lamina contenevano cinque colpi, con una portata massima di circa due chilometri. C’era anche il moschetto, adottato dalla cavalleria e dai corpi speciali, sul quale si poteva montare la baionetta. I rurales (polizia delle campagne) possedevano un armamento paragonabile a quello di un cow-boy delle praterie americane: pistola a tamburo e carabina da sella. Contro un esercito governativo così armato i rivoluzionari insorsero con tutte le armi che era possibile procurasi, nei modi più disparati e da ogni fonte possibile. La principale era costituita dai commercianti clandestini (oggi si vedono costretti a vendere cd sulle bancarelle) che agivano nella zona di confine con gli Stati Uniti: la zona del border, il turbolento punto d’incontro tra avventurieri e fuorilegge delle due nazioni che si trovava tra monti e deserti, in cui difficilmente la polizia si inoltrava. Lì il commercio di armi era fiorente.Armi americane. Le grandi industrie come la Colt, la Winchester, la Remington, la Smith & Wesson, avevano stabilito nella seconda metà del diciannovesimo secolo il primato sulla produzione di armi di ogni genere, ed era assai logico che a questa produzione si rivolgessero gli avventurieri nella necessità di armarsi. Pancho Villa, quando dovette procurare armi al suo esercito, si rivolse ai commercianti del border, e sembra che pagò con mandrie requisite ai messicani sostenitori della reazione. Dalla frontiera arrivavano insomma le armi che già avevano fatto la storia del West. La Colt Frontier: una sei colpi dalla grande robustezza, ottima e con poca necessità di manutenzione. Il Winchester nei modelli degli anni ’66, ’73 e ’86: caricamento a leva e serbatoio da ben quindici colpi. Poi altri modelli di Colt e Smith & Wesson, tutte armi comunque ben conosciute dai messicani. Un’altra arma che appare nelle mani degli insorti è il Remington, un fucile ad un solo colpo che fu – prima dell’avvento definitivo del sistema a ripetizione – l’arma più diffusa nel mondo, adottata anche dalle bande di liberazione abissine durante l’infame periodo dell’invasione coloniale da parte italiana. Anche lo stesso Zapata e le sue truppe erano equipaggiate con un armamento stile cow-boy: Colt alla cintura e Winchester alla sella. Ma poiché dovevano assumere un carattere militare si erano dotate anche di sciabola nonché di una sorta di divise arrivate pure quelle dagli Stati Uniti. Zapata e le sue truppe non si fecero mancare neanche dei cannoni da campagna da 75. La prima cosa che si saccheggiava al nemico abbattuto era il suo fucile, e per le munizioni ci si ingegnava a ricaricare le cartucce sparate. All’inizio della rivoluzione ci furono addirittura uomini armati con archi e frecce: erano indiani Yaquis che poi, in seguito, abbandonarono la loro silenziosa ma certamente poco efficace arma per munirsi anche loro di carabine. Tra le armi pesanti le artiglierie non furono molto usate, mentre ebbe un largo impiego la mitragliatrice Maxim, capace sì di sparare seicento colpi al minuto ma con l’inconveniente di essere raffreddata ad acqua. La canna era cioè contenuta all’interno di un manicotto dove veniva fatta passare dell’acqua per raffreddarla. Il largo uso fu da parte delle truppe governative contro la cavalleria dei rivoluzionari.

Nelle foto: Uno zapatista rastrella i Winchester dei caduti e la mitragliatrice Maxim usata contro la cavalleria di Villa

Written by Ezio

17 novembre 2009 at 16:59

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Strofe Boliviane del 1598

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selvaI canti popolari nascono generalmente dalla storia (nonché dalle storie) e dalla cultura dei luoghi, praticamente sempre nella lingua locale. Nel 1598, dopo appena un secolo dalla conquista, la lingua spagnola era già tanto radicata da far nascere canti popolari, prendendo di fatto il posto delle lingue locali.
Queste strofe, seppur nate a Potosì dagli autoctoni, nascono appunto in lingua spagnola.
A scovarle e riportarle alla luce è stato (il solito) Galeano.

Yo he visto a un hombre vivir
con más de cien puñaladas
y luego lo vi morir
por una sola mirada.

En lo profundo del mar
suspiraba una ballena
y en los suspiros decía:
“Quien tiene amor, tiene pena.”

Quiero cantar ahora
que tengo ganas,
por si acaso me toca
llorar mañana.

——————————-

Ho visto un uomo vivere
con più di cento pugnalate
e poi l’ho visto morire
per una sola occhiata.

Nel profondo del mare
sospirava una balena
e fra i sospiri diceva:
“A chi tocca amore, tocca pena.”

Voglio cantare adesso
che ne ho voglia
se a volte mi toccasse
piangere domani.

Written by Ezio

16 novembre 2009 at 17:54

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Samba

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sambaRio de Janeiro 1939

Il Brasile è Dio e Dio è brasiliano. Ari Barroso, parlando della musica patriottica, annuncia che il samba sta conquistando il carnevale di Rio. Però il samba che conquista il carnevale non offre pregi e virtù del paradiso che dista due passi dal tropico del capricorno. Le parole sono subdole ed esaltano la vita vagabonda, la vita malandrina delle strade, del viaggio e dell’ozio; e disprezzano il lavoro e la polizia e la povertà e la miseria. Il lavoro è per gli insensati, perché nessun operaio potrà mai abitare nella casa che con le sue mani ha costruito. Il samba è il ritmo dei negri, è il canto col quale questi evocano gli dèi delle favelas: i re del carnevale. La borghesia lo guarda con diffidenza e disprezzo  perché è negro, povero, sudicio e perché è nato nei rifugi dei braccati tanto veloci da sottrarsi alla frusta e al piombo e tanto furbi da sottrarsi al fiuto dei cani. Però il samba fa vibrare le gambe e rallegra l’anima, e quando suona… suona e ti prende. Dentro. Così, al suo ritmo, la terra e l’intero universo respirano assieme, fino ed oltre il mercoledì delle ceneri. Respirano per tutto il tempo della festa che trasforma in re ogni salariato e in atleta ogni infermo. Che trasforma in gioia la tristezza e in piacere il disgusto.

Written by Ezio

13 novembre 2009 at 15:08

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Muhammad Alì

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AlìAlla nascita gli danno per nome Cassius Clay, ma lui sceglie Muhammad Alì. Gli dicono che è cristiano, ma lui sceglie di essere musulmano. Gli dicono di difendersi, di imparare a farlo tirando pugni feroci, velocemente. E lui, saltellando e tirando pugni velocemente, vince il titolo mondiale. Gli dicono che un bravo pugile deve imparare a lasciare l’ira sul ring, ma lui ripete che il ring si trova da un’altra parte: là dove un negro che vince combatte per i negri vinti, per i negri che ringhiando si disputano col cane la ciotola vuota. Gli dicono di parlare piano e con cautela: lui grida. Gli infami eletti gli controllano il telefono: lui urla nella cornetta. Quando lo costringono all’uniforme e a spalmare napalm sui vietnamiti lui se la toglie, urlando di non aver niente contro il Vietnam né contro i vietnamiti, ché questi non fanno niente di male né a lui né ad altri negri. Allora gli infami gli tolgono il titolo mondiale dei pesi massimi, gli proibiscono di salire ancora sul ring, lo condannano al carcere. Lui ringrazia, perché questi sono elogi alla sua dignità. È un uomo.

Written by Ezio

11 novembre 2009 at 21:50

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Leggendo con attenzione

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Raramente mi è capitato di “leggere” tanta lucidità in un articolo, oltretutto su un fatto tanto drammatico quanto comune e nel suo passato e nella sua attualità. In un sistema suddiviso in categorie si abbisogna di decostruire il discorso falsamente democratico che pretende di occuparsi dei settori e delle persone escluse, soprattutto in una società dove gli esclusi sono forzatamente inclusi nella maniera più degradante, più orribile e più vile. Bisogna dirlo, una volta e per tutte, che non esistono persone anormali. Bisogna dirlo, una volta e per tutte, che le etichette sono piccole celle con grosse sbarre dove ognuno viene definito in base alle sue incapacità. Respingere con impeto e furore questa barbarie delle categorie significa respingere con forza le selezioni intrinseche al capitalismo, quel “cadavere putrescente che qualcuno si ostina ancora a chiamare società!”

L’articolo è qui, e a mio parere vale la pena di leggerlo con attenzione, nonché di farlo girare.

Written by Ezio

10 novembre 2009 at 22:01

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Strofe del mondo alla rovescia

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Il mondo visto con gli occhi del lodevole (ignobile), nobile (meschino), onesto (scellerato), encomiabile (laido) sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Strofe del mondo alla rovescia,
per chitarra accompagnata da un/a cantante

Han rovesciato il quadro
del mondo e delle colpe:
a caccia del cane la volpe
e dietro al giudice il ladro.
I piedi librati in aria
e la bocca di buon passo,
il fuoco che estingue l’acqua,
il cieco che di mestiere
insegna l’abecedario,
e i buoi portati a spasso
sul carro del carrettiere.

Lungo le rive di un uomo
un fiume sedentario
stava affilando il cavallo
e abbeverando il coltello.

(Bogotà 1811 autore anonimo)

Written by Ezio

9 novembre 2009 at 23:00

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