Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for febbraio 2009

Isole di Juan Fernàndez

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rc1709

La vedetta annuncia fuochi in lontananza. Per cercarli, i filibustieri del Duke cambiano rotta e dirigono la prua verso le coste del Cile. La nave si avvicina alle isole di Juan Fernàndez. Una canoa, un filo di schiuma, le si fa incontro nella striscia di falò. Sale a bordo un groviglio di capelli e sudiciume, che trema di febbre ed emette suoni incomprensibili.
Col passare dei giorni il capitano Rogers comincia a saperne di più. Il naufrago si chiama Alexsander Selkirk ed è un collega scozzese, esperto di vele, venti e saccheggi. Arrivò sulle coste di Valparaiso con la spedizione del pirata William Dampier. Grazie alla Bibbia, al coltello e al fucile, Selkirk è sopravvissuto per oltre quattro anni in una di queste isole senza nessuno. Con budella di capretto riuscì a fabbricarsi gli arnesi per la pesca; cucinava col sale cristallizzato sugli scogli e si faceva luce con olio di leone marino. Costruì su un’altura una capanna, con a fianco un recinto per le capre. Segnava il trascorrere del tempo sul tronco di un albero. La tempesta gli portò relitti di qualche naufragio, e anche un indio mezzo annegato. Chiamò l’indio Venerdì, perché era venerdì quel giorno. Da lui imparò i segreti delle piante. Quando arrivò la grande nave, Venerdì preferì restare. Selkirk gli giurò che sarebbe tornato, e Venerdì gli credette.
Dieci anni dopo, Daniel Defoe pubblicherà a Londra le avventure di un naufrago. Nel suo romanzo Selkirk sarà Robinson Crusoe, nato York. La spedizione del pirata britannico Dampier, che aveva depredato la costa del Perù e del Cile, si trasformerà in una rispettabile impresa commerciale. L’isoletta deserta e senza storia farà un balzo dall’oceano Pacifico alle foci dell’Orinoco e il naufrago vi trascorrerà ventotto anni. Anche Robinson salverà la vita a un selvaggio cannibale: master, “padrone”, sarà la prima parola che gli insegnerà in lingua inglese. Selkirk marchiava con la punta del coltello le orecchie di ogni capra che catturava. Robinson progetterà il frazionamento dell’isola, il suo regno, per venderla a lotti; darà un prezzo ad ogni oggetto raccolto dalla nave naufragata, terrà la contabilità di quanto prodotto sull’isola e farà il bilancio di ogni situazione, il dare delle disgrazie, l’avere dei colpi di fortuna. Robinson attraverserà, come Selkirk, le dure prove della solitudine, della paura e della pazzia; ma al momento del ritrovamento Alexander Selkirk è un tremante spaventapasseri che non sa parlare e ha paura di tutto. Robinson Crusoe, invece, invitto domatore della natura, tornerà in Inghilterra, con il fido Venerdì, facendo conti e progettando avventure.

(E. Galeano)

Written by Ezio

6 febbraio 2009 at 15:54

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Interrogativi

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“Vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata.”

(Seneca)

Poco tempo fa una donna americana è vissuta sdraiata su un lettino con una pompa meccanica extracorporea che pompava sangue nelle sue vene, per più di cinque mesi. Qual è il confine tra la vita e la morte e cos’è la vita? Me lo chiedo (me lo chiedo e non me lo chiedo, come ha scritto un amico che non vedo da un po’ di tempo). Immagino un polmone artificiale in grado di ossigenare il sangue pompatogli dentro da una pompa elettromeccanica e poi spinto ad ossigenare le cellule all’interno di un corpo inerte: si è vivi? E per quanto tempo? Magari tra un po’ lo sarà all’infinito? La vita è circolazione sanguigna o interazione con la realtà che la circonda? Non ho risposta, solo propensione ad accettare un’ipotesi meglio dell’altra. Ieri sera per la prima volta mi son fermato a guardare lo zoo di porta a porta, aspettavo un argomento diverso e un collegamento dalla Francia con un paio di persone che conosco e stimo, ma evidentemente ciò che è successo a Udine ha fatto cambiare idea e scaletta al conduttore. Mi son messo ad origliare la necrosi delle parole fredde e distaccate con cui i commensali intervenuti cercavano di delineare quel confine evanescente tra vita e morte, con fare impudico di fronte ad una persona da diciassette anni immersa suo malgrado in uno stato di non vita o non morte (cogliete la differenza e scegliete pure, se vi va!); un tecnicismo vergognoso intriso di politica, burocrazia ed etica da quattro soldi.
Non mi sono vergognato per loro!
La malattia – qualunque sia la causa – quando colpisce impone un cambiamento epocale alla propria vita nonché a quella delle persone che ti amano e ti stanno intorno, e se riesci a mantenere consapevolezza di quel che accade non puoi non accorgerti del distacco con cui vieni trattato e della degradante umiliazione dello stato in cui ti vieni a trovare. L’attesa lungo una corsia o nella sala d’aspetto, magari seduti su una sedia a rotelle e coperti solo da un lenzuolo, ad aspettare mani altrui che entreranno a manipolare il tuo corpo, a infilarci dentro tubi o aghi, non possono non mettere ansia, paura, eludere il rispetto, porre su piani diversi medico e (im)paziente. E lo stesso, o quasi, per chi fuori aspetta.
Eluana non ha dovuto sopportare tale umiliazione, ma trovo assai degradante l’etica personale di chi afferma senza pudore che la vita sia un diritto e non uno stato della materia  in grado di interagire col mondo circostante. Non può soffrire né interagire e quindi si può manipolare fino a renderla cavia, oppure soffre senza interagire e alla sua sofferenza si oppone la freddezza politica e tecnica degli addetti ai lavori. È viva ma non può vivere, ingabbiata e stuprata da diciassette anni da un’etica assurda e vergognosa che il tempo non mancherà di spazzare via.

Written by Ezio

4 febbraio 2009 at 18:39

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Cacciare

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“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia Meridionale, crocifiggendo e seppellendo vivi i contadini poveri del Sud che gli scrittori salariati e venduti tentarono di infamare col marchio di briganti.”

Due parole sul “terrorista” Battisti, partendo da una frase di Gramsci, mi viene da scriverle. Certo, analogie fra rivoluzioni o tentativi di rivoluzione, parlando di brigantaggio e sigle politiche, non ne vedo, anche perché bisognerebbe mescolare terra e ideologia, e la prima attiene più al sud America e la seconda più all’Europa. Qui l’unica analogia – a mio avviso – sta tutta nell’uso improprio dei termini “brigante” e “terrorista”, che mirano a dileggiare e distorcere gli atti a difesa dell’unica ricchezza contadina: la terra (il brigante un peon?), e di quella di tutti: la libertà individuale e collettiva. Le parole partite dalla polvere da sparo per mano di chi ha potere di spararle, come sempre, colpiscono indiscriminatamente nel mucchio, e ciò che importa è l’alta percentuale di chi ne viene colpito.
Immagino che con una Democrazia Cristiana ancora al governo il caso non sarebbe neanche nato, ed è tutto dire, ma il piatto della vendetta va servito freddo e al potere ci sono i figliocci della peggior destra socialista craxiana sottobraccio a chi, all’epoca del Battisti “terrorista”, metteva bombe e sparava nelle piazze stando dall’altra parte; e tra i divulgatori della verità mediatica delatori e vigliacchi che sono saltati di carro in carro pur di mantenere intatti i propri privilegi.
Leggo anche, in fondo a qualche buco di culo, aggiungendo idiozia a vendetta, che sarà (forse) perdonato in quanto scrittore e radical chic.
Idiozia, vendetta e spudoratezza intellettuale insieme.
Perché il perdono sottintende delle colpe, e qualora vi siano sono spesso altre e di altri! Perché è vero che neanch’io riesco a perdonare, ma ho imparato a passare oltre, per continuare a camminare.

Written by Ezio

1 febbraio 2009 at 17:41

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