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Palabras en el viento

Archive for dicembre 2007

Auspicando la sparizione di mano d’opera per la professione

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Non si sta poi così male senza “piccì”.

Così, mentre aspetto notizie dall’assistenza (proprio durante le feste di fine anno doveva capitare…), le mie giornate ri-scoprono cose e tempi diversi da dedicargli: qualche lettura in più, qualche film in più, qualche cd con buona musica che spesso lascio indietro, qualche giro in moto un po’ più lungo del solito. Niente noia insomma.

Ora mi trovo ospite su un computer non mio, giusto per il tempo necessario a dare un’occhiata al blog e giusto per il tempo necessario a scrivere una poesia di Vivian Lamarque.

(Auspicando la sparizione di mano d’opera per la professione)

Se questo lavoro di datore di morte

Di accompagnatore di ultimi corridoi

Di sdraiatore su lettini

Di legatore di lacci

Di guardatore di orologi

Di schiacciatore di pulsanti

Se questi lavoratori di datori di morte

Che si alzano alle sette

E si lavano

E si vestono

E mangiano due uova

E accompagnano i figli a scuola

E poi vanno al lavoro di datori di morte

Se questi datori di morte

Entrati nel portone

Procedessero a gambero

E tornassero nella scuola dei figli per riprenderseli

E a casa per vomitare due uova

E svestirsi

E slavarsi

E coricarsi

E si addormentassero

Si addormentassero fino alle sette di ieri

Fino al risveglio di cambiare lavoro.

Written by Ezio

27 dicembre 2007 at 20:10

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Viscido e viscidi

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“Un solo uomo di partito ha avuto il potere: Benito Mussolini. Tutti gli altri non hanno avuto potere, ma solo guai. Se noi non cambiamo l’architettura istituzionale, che e’ grottesca, non avremo mai un premier in grado di decidere e modernizzare il Paese”.

 

Per gettare la maschera e mostrarsi con la propria faccia l’ex premier deve aver ben compreso che il fascismo di destra e quello di sinistra, dapprima strisciante, ha di nuovo alzato la testa e ricominciato a sputare veleno, senza più nessuno in grado di schiacciargliela e senza più nessuno in grado di impedirglielo.

I conti con la storia – come scrivono Wu Ming e Vitaliano Ravagli – vanno chiusi per tempo, altrimenti ci si ritrova come accade oggi, con gli sconfitti sugli scranni del parlamento e i vincitori in galera. Questi viscidi personaggi che si ritengono i padroni della vita degli altri non chiedono altro che un voto di obbedienza oggi in cambio di una possibile fruizione (sempre dell’obbedienza e del dominio che loro chiamano libertà) domani, lasciando sempre che il domani resti domani, e poi diventi il dopodomani, e poi ancora oltre.

Per resistere a questi (ancora) viscidi personaggi non resta che cercare di demolire la falsa democrazia che pretende di occuparsi dei bisogni delle persone incluse e dei bisogni di quelle escluse. Inclusi ed esclusi, certo, come dentro e fuori, liberi e in galera, ha e non ha.

Written by Ezio

11 dicembre 2007 at 23:02

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Lavoratori

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lavoratori.jpg

Diversamente da quanto viene affermato dalla sociologia moderna la classe operaia (o forza lavoro o comecazzo la chiamano) non tende affatto a scomparire, più semplicemente si decentra e si riordina in luoghi diversi. Il decentramento avviene spostando la produzione verso i paesi più poveri, dove lo sfruttamento delle “risorse umane” assicura vantaggi fino a ieri inimmaginabili alle imprese del capitale. In quelli che possiamo chiamare “paesi centrali”, con la scusa dell’insicurezza, si propongono alle classi più abbiette alleanze con i “paesi periferici” per meglio sfruttare il terzo mondo. Ora, poiché la produzione capitalista è più che mai diffusa, la liberazione individuale del salariato non non ha più senso se non in senso universale; la libertà, infatti, non finisce dove inizia quella dell’altro bensì può esistere solo nella condizione della libertà dell’altro.

Con la parola “lavoro” – infatti – non si fa altro che creare confusione tra divisione tecnica e divisone sociale, tanto che con questa parola ci si riferisce sia all’attività costitutiva degli uomini (produzione per ciò che riguarda i bisogni primari) sia al modello schiavista (produzione per il mercato) con il quale il capitalismo tende sempre più alla divisione in classi. Questa seconda forma di lavoro è quella che uccide: quando c’è e quando manca, quando la si perde e quando la si cerca.

Abolire questa forma di lavoro significa abolire il capitalismo per dar vita a quell’utopia comunista-libertaria del lavoro intesa nel primo senso.

Le fabbriche devono passare dalle mani dei padroni a quelle dei collettivi, come è accaduto – a più d’una – negli ultimi anni in Argentina. Casi che stanno lì a dimostrare come una corretta gestione e una ripartizione in parti uguali degli utili e delle spese di gestione sia indispensabile anche per il benessere della comunità cui i lavoratori appartengono.

Non più morti bianche, ripetono dagli scranni del parlamento e dalle comode poltrone degli uffici dei quotidiani; e quando avvengono giù a chiedere solidarietà e ancora solidarietà, come se le morti bianche non avessero anche la valenza di ripulire le (loro) coscienze attraverso quella che ostinatamente chiamano e continuano a chiamare “solidarietà”, velatamente occultando quella schifosa parola che sarebbe ben più appropriato pronunciare o scrivere: carità.

Non più morti bianche. Non più carità. Nient’altro che prendere (o riprendere) quel che spetta.

 

Written by Ezio

10 dicembre 2007 at 23:07

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Signori si chiude

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portone.jpg

Signori si chiude è (anche) una bella canzone d’amore di Claudio Baglioni, dove ci racconta dell’amore – non corrisposto – da parte di un giovane verso una donna che “potrebbe anche essere sua madre”, tra un juke box che ricomincia a cantare e un bar con la necessità di chiudere.

Certo, mi piacerebbe assolvere al piacere di scrivere due parole sul Venezuela e sul fatto che Chàvez, dopo il risultato del referendum, non possa più essere ammesso nella lista dei dittatori; o sul fatto che in America spariscano così facilmente testate nucleari (ma è storia vecchia di qualche mese, ormai) ottime per benedire il prossimo santo natale o per festeggiare col botto il prossimo inizio d’anno. Oppure, (o anche) per ricordare a me stesso che per ben picconare (e qui, Jacson e la sua piccozza, poco ci azzeccano) abbisogna dire la verità per intero, ché le mezze verità non interessano nessuno; come a nessuno interesserebbe la storia di una persona con cui ho cenato domenica, della sua vita durante la seconda metà degli anni ’70, in terra straniera, raccontata dopo un rapido passaggio all’interno di un mercato in cui un foglio in formato A4 recitava: “Non c’entra la politica, è solo collezionismo”, posto davanti ad una bancarella tutta nera in cui il pezzo più moderato posto in vendita era dato da un capoccione in bronzo addobbato con collanina completa di ciondolo formato croce celtica.

Ma no, non è di Baglioni che voglio scrivere, né del resto.

Signori si chiude vuol significare che mi trovo in un momento particolare, tra un viaggio imminente ed una corsa contro il tempo per mantenere la parola data per dei favori che devo a degli amici. Per dei “lavori” promessi tempo fa e ancora da svolgere. Per l’emozione di ritirare entro il fine settimana una moto nuova con la consapevolezza di non poterla usare come vorrei per almeno i prossimi dieci giorni.

Conto di potermi fermare a riprendere fiato giusto giusto tra una decina di giorni, per poi ricominciare a darmi i tempi e i ritmi cui sono abituato, per cui rimando al titolo i pochi “avventori” che di tanto in tanto vengono a ficcare il naso qui dentro.

Written by Ezio

3 dicembre 2007 at 23:18

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