Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for giugno 2009

In tutte le lingue del mondo

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In tutte le lingue del mondo, o quasi:

Se Asegura

Que en este
Hospital
no se va a
denunciar
a nadie

Così sta scritto su fogli A4 appiccicati con lo scotch sui vetri del pronto soccorso dell’ospedale Grassi, ad Ostia. In spagnolo e in arabo, in polacco e in inglese e pure in portoghese e rumeno, senza farsi mancare l’italiano e altre lingue di cui non sono riuscito a stabilire la provenienza, insieme a cartelloni firmati dall’RSU in cui si avvisano i pazienti che sì, con la dovuta calma ci si prenderà cura di ognuno, per cui sarà meglio non diventare impazienti, ché i posti letto e il personale medico e paramedico sono uguali a meno della metà di quello che servirebbe per garantire assistenza a tutti. C’è da dire che pur non essendoci sbarre alle finestre gli ospedali somigliano in tutto e per tutto alle galere, con le loro gerarchie e i loro divieti ad uscire, con le loro divise e il loro terrorismo psicologico. Che non si denunci nessuno va specificato per tempo, viste le nuove leggi, ma se continuo finisco con lo sconfinare in un discorso politico, e non ne ho punta voglia. Qui c’è solo il mercato della carne, di tutte le carni del mondo, che hanno un valore enorme solo in dollari o euro, addotte alla guarigione di malattie indotte. Le quasi quattro ore passate nella sala d’aspetto, ad aspettare tra zanzare assatanate e coleotteri giganti notizie di una persona alla quale nonostante divergenze politiche e religiose non riesco a non voler bene, mi hanno permesso di pensare e ripensare a Pasteur, al riassunto delle sue ultime parole percepite da qualcuno mentre lo vegliava sul letto di morte: Non curate i virus, bensì l’alveo nel quale si riproducono.
Un’abiura? Chissà…

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Written by Ezio

20 giugno 2009 at 22:37

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Procedura

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Procedura

Per condannare a morte una persona serve una maggioranza favorevole.
Il giorno della condanna gli incaricati passano per le case del paese, presto, mentre si fa la prima colazione e domandano: possiamo ammazzare in nome del popolo, cioè anche vostro?
Preciso che dev’essere domenica, o altra festività, un giorno in cui si possa deliberare con calma accanto alle tazze. Deve anche essere un giorno di sole.
Si conteggia la maggioranza, compresi bambini, compresi quelli che di solito non votano ma sulla vita e sulla morte vogliono pronunciarsi.
Quando risulterà una maggioranza favorevole, si potrà procedere democraticamente.
Gli astenuti sono contati tra i voti contrari. Perché? Perché sì!
Questa è la procedura più certa per stabilire la morte a maggioranza.
Chi è contrario alla condanna e non vuole essere associato al boia, deve arrendersi di fronte a questo conteggio. È effettivamente in nome del popolo, consultato col bel tempo, in una giornata di festa e appena sveglio.
Chi è contrario deve sapere con certezza di essere in minoranza. Altrimenti resta il dubbio che minoranza sia il giudice, il governatore, il direttore del penitenziario e il personale preposto.

Sembrano molti ma sono minoranza.
Il braccio della morte è minoranza.
Il braccio della vita ha diritto di fermarlo.
Abbiamo apposta due braccia.

(Erri De Luca)

Written by Ezio

12 giugno 2009 at 22:05

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Isadora

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Danza

Buenos Aires
1916

Scalza, nuda, avvolta soltanto nella bandiera argentina, Isadora Duncan balla l’inno nazionale.
Compie quest’audacia una notte, a Buenos Aires, in un caffè di studenti, e la mattina dopo lo sanno tutti: L’impresario rompe il contratto, le buone famiglie restituiscono i biglietti al Teatro Colombo e la stampa chiede l’immediata espulsione di questa peccatrice nordamericana venuta in Argentina a infrangere i simboli della patria.
Isadora non capisce. Nessun francese protestò quando lei ballò la Marsigliese, vestita solo di uno scialle rosso. Se si può danzare un’emozione, se si può danzare un’idea, perché non si può danzare un inno?
La libertà offende. Donna dagli occhi splendenti, Isadora è nemica dichiarata della scuola, del matrimonio, della danza classica e di tutto ciò che pretenda di mettere il vento in gabbia. Danza perché danzando gode, e danza ciò che vuole, quando vuole e come vuole, e le orchestre tacciono davanti alla musica che nasce dal suo corpo.

(Eduardo Galeano)

Written by Ezio

4 giugno 2009 at 21:16

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La battaglia di Querétaro

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ObregònNel 1915 Pancho Villa era al culmine della sua gloria di rivoluzionario, poi, sobillato da Obregòn e da altri emuli gelosi e invidiosi, cominciò il suo declino. Carranza, che nei due anni successivi scriverà la nuova costituzione messicana, comincia a diffidare di lui ed esita ad affidargli una spedizione su Zacatecas che – pensa – potrebbe dargli troppa autorità. Per cui lo manda ad occupare Santillo. Villa, giunto lì, come primo atto scaccia i preti e i gesuiti che hanno aiutato il governo degli usurpadores, e così facendo si crea nuove e fatali inimicizie. Carranza a questo punto affida la conquista di Zacatecas al generale Natera e ordina a Villa di rafforzare gli effettivi. Villa a questo punto rinuncia al comando. Carranza non ascolta i generali che gli chiedono di respingere questa sorta di dimissioni e i generali si ribellano riconfermando Villa, il quale, naturalmente e felicemente, guida la spedizione su Zacatecas. In quel periodo la guerra civile era ben più di una tragedia: sui tetti dei treni che trasportavano le truppe gli uomini di Pancho e le loro amanti – che qualcuno definì rustiche – soldaderas inneggiavano al capo; ma la popolazione era comunque stanca, sgomenta ed esasperata. Villa non era più salutato come il paladino dei poveri, ma soltanto come il grande e temutissimo condottiero che a Città Del Messico aveva fraternizzato persino coi superstiti amici di Porfirio Diaz. In quel periodo era tornato nel nord, nella sua Chihuahua, dove evidentemente si sentiva più sicuro dai nemici che si era fatto, tra cui Alvaro Obregòn, quello che la storia indica come il miglior generale alla corte di Carranza. Per Obregòn Villa non ha che parole di disprezzo e sfida. Il 1914, l’anno delle vittorie della convenzione, sembra finito da un millennio: il nuovo si annuncia grave di minacce oscure. Obregòn ha nelle mani Città Del Messico, e con odio e tenacia organizza i suoi battaglioni. Questi non sono composti da guerriglieri ma da “volontari” piegati ad una severa disciplina atta a riportare la pace nel loro infelice paese. Ed ora, indottrinati fiduciosi e ansiosi, sono pronti ad avviarsi verso il nord. Quegli scolaretti fuggiranno come cucarachas, come scarafaggi, davanti alle cariche dei nostri: non li lasceremo entrare nel nostro regno, andremo loro incontro, dice Villa. Infatti poco dopo partono treni verso il sud, nella calda primavera (ecco chi ha raccontato De André, mica Carlo Martello!) messicana risuonano canti di guerriglieri e soldaderas. Obregòn è fermo a Querétaro, dove nell’estate del 1867 fu fucilato Massimiliano D’Asburgo, e aspetta. Pancho sogna di mandare pure lui (Obregòn) lì (a Querétaro) davanti al plotone d’esecuzione. Poi inizia la battaglia, drammatica e feroce, con artiglieria pesante e cariche della cavalleria. Le truppe di Obregòn sono forti, non indietreggiano, mentre quelle di Villa cominciano a cedere, a sbandare, fino (a volte) ad abbandonare il campo. Pancho è furibondo, e i suoi incitamenti e il suo genio militare sembrano non bastare. Il 5 Giugno, durante uno scontro, l’annuncio della morte di Obregòn suscita l’entusiasmo sfrenato dei guerriglieri di Villa, che smettono poco dopo di agitare i cappelli alla smentita della notizia: Obregòn è ferito, ha perso il braccio destro ma continua a guidare la battaglia e non rinuncia neanche nei giorni successivi, guidando i controrivoluzionari verso nord. Poco tempo dopo, in novembre, ad Agua Pietra, Villa è battuto. Gli restano al fianco pochi avventurieri senza scrupoli, non più soldati; intanto Carranza S’insedia a Città Del Messico e incassa il benestare degli Stati Uniti. L’annuncio crea sconcerto e furore in Pancho, che aveva sempre pensato di essere ben visto dal governo statunitense, tanto da interpretarlo come un tradimento e da fargli giurare vendetta. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1916, i suoi uomini assaltano un treno a Sonora e uccidono anche una quindicina di tecnici minerari americani. Washington “protesta”, Carranza assicura che reprimerà il banditismo di Villa, Villa gioca d’anticipo e d’azzardo. Sa che se verrà catturato dagli americani o dai carranzisti verrà subito fucilato, per cui il 9 marzo, in pieno giorno, varca il confine con trecento uomini e mette a ferro e fuoco un grosso borgo: Columbus; ne devasta le case e distrugge la piccola guarnigione. L’ira americana porta a non credere più alle assicurazioni di Carranza per cui Washington manda un loro generale, Pershing, a catturare Villa vivo o morto, con al seguito aerei e carri armati. Villa aspetta l’esercito sconfinatore a sud per poi fuggire dall’inseguimento, lasciando gli americani alle prese con le truppe costituzionaliste che, nei pressi di Carrizal, li ricacciano indietro. Il risultato della battaglia sono dodici morti americani e più di venti feriti: la spedizione alla caccia di Villa è fallita.
Poco più tardi Pershing troverà onore in Francia, nella guerra che farà sanguinare l’Europa. Lì raccoglierà gli allori che non riuscì a raccogliere dando la caccia a quelli che avventatamente definì “pochi banditi messicani”.

Nella foto:
Obregòn senza il braccio destro, troncato sei mesi prima da una granata, durante la battaglia di Querétaro

Written by Ezio

1 giugno 2009 at 23:03

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