Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for giugno 2010

Da dentro

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Quando sono entrato in questo posto
sapevo che sarei cambiato ma mi sono ripromesso
che la mia essenza sarebbe rimasta uguale

Suppongo di non aver avuto idea
di quanto difficile fosse l’impresa
perché adesso, guardandomi allo specchio,
non vedo più me stesso ma una maschera
una maschera, così che fuori tutto sembri a posto
una maschera che mostra quel che fui

La verità è che questo posto m’ha rubato tutto
m’ha preso le emozioni, reso freddo, insensibile
non mi permette di sentire sensazioni
ha preso il mio sorriso franco, lasciando un ghigno cinico
questo posto minaccia di rubare la mia stessa umanità

Per quanto ci provi perdo aderenza
poco alla volta perdo l’appiglio
ogni cosa mi prendono, ogni cosa fugge via
giorno dopo giorno perdo la mia anima
rabbia e odio mi consumano
pensieri assassini abbondano

Cerco il vecchio me stesso
e non lo trovo in nessun posto
Questo luogo è ladro
dentro quest’inferno sono entrato intero
e quando me ne andrò sarò soltanto un guscio

Solo Dio lo sa, solo il tempo potrà dirlo
per ora so soltanto che non vivo bene
perché
questo posto m’ha rubato tutto
m’ha rubato
tutto.

Anthony Haynes

Written by Ezio

30 giugno 2010 at 17:51

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Los mosquitos

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È passato un anno e questo cartello c’è ancora: Que, en este Hospital, no se va a denunciar a nadie. No, non credo che i medici e i paramedici del Grassi abbiano mai denunciato chicchessia, straniero o italiano che fosse; d’altra parte tre infermieri e un medico al pronto soccorso dubito che possano trovare il tempo di denunciare, visto che lì bussano non meno di cento persone al giorno. Il problema principale pare proprio che siano le zanzare: tante, ma così tante che se devono tenerti una notte in osservazione pretendono che un parente vada in farmacia a comprare autan in stick. Non ho potuto far altro che cantare mentalmente “Tema de los mosquitos”, e per fortuna che il primo giorno d’estate è stato abbastanza fresco, tanto che ho preso solo quattro o cinque punture sul dorso delle mani; e meno male che a casa ho una piantagione di aloe…
Niente storie questa volta, solo dieci giorni immerso in un mondo che stritola e soffoca e non dà percezione di ciò che accade intorno, con la persona di cui parlo che continua a star male, avvelenata dai farmaci ben più che dalla vita.
Niente storie ma qualcosa è accaduto, anche se non ho avuto modo di seguirlo con assiduità. C’è stata una promessa che intende spazzare via cento anni di conquiste sociali, fatta dalla tigre che mostra zanne e artigli, armi con le quali intende organizzare tutto. Un altro mondo, senza dolore e senza male, dice di voler far nascere. Ha ragione, il mondo vuole rinascere perché si sente vecchio e stanco e soprattutto offeso; e rinascerà da sé solo, come quello che si tira fuori dalle sabbie mobili aggrappandosi alle stringhe dei propri stivali. Mondo moribondo che attraversa questa spazzatura del tempo che chiamiamo mercato.
Così, tra un incubo e l’altro, ho immaginato cinquemila operai che entrano in fabbrica, di primo mattino, tranquilli e con le facce riposate. Li ho immaginati fare un’assemblea, decidere, dire: la fabbrica è di chi ci lavora, per cui da oggi è nostra e sarà autogestita! E visto che pochi hanno la possibilità di comprarsi una Panda al mese e viste le zanzare che circolano e liberamente succhiano il sangue agli operai sarà riconvertita e produrrà mitragliatrici e relative cartucce, ché queste sì, in futuro, dovrebbero aver mercato.

Written by Ezio

29 giugno 2010 at 18:35

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Un miracolo nel Fiore dei Caraibi

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A circa sessantuno gradi di longitudine ovest e quattordici e mezzo di latitudine nord c’è l’isola di Martinica, conosciuta anche come “il Fiore dei Caraibi” e nota per il vulcano La Pelée: un vulcano assai incazzoso!
Nel 1902 accade qualcosa che riporta al 79 dopo Cristo nella zona di Pompei: il vulcano trema ed emette un rombo assordante, come se volesse spaccare in due il mondo, poi esplode sputando nell’atmosfera una nube enorme di fumo e detriti incandescenti che oscurano il cielo e ricadono al suolo insieme a cenere bollente. Una città nelle sue vicinanze, Saint Pierre, viene completamente sommersa dalle ceneri bollenti e, in poco tempo, muoiono trentaquattromila abitanti.

Ludger Sylbaris no! Lui si salva.

A Saint Pierre era stata da poco costruita una prigione a prova di fuga, una vera fortezza con spesse mura da dove neanche il buon Henri Charrière, meglio conosciuto come Papillon, sarebbe riuscito a fuggire. Però sembra proprio che gli abitanti di Martinica fossero virtuosi, tutti o quasi, tutti meno il buon Sylbaris che qualcosa doveva aver commesso.
Era infatti l’unico galeotto al momento dell’eruzione, e fu l’unico a salvarsi.

Written by Ezio

17 giugno 2010 at 16:40

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Da qualsiasi angolazione

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…lo si guardi

“(…) Il crollo del blocco socialista non consacrò il trionfo del capitalismo, ma attestò solamente il fallimento di una delle sue forme. (…)”

(In giro per la rete, riguardo al filmato sotto, si trova anche la traduzione in italiano.)

Schizofrenia del capitalismo? Diffusa? Ma no, solo due goliardiche persone!

Written by Ezio

11 giugno 2010 at 17:08

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Bairoletto

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Il gaucho ribelle o, più semplicemente, Juan Bautista Vairoleto

Non è l’ultimo bandito che si ricordi tra la pampa ma tra gli anni ’20/’30 era un vero guaio per il potere argentino. Figlio di italiani, agricoltori capitati in Argentina in cerca di qualcosa con cui sfamarsi, fin da giovane si mise nei guai perché rispose all’umiliazione di un poliziotto con un revolverata in fronte. Da quel momento non ebbe scelta che dormire sotto la luna. Da allora è un fantasma: lo vedi comparire e scomparire nel deserto come un lampo di luce che uccide; lo senti come un tuono che fa vibrare il torace e tramortisce. Agile, sempre in sella ad un baio che – si racconta – sputa fuoco dalle narici e salta recinti più alti di lui. I derelitti invece di temerlo e denunciarlo lo amano e lo proteggono perché lui li vendica, sparando col suo fucile ai proprietari terrieri mai sazi di terra e mai sazi di schiavi. Bairoletto ha pure una strana mania: dove passa spara una serie di colpi sulle pale dei mulini firmando il suo passaggio con una B fatta coi fori dei proiettili, poi lascia a terra volantini anarchici che annunciano l’inizio della rivoluzione.

Il testo e il video della canzone a lui dedicata da León Gieco

Written by Ezio

8 giugno 2010 at 21:48

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L’ambiente

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(…)
Non esiste nessuna «catastrofe ambientale». Esiste questa catastrofe che è l’ambiente. L’ambiente è ciò che resta all’uomo quando ha perso tutto il resto. Chi abita in un quartiere, una via, una vallata, una guerra, un’officina, non ha un «ambiente», ma semplicemente evolve in un mondo popolato di presenze, di pericoli, di amici, di nemici, di punti di vita e punti di morte, di ogni sorta di essere. Un mondo del genere ha la sua propria consistenza, che muta con l’intensità e la qualità dei legami che ci connettono a tutti questi esseri, a tutti questi luoghi. In questa situazione non ci siamo che noi, figli dell’espropriazione finale, esiliati dell’ultima ora – individui che vengono al mondo dentro a blocchi di cemento, raccolgono i frutti al supermercato e spiano gli echi del mondo alla televisione – a creare un ambiente. Non ci siamo che noi, ad assistere al nostro annullamento come se si trattasse di un semplice cambiamento di atmosfera. A indignarci degli ultimi progressi del disastro, e a redigerne pazientemente l’enciclopedia.
Ciò che è racchiuso in un ambiente è un rapporto con il mondo fondato sulla gestione, cioè sull’estraneità. Un rapporto tale, per cui non siamo legati così bene al fruscio degli alberi, agli odori di fritto delle case, allo scorrere dell’acqua, al baccano delle scolaresche o all’afa delle sere d’estate, un rapporto con il mondo tale per cui esistiamo io e il mio ambiente, che però mi circonda senza mai essere veramente parte di me.
Siamo diventati di colpo vicini di casa in seguito a una riunione di condominio planetaria.
Non ci si può immaginare inferno peggiore.

(…)

“L’insurrezione che viene”
(Comitato invisibile)

Written by Ezio

7 giugno 2010 at 22:59

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Paul

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Paul Lafargue, genero di Karl Marx e padre dei suoi nipoti, subisce la stessa sorte del suocero: mal visto dalle polizie di mezzo mondo, scacciato anche lui dalla Francia e non gradito dalla Germania, altro non può fare che subire i tormenti dell’inverno inglese, quello che fa sputare cubetti di saliva e pisciare stalattiti. A Londra, dopo che il suocero ha finito di correggere e stampare “Il capitale”, lui scrive un elogio alla pigrizia, una sorta d’atto d’accusa contro il capitalismo nascente che di fatto mette l’uomo alla dipendenza della macchina.
Il capitalismo è una parodia della morale divina – scrive il cubano – e insegna ciò che insegna la chiesa: cioè che tutti nasciamo in questa valle di lacrime e sangue per lavorare duramente e per generare figli da donare alle fabbriche per essere macinati da queste fabbriche per il tempo che necessita ai loro profitti.
Paul odia i canti d’onore del progresso  e rivendica il diritto all’ozio al piacere e agli altri doni della vita. Prima o poi – dice – finirà la schiavitù del lavoro forzato e finiranno le morti per fame, e allora gli abitanti di questo mondo saranno percorsi da un brivido di gioia.

Written by Ezio

3 giugno 2010 at 15:44

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È nato

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Ha solo pochi minuti di vita il nuovo Stato partorito da una vergine assemblea che già la polvere delle macerie sulle quali è nato toglie il respiro. È un germoglio nuovo tra tanti fiori antichi e altri appena sbocciati, innocenti e profumati, tra le rovine della guerra appena conclusa. Già al primo vagito, all’alba del primo giorno, rallegra l’aria che emana un puzzo di carne bruciata. Nulla gli si potrà insegnare e nulla avrà da imparare perché tutto ciò di cui avrà bisogno l’ha già appreso standosene comodamente al caldo nella placenta comune delle sue madri.

Written by Ezio

1 giugno 2010 at 21:11

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