Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for marzo 2010

Dilemma

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Written by Ezio

27 marzo 2010 at 13:30

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Croci(2)

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Non ha inventato la vita né ha compreso bene la realtà politica che lo circonda: Charles Drew è solo un ricercatore, uno di quelli incapaci di negoziare. Non ha inventato la vita ma ha compreso come conservare il sangue e grazie alla sua scoperta il mondo si popola di banche di plasma. Tante, da far concorrenza alle banche di soldi. E ancora altre, da permettere a quelle di soldi di fare altri soldi con quelle di plasma. La sua scoperta permette di sopravvivere a migliaia di cavie in divisa disperse sui campi di battaglia europei ma nessuno parla né parlerà di premi. È dirigente della Croce Rossa e dirige il servizio per il plasma quando la Croce Rossa statunitense decide di proibire il sangue dei negri da usare nella banche di plasma, per evitare mescolanza fra razze.

Drew ha sangue negro nelle vene, e si dimette dal suo incarico un minuto dopo.

Written by Ezio

26 marzo 2010 at 18:44

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Da Bagnasco a Bagnasco

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Non è propriamente un giornalista ma ama scrivere, e scrivendo calunnia le potenze del cielo e della terra. Ama anche parlare, e parlando calunnia il mercato degli immobili dell’aldilà e dell’aldiquà. Eppure, nonostante, José Batlle y Ordònez arriva alla presidenza dell’Uruguay. Giura perché gli tocca giurare, sulla nazione e sulle sacre scritture, però immediatamente dopo afferma di non credere in nulla e per nulla, neppure ai giuramenti. Così, sotto la sua presidenza, il governo getta un guanto di sfida ai potenti in cielo e in terra e dal cielo e dalla terra raccolgono il guanto e accettano la sfida. La chiesa comincia ad attizzare il fuoco dove dice che finirà la sua anima e sulla terra il fuoco viene attizzato dalle società che intende nazionalizzare. Lo fa e poi le obbliga alle otto ore e le obbliga a rispettare operai e sindacati.

“Si può legalizzare il libertinaggio? Vedete, sta legalizzando il libertinaggio, ha approvato una legge che consente alle donne di sciogliere il matrimonio.”
“Così distrugge la famiglia, la dissolve, la annienta. Vedete, ha esteso il diritto all’eredità ai figli naturali.”
“Può una donna che per natura nasce impura avere diritto allo studio? Vedete, ha fondato un’università femminile e vuole pure estendere a loro il diritto di voto.”

Lui va avanti per la sua strada, consapevole del fatto che una democrazia deve poter camminare con almeno due gambe e che le donne – impure per natura per il Bagnasco dell’epoca e per il Bagnasco attuale – non sono minorenni per tutta la vita e non sono minorate, e che solo gli idioti possono pensare che debbano passare dalle mani di un padre a quelle di un marito.

Written by Ezio

25 marzo 2010 at 20:01

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Joe Hill

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È arrivato da lontano, ha attraversato l’Atlantico per arrivare in America dalla Svezia e per sopravvivere ha fatto di tutto.
Ha pulito sputacchiere e ha fatto il muratore, ha lavorato come bracciante contadino ed ha estratto rame dalle miniere, ha caricato merci sulle navi in partenza e scaricato altre merci da quelle in arrivo. Per dormire s’è accontentato di ponti e stalle e, qualche volta, stelle. Per mangiare s’è sempre arrangiato. Quello che non ha mai smesso di fare è cantare. Canta le infamie del potere: ballate che prendono in giro la divinità e ballate dal colore rosso che schifano il denaro e scuotono e muovono il salariato.
Canta ciò che non si può cantare. Canta ciò che non si deve cantare.

Quando finalmente riescono a mettergli le manette ai polsi Hill non dice nulla, non parla, ma continua a cantare. La sentenza del giudice è aggressione e crimine ma non ci sono testimoni attendibili, quelli che se la sono sentita hanno deposto per deporre altro l’indomani e gli inquisitori, che hanno preso il nome di avvocati, sono tanto ininfluenti che sembrano stare dalla parte del giudice.
Il giudice infatti non afferma che Hill sia un proletario che attenta all’ordine e agli affari ma… lo condanna appunto per aggressione e crimine, che di fatto non vuol dire niente.

Di lì a poco verrà legato ad una sedia, a Salt Lake City, e gli verrà messo un cerchio di cartone colorato proprio all’altezza del cuore, così che nessuno del plotone d’esecuzione sbagli mira.
Lui canta, è il solo modo che conosce per salutare i compagni. Canta e cantando dice che dopo la fucilazione se ne andrà su Marte, perché anche lì ci sarà senz’altro una pace sociale da turbare.

Written by Ezio

24 marzo 2010 at 19:03

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Pensieri

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La libertà non è un articolo della costituzione, un regalo che poi lo dimentichi e te la spassi. La libertà comporta continuamente dei rischi individuali, mettendosi contro l’andazzo generale, contro delle leggi sbagliate, correndo anche il rischio di isolamento. Ogni giorno dobbiamo cercare la nostra personale linea di comportamento di fronte a ciò che succede. Invincibile non è chi vince sempre, ma chi mai si fa sbaragliare dalle sconfitte, chi mai rinuncia a battersi di nuovo.

(Erri De Luca)

Written by Ezio

23 marzo 2010 at 19:16

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Il domatore la bestia e vecchio saggio

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Il domatore eccelle nelle proprie manifestazioni, calmo e sicuro di sé, convinto delle proprie facoltà e della possibilità di persuadere alla pacifica convivenza.
Nelle vicinanze della città se ne va a spasso portandosi dietro la bestia nera come una notte senza luna legata al guinzaglio come il più innocuo dei cagnolini di piccola taglia. Cammina e il felino gli cammina di fianco, rigorosamente a destra, apparentemente mansueto, scivolando coi passi felpati sul suolo ghiaioso e tra le foglie secche, senza fare alcun rumore.
Il vecchio nero di sangue rosso lo guarda da lontano, atterrito e con gli occhi sbarrati.

Grida: “Come fai a fidarti di quell’animale e a dargli confidenza? Non sai che le bestie feroci devono vivere nel loro habitat? Non sai che non sono nate per vivere tra la gente?”
Il domatore senza proferire parola slega il felino e comincia ad accarezzarlo sulla schiena, lentamente, dolcemente, poi gli sussurra qualcosa nell’orecchio e l’animale si siede. Nonostante la lontananza il cupo e lento ronronare della bestia fa vibrare le molecole d’aria e queste trasportano lontano quel cupo rumore di morte.

Grida, sempre più impaurito, il vecchio: “Un giorno gli offrirai da mangiare con la mano e lui divorerà il tuo braccio e poi tutto il resto! Pensi che la natura l’abbia fornito di artigli e zanne affinché tu possa dargli da mangiare ad orario? Pensi forse che quelli della sua specie aspettino di essere chiamati a tavola per concertare la propria libertà la lunghezza del guinzaglio e la qualità del cibo? Strappagli gli artigli! Strappagli gli artigli e pure le zanne e il resto dei denti, finché sei in tempo!”

Written by Ezio

22 marzo 2010 at 23:20

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Approcci

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È venerdì ed è un venerdì particolare, quel venerdì che viene una volta l’anno. Tutte le beghine di questo mondo sono vestite di nero e, in fila, camminano verso la chiesa al centro della piazza. Camminano assorte, con gli occhi bassi, in preghiera, accompagnate da un asino e da un’asina tenuti a debita distanza fra loro. L’asino e l’asina soffiano dalle narici e si scambiano occhiate, ma le beghine non se ne accorgono, troppo prese dalla venerazione del Cristo in questo Venerdì Santo. D’improvviso si spaventano e gettano un urlo, l’asino e l’asina si sono sciolti e, proprio nel centro della piazza, ruzzolano e cominciano a sollazzarsi, in faccia alla chiesa e dando le spalle al comune. Gli strilli delle pie signore sono tanto forti che il sindaco di Cosalà si affaccia alla finestra e guarda e pure lui lancia uno strillo, poi chiude gli occhi per non peccare con la vista e si tappa le orecchie per non peccare con l’udito. Ordina la fucilazione seduta stante, tanto che i poveri asinelli cadono ancora attaccati l’un con l’altra.
E si tira un sospiro di sollievo.
Nello stesso momento, poco più lontano, in un’altra cittadella messicana, sotto un’enorme croce con un Cristo attaccato, altre persone venerano la divinità nel giorno del Venerdì Santo. Sono tanti e nudi, uomini e donne con i corpi dipinti di tutti i colori dell’arcobaleno e danno nuovi nomi alle cose e cacciano cervi. Là, sotto la croce, uomini e donne ballano e si offrono, fanno capriole e poi si abbracciano e si accarezzano e si fanno il solletico e ridono a crepapelle. Amano, perché giocano alla vita e all’amore. Dopo la gioia e il piacere dato e ricevuto il banchetto finale è l’unico possibile ringraziamento al Cristo Redentore che li guarda. Lui, riconoscente, sorride.

Written by Ezio

19 marzo 2010 at 17:51

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Augusto César

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È un uomo piccolo e magro e se non avesse radici come le piante, nella terra dove ha avuto la sventura di nascere, persino il vento lo farebbe volare. E la terra lo nutre e gli parla e gli dice cosa è meglio per lei; e lui ascolta e va. Quando le puttane di Puerto Cabezas gli rivelano il nascondiglio delle armi lui ha un piccolo esercito di ventinove uomini ancora disarmati: uomini che amano la propria terra quanto lui. Sono perlopiù operai semianalfabeti con la schiena spezzata da quindici ore di lavoro al giorno, lavoro che consiste nello strappare oro dalle viscere della terra per una compagnia nordamericana. Dormono, quando possono o quando riescono, ammucchiati in una piccola baracca di legno, come topi dentro una trappola. E coi topi dividono il rancio.
Hanno parlato con Augusto César Sandino e l’hanno visto allontanarsi verso le montagne in groppa ad un somarello bianco, allora prendono la dinamite e fanno saltare la miniera, poi lo raggiungono e si uniscono a lui

Written by Ezio

17 marzo 2010 at 19:40

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Elisir di lunga vita: da centoventi a centocinquant’anni

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Sì, è ormai assodato che la ricerca scientifica porterà la vita media a centovent’anni e chi ha soldi per finanziarla avrà un regalo in più e vivrà fino a centocinquanta.

Come si cercherà, un giorno, nascondendosi ad occhi troppo invadenti per cui – giocoforza – non in grado di raccontare.

È seduto, la poltrona di pelle si scava sotto il suo peso e versa lacrime di dolore; e suda perché ricorda ricordi che solo lei può ricordare. È solo, si alza, si spoglia nudo e si mette davanti allo specchio con la cornice d’oro. Anche lo specchio piange, ricorda e suda. Guarda, stropiccia gli occhi per vedersi: vede qualcosa, ma non si trova. Cerca disperatamente il suo corpo di stallone, i nervi sul collo, gli occhi luccicanti di follia, le mani capaci di stringere denaro su denaro per comprare la vita. Niente.
Sotto un ventre che da piatto è diventato gonfio e che ora è orrida e flaccida pelle intravvede la chiave di forza con la quale è riuscito ad aprire anche le serrature più resistenti tra le cosce di giovani donne: pendente, mutata. Guarda meglio, vuole vedersi l’anima ma lo specchio non può mostrarla, non ce l’ha. Qualcuno, nel corso degli anni, ha rubato l’altra metà dell’uomo lasciandogli solo la carne. Che fine ha fatto quella parte di sé che gli ha permesso di predicare come un profeta nelle piazze e in televisione? Di ostentare come Tachito Somoza il suo denaro quale simbolo di fonte di lavoro e giustizia anziché di potere?

Fa qualche passo indietro e si guarda ancora: non c’è più il corpo, non c’è più l’anima. Allora si avvicina di nuovo, fino ad appannare lo specchio con il rantolo rimastogli per respiro. Dev’esserci una terza parte, lo specchio deve mostrarla.
Ci dev’essere un luogo dove hanno trovato rifugio tra grotte e anfratti i sogni sognati e subito dimenticati per dar corso alla politica del fare e prendere prima e più degli altri. Lo specchio deve poter mostrare quelle grotte e quegli anfratti dove sono occultati i colori del mondo visti con giovani occhi ormai quasi ciechi. Dove sono stati occultati suoni e melodie del mondo ascoltate con giovani orecchie ormai quasi sorde; e i sapori e i profumi svaniti perché assaporati e annusati con troppa fretta.
Guarda ancora e non riconosce nulla che valga la pena di essere salvato e nulla che meriti di restare, e nelle mani e nella memoria.
Riguarda e l’immagine riflessa nello specchio è quella di un vecchio vuoto e bavoso, prossimo all’ultimo viaggio.

Written by Ezio

16 marzo 2010 at 18:16

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Il piccolo genio (2)

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Il viaggio non è verso le indie o l’infinito e il mare non fa paura ormai da tempo, soprattutto per chi fa un viaggio di piacere tra New York e Londra. Il secondo giorno di navigazione è iniziato da poche ore e la notizia gli arriva addosso e gli penetra nel corpo con la stessa violenza di una freccia: Charlot non può rientrare in America.
Il governo dei papà della bossifini applica alla lettera la legge in vigore negli Stati Uniti: non sono desiderati gli stranieri sospettati di depravazione, di comunismo e di follia.

“Lei è comunista?”
“Lei ha origini ebree?”
“Lei ha commesso adulterio?”

Aveva risposto “No!” a queste domande che l’FBI gli aveva rivolto, tempo prima.

Eppure… eppure… uno così… dev’essere (anzi è!) indubbiamente un pericoloso anarco-comunista-insurrezionalista pagato da una potenza straniera.

L’FBI, il senatore e futuro presidente Nixon e la dottoressa Hopper scrivono che Chaplin è un pericolo e una minaccia per le istituzioni americane, e davanti alle sale che proiettano i suoi film ci sono i picchetti delle troie di regime con cartelli che recitano: “Che Charlot se ne vada in Russia!”
In effetti sono almeno tre decenni che il governo americano cerca prove sul fatto che il piccolo genio che di nome fa Charles e di cognome Chaplin sia in realtà un ebreo che di nome fa Israel e di cognome Thonstein; e da tre decenni cerca anche le prove che costui sia in realtà una spia al soldo dei russi. Non c’è ancora una prova ma l’FBI ne è convinta; e ne è convinta da quando – appunto trentanni prima – in un trafiletto interno un giornalista della Pravda aveva scritto: “Sì, Charlot pare sia proprio un attore di indubbio talento.”

Written by Ezio

15 marzo 2010 at 14:54

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Nicolàs

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Sono trascorsi poco più di quindici anni dalla fine della rivoluzione e i contadini che hanno partecipato e che si sono battuti nella terra e per la terra, a fianco di Emiliano Zapata, se ne ritrovano nel pugno più o meno la stessa quantità. Sempre la stessa, piccola, quantità. Ci sono della carte vecchie e ingiallite dal tempo che affermano, col sigillo del viceré, che a quella comunità appartiene la terra dov’è nata, e quelle carte Emiliano le ha messe – anni prima – nelle mani di Pancho Franco, suo fedele compagno, affinché le custodisse.

“Guai se le perdi, compare!”

Pancho Franco ha infilato quelle carte fra pelle e camicia e con esse è fuggito sui monti. È vissuto di stenti quando gli stenti si profilavano come unica fonte di sopravvivenza; si è salvato assai spesso dagli attacchi dei militari e dai serpenti velenosi. Ha messo in salvo la propria vita e con lei le carte. Emiliano Zapata sarebbe fiero di lui.
Delle carte viene a sapere il presidente Làzaro Càrdenas, che ha fatto un lungo viaggio per arrivare ad Anenecuilco per parlare con la comunità contadina: parla e ascolta, parlano e si ascoltano e mediano ciò che si può mediare. In breve tempo Càrdenas riconosce le richieste dei contadini e cerca di ampliare i loro diritti.

Cerca ma deve fare i conti con Nicolàs. Nicolàs è deputato già da tempo e già da tempo s’è impossessato delle terre migliori, ma è tanto vorace da volersi impossessare anche delle peggiori. Nicolàs Zapata è il figlio maggiore di Emiliano, ed è il peggior nemico della comunità e della terra dove è nato.

Written by Ezio

13 marzo 2010 at 15:30

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Pubblicità-progresso

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Non so dire se questa sorta di pubblicità-progresso sia mai passata sulle emittenti francesi, pubbliche e/o private che siano. So che nell’italico stivale nessuna televisione la mostrerà mai perché non è fatto di cuoio ma di cartone pressato, e nella tomaia e nella suola, per cui luogo ideale per il topi per costruirci i loro nidi, tanto che quelli vaticani ci hanno costruito il loro.
E figliano, sotto sotto.

Written by Ezio

11 marzo 2010 at 22:15

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Film

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Non ci sono venti, né dolci e leggeri né forti e impetuosi, e il mare è stranamente calmo. Non ci sono maree a montare né l’equipaggio della nave sembra soffrire la nausea. Sono arrivati e lì c’è quello che vogliono e sono pagati per prenderlo. Non è oro né argento ma un minerale tanto indispensabile quanto lo è oggi il coltan. I marinai dello spazio che i nativi chiamano “popolo del cielo” hanno gli occhi ardenti dei militari pronti alla caccia ma paiono stranamente buoni: vogliono prendere senza ammazzare. Lì, di sotto, sembra ardere l’inferno: la foresta è più grande di quanto si possa immaginare e gli animali sembrano usciti da un film horror. I nativi sono anch’essi grandi e sono tanto primitivi da essere parte integrante della natura: hanno un Dio tutto loro da venerare con danze e riti, hanno una medicina che strappano alle radici e alle foglie, hanno le armi degli indios della selva e guardano con gli occhi del giaguaro. Vogliono solo restare lì ed essere lasciati in pace.

“La historia es esta” e Cameron la conosce, e ci inventa sopra e ci piglia per il naso: laddove c’è qualcosa da prendere chi prima arriva ed è meglio armato se la prende. Così è sempre stato e solo nel finale di un film si poteva riuscire a cambiarne il corso. L’ambientalismo che permea tutta la pellicola arriva ad inglobare il sogno della mescolanza del DNA, compiuta in laboratorio, fra specie diverse, nonché alla rivolta dell’intera “gaia” come fosse un unico organismo. Certo, è solo una favola, però l’idea della simbiosi fra “uomini” e animali che si stabilisce attraverso una sorta di connessione elettrochimica, come quando si infila la spina nella presa di corrente, la trovo geniale, come geniale trovo l’invenzione degli Avatar per intercedere presso gli autoctoni ma anche da proporre come scaltre spie.

Per dire di un film che è un bel film, però, si abbisogna anche di buoni dialoghi…

Detto questo: non so se la rivoluzione in atto sarà simile a quella che è avvenuta passando dalla foto all’immagine in movimento, e poi dal muto al sonoro, e poi dal bianco e nero al colore, e poi dal colore alla computer graphic. Certo è che da oggi in avanti sarà sempre più difficile proporre film in 2d. E anche la televisione pare si stia attrezzando.

Written by Ezio

9 marzo 2010 at 12:58

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Donne, prima della festa

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In una bolla del tempo, immerse nel tempo, al di fuori del tempo.

Jacinta è brasiliana d’Africa, più nera della notte senza luna, e la terra che calpesta diventa sacra al suo passaggio. Ha fondato un villaggio di miniere d’oro tra i dirupi della selva ed è sì nera ma anche bianca come la neve e anche verde come le foglie degli alberi; e si apre intorno agli uomini e le si chiude intorno, come una pianta carnivora, ma anziché mangiarli gli dona figli di tutti i colori dell’arcobaleno in un mondo ancora privo di carta geografica.

Zabeth ha imparato a camminare e correre fin dalla nascita, come una gazzella; e corre, per fuggire. Quando i carnivori la raggiungono gli legano le caviglie con una catena di ferro e lei è costretta a fermarsi e vivere incatenata. Però la palizzata la salta tante volte, e tante volte viene ricatturata sulle montagne haitiane.

Juana è stata educata al rispetto della religione, e la religione è una soltanto. Gli hanno detto che il suo destino è quello della monaca di clausura ma lei è diventata colonnello dell’esercito indipendentista: una guerrigliera.

Jacinta squarcia i rami della selva e gli avventurieri che la seguono la seguono a dorso di mulo, rispettosi di lei e protetti da lei; sono scalzi e male armati ma quando entrano nella miniera appendono ragione e coscienza alla roccia. Lei è nata in Angola ed è stata schiava in Brasile, e non c’è figlio nella selva che non sia suo figlio e non c’è uomo che non sia suo uomo. È per gli uomini la madre della miniera e dell’oro.

A Zabeth marchiano la guancia col ferro rovente, le mettono un collare al collo e con la catena la legano dentro un frantoio. Lei infila le dita tra i rulli e poi strappa a morsi le bende che gli mettono. Col ferro è legata e di ferro vuol morire, e mentre muore lancia maledizioni alla sua proprietaria. Non può lanciargli altro, lei vive ad Haiti e la sua proprietaria a Nantes.

Juana ha quattro figli ma l’unico rimasto in vita è quello partorito sul campo di battaglia. Suo marito non c’era, la sua testa era già conficcata su una picca spagnola. Ora cavalca avvolta in uno scialle alla testa degli uomini, le redini nella mano sinistra e la spada nella destra, e con questa apre piste e taglia teste. I guerriglieri la chiamano terra.

Written by Ezio

8 marzo 2010 at 22:41

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Il bel paese

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Ha un’età da contare coi minuti, il bel paese dell’imprenditore: è nato sulle rovine di una repubblica vecchia e arruffona dopo una gravidanza durata anni e ora aggiunge macerie sulle macerie. È un germoglio, una luce verde smeraldo tra il saccheggio e la guerra. Una luce dolce e melodiosa che vuol stupire e rallegrare l’aria mentre intorno tutto puzza di bruciato e tutto continua a bruciare.
Disse una volta un altro imprenditore prestato alla politica, tal Tachito Somoza: “Sì, io sono un imprenditore, ma umile.”

Written by Ezio

6 marzo 2010 at 16:55

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