Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for maggio 2010

Corsi e ricorsi

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Nel 1977, nella lontana terra carioca, un gran numero di persone tra cui intellettuali artisti e giornalisti che si dicono indipendenti firmano un manifesto contro la censura. Non c’è internet e le firme vengono apposte con una biro su un pezzo di carta che poi chiamano appunto manifesto. Un anno prima il governo aveva impedito la pubblicazione su un quotidiano della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, avvenuta duecentouno anni prima, perché pare vi sia scritto che gli aventi diritto al voto abbiano pure il diritto-dovere di cacciare via a calci nel culo i governi dispotici: di abolirli una volta per tutte.
Proibisce e continua a proibire, la censura del governo, anche l’erotismo delle scalfitture di Picasso… perché giustappunto erotiche. Proibisce pure il surrealismo perché pare che tra una riga e l’altra e un pensiero e l’altro vi sia nascosta ma comunque percepibile la parola rivoluzione e non manca di proibire, solo perché russo, il balletto del Bolshoi.

Written by Ezio

31 maggio 2010 at 20:52

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Rivolte

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Il nutrimento generato dal fiume più copioso del mondo nutre la foresta più grande del mondo, e questa respira e permette agli esseri viventi di respirare. L’Amazzonia è terra di uomini d’avventura e lì si racconta che, i primi ad arrivare, scoprirono un mondo rovesciato, un mondo che invece di camminare “scamminava” e dove il tempo anziché scorrere restava immutabile. Inoltre c’era di tutto e di più per arricchire i ricchi.

Da qualche parte, in genere all’ultimo piano di un grattacielo di New York, qualcuno firma un assegno milionario e questo mette le ali e parte e vola e arriva in Amazzonia. La cifra scritta comprende, oltre la gestione delle risorse minerarie di un’area enorme, anche il prezzo delle pallottole e dei veleni per ripulire l’area  dagli animali a due e quattro zampe che intendono dar fastidio. In fondo, oltre le pallottole, è sufficiente il veleno per i topi o il defoliante usato in Vietnam per assicurarsi una pulizia completa. Molti animali vengono spellati, gli indios no perché la loro pelle non vale neanche il tempo perso per tale lavoro. È un fatto che lì dove c’erano alberi c’è la radura e gli animali sopravvissuti si muovono nel buio più totale della cecità.
I terreni presi in gestione sono spesso più grandi di un’intero paese e, fin dagli anni ’70, i gestori hanno imposte condonate dalla politica e questa fa anche lavoretti di contorno come edifici e strade.
Sempre negli anni ’70 gli allevatori si servivano dei contadini, disperati dalla disperazione e affamati dalla fame, per cacciare gli indios prima di essere loro stessi cacciati dai militari. La carne delle vacche dei grandi allevatori era carne che i contadini non assaggiavano mai…

Nel ’75 la strada gentilmente concessa dal governo, aperta tra la selva, arriva al villaggio di Riberao Bonito, composto quasi esclusivamente da contadini. La polizia prende immediatamente possesso del luogo aprendo una prigione e una piccola caserma: la deportazione della carne umana inizia. Chi si ribella viene convinto del contrario con la galera con le botte e con la tortura; e quando arriva in paese il prete – perché lì manca giusto un prete e una chiesa – entra in caserma e chiede senza troppa gentilezza se sono vere le dicerie sulle detenzioni ingiuste e sulla tortura da parte della polizia. La risposta del poliziotto seduto alla scrivania è rapida ed efficace: un colpo di pistola apre il cranio del prete.
Qualche giorno dopo un buon numero di donne rimaste sole perché i mariti sono in carcere fa capannello e si organizza; poi, in silenzio, coinvolgono. Passa ancora qualche giorno e una sera più di cinquecento contadini capeggiati da queste signore seminude e dal nome impronunciabile, armati e armate di picconi, bastoni, zappe, coltelli e ira partono all’assalto.
Il sole del mattino successivo illumina la scena: là dove c’era la prigione c’è un cumulo di macerie e cadaveri.

Written by Ezio

28 maggio 2010 at 14:38

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Col pieno di Rhum

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Con i quaranta fucili e le settemila cartucce recuperate in un nascondiglio dei marines, grazie alle puttane di Puerto Cabezas, Sandino con il suo esercito di derelitti comincia la guerra contro gli invasori. Loro sono pochi, sono poche le armi e sono pochi i proiettili. Strada facendo raccolgono frutti. Nell’anno in cui inizia la guerra civile in Spagna gli aerei nordamericani sono fragili come vetro sottile e possono essere abbattuti pure coi fucili, e grazie ad un abbattimento avvenuto a fucilate Sandino e i suoi recuperano una mitragliatrice Browning e tante, ma proprio tante cartucce.
Tranquilino è il cuoco dell’esercito di liberazione, sa pure cantare e suonare ed è un ottimo artigliere. Ha un solo dente e le mani nodose e porta sempre un’orchidea legata al cappello; ed è l’unico a cui Sandino non riesce ad impedire di bere perché  sa che lui consuma il Rhum come una macchina consuma la benzina. Senza si ferma: non cucina, non spara, non canta, non suona. Ci prova, sì, ma tutto gli viene male: fa schifo lo stufato e le pallottole vanno zigzagando e cadono dopo pochi metri, stona maledettamente e con la voce e con la chitarra. Si distrae, si assenta, accusa una sorta di torpore.
È anche grazie a questo strano personaggio – che prende possesso della Browning perché nessun altro sa farla suonare e cantare come lui – e alla sua riserva personale di Rhum se nel paese destinato a produrre per l’estero, a prezzi irrisori, banane caffè e canna da zucchero, di tanto in tanto appare una fugace bandiera rossonera piantata e poi lasciata marcire, là, sui campi di battaglia.

Written by Ezio

25 maggio 2010 at 17:02

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Aggregati

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Padre Thomas Gage è furbo come una volpe, lui sa che i caimani sanno correre solo in linea retta e sa che per sfuggirgli bisogna correre zigzagando, così da confonderli. E così, zigzagando, fugge. Fugge pure dai giaguari – che sanno correre in linea retta e a zig-zag – buttandosi in acqua, dove i caimani non non hanno bisogno di correre.
Il caimano non divide, costringe ora correre ora a tuffarsi. Unisce. Aggrega.
Quando Gage fu preso prigioniero da un pirata nato in Olanda ma non olandese ed ex corsaro della regina inglese provò a salvarsi confessando che stava con gli olandesi e con gli inglesi, con gli spagnoli e con i francesi.
E per sua fortuna non c’era un nemico comune come accade oggi con Berlusconi, tanto pericoloso da costringere tutti a bollire dentro il calderone dell’unità.
È veramente bizzarro: si sta contemporaneamente con Ernesto Guevara e con Marco Travaglio, con Buenaventura Durruti e con Michele Santoro, con il cicap e con i complottisti, con Stefano Cucchi e con Antonio Di Pietro, con Umberto Bossi e con Giuseppe Garibaldi, con Beppe Grillo e con il Partito Democratico, con i cattolici e con le donne, con i partiti e con gli anarchici, con i carcerati e con i carcerieri, con il trattato di Lisbona e con la costituzione italiana, con lo Stato e con la BCE.
In effetti si era ben meno uniti sull’isola utopia – raccontata o inventata da un marinaio delle navi di Vespucci, conosciuto o inventato da Tommaso Moro – dove non c’era capitalismo in grado di partorire personaggi effimeri e duraturi quanto una particella emersa dal nulla nel falso vuoto.

Written by Ezio

24 maggio 2010 at 17:20

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I cani

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Annibale non attraversò le Alpi con gli elefanti? E i cavalieri? I cavalieri non assaltavano in groppa ai loro cavalli? Sì, certo, ma vuoi mettere i cani…
I cani sono cani, mica sono cubani o italiani o tedeschi o israeliani. Però… i cani cubani, ad esempio, avevano un prestigio e un onore che altri cani se lo potevano scordare. Senza i cani cubani i francesi non avrebbero mai stanato i fuggiaschi cattivi cattivi sui monti haitiani, e poiché non ne servono molti… ne bastarono veramente pochi, in effetti, per sconfiggere la bellezza di tre reggimenti spagnoli che avevano avuto l’ardire di approdare sulle coste nicaraguensi.
D’altra parte i cani ben addestrati del colonnello Quarrell hanno imposto la sicurezza sull’isola cubana e messo al sicuro anche la tranquillità degli abitanti.
Da docili compagni di viaggio a strumenti di guerra.
Poco dopo, nello stesso anno, nella baia di Montego sbarcano una quarantina di cacciatori di schiavi e ognuno di loro tiene alla catena tre animali trasformati in belve: in un attimo si sbarrano porte e finestre e le strade diventano deserte. Se ne vanno a spasso nella notte, in fila indiana, in un luogo ormai deserto, aiutati dalla fioca luce delle torce, mentre le bestie con la bava alla bocca tendono le catene chiedendo così di dar inizio alla caccia.

E poi ancora cani, altri cani, altri ancora, in un tempo misurabile da allora in duecentoquindici anni. Perché la storia dei cani  a due e a quattro zampe è lunga e arriva fino al tempo che stiamo vivendo.

Written by Ezio

19 maggio 2010 at 11:51

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Confini

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L’isola è grande, tanto grande da poter essere spartita misurandola a braccia e tanto grande da poter essere misurata a braccia; e vuota, come lo spazio interstellare. Pedro è finito qui parecchio tempo fa, unico sopravvissuto di uno tra i tanti naufragi, ed ha imparato a mangiare uova di tartaruga e di pellicano, a bere raccogliendo acqua piovana nei gusci vuoti delle tartarughe e, con alcuni di questi, si è costruito una sorta di capanna per difendersi dall’umidità e dal cocente calore del sole. I raggi infuocati e il sale gli hanno bruciato e seccato la pelle fino a renderla tanto rugosa da farlo apparire molto più vecchio, e ora guarda fisso dalla scogliera verso un punto dell’isola. Non è completamente nudo, indossa un coltello d’osso.
Scende e comincia a camminare sulla sabbia rovente fino ad una linea invisibile che lui solo vede e che è una frontiera. Piscia, non attraversa la linea ma dirige il getto oltre essa. Non vede nessuno ma sa che di là c’è qualcuno che lo sta guardando, qualcuno che non mancherà di saltare fuori con un balzo perché il suo atto è più di una provocazione.
Aspetta. Dove cazzo sarà andato a finire? Non c’è modo di nascondersi su un’isola il cui territorio somiglia al terreno lunare imbiancato con della calce.
Tempo prima, a cavalcioni di un pezzo di relitto, cavalcando una marea schiumosa e agitata, era comparso l’altro, pure lui nudo e sfinito. Pedro gli ha ridato il respiro facendogli sputare fuori l’acqua dai polmoni e poi gli ha dato da mangiare e da bere. Gli ha insegnato come non morire su un’isola priva di tutto e in grado di offrire solo la morte, dove le rocce crescono al posto degli alberi e il calore vaporizza l’acqua e gli unici animali risultano essere qualche gamberetto e tartarughe che capitano lì di tanto in tanto. Bisogna essere pronti a sgozzarle col coltello d’osso per berne il sangue, bisogna imparare in fretta a tagliarne le carni con gusci d’ostrica per poi salarle in un luogo dove il sale non manca per farle essiccare al sole.
La guerra cominciò per l’acqua. Uno dei due accusò l’altro di bere di notte, di nascosto dell’altro. L’altro rispose che almeno non beveva ingozzandosi come un animale. E volarono parole e poi cazzotti… e quando dell’acqua non ci fu traccia furono costretti a bere ognuno il proprio piscio e a disputarsi ancora a cazzotti il sangue di una piccola tartaruga. Poi, sfiniti, si distesero aspettando la morte vomitandosi parole con l’ultima bava rimasta, ma arrivò a salvarli un temporale.
La guerra proseguì con le case: “Cazzo, la tua è costruita con venti gusci e la mia con sette!”
“Figlio di puttana, se non ti piace l’isola e come ci si vive puoi sempre andartene in culo al mare!” Gli rispose l’altro indicando la curva dell’orizzonte.
La concertazione, dopo un’altra scazzottata, portò i due a posizionare gusci di tartaruga qua e là, sparsi, e ognuno si teneva la propria acqua e dormiva nella propria casa.
Poi cominciarono ad accusarsi del fuoco che era veramente difficile da accendere, con delle pietre, usando alghe secche. Il fuoco sempre acceso, alimentato anche con i pochi pezzi di legno portati dal mare e con lische di pesce, serviva a tenere alta la speranza di essere avvistati da qualche nave di passaggio.
“Figlio di una gran puttana, hai lasciato spegnere il fuoco! Se pensi che quest’isola sia solo tua occupatene da solo, cornuto che non sei altro!”
Così decisero di accendere due fuochi, e ognuno badava al proprio.
Dopo poco tempo iniziarono a litigare per il coltello, Pedro chiedeva in cambio dell’uso un pagamento in gamberi o acqua.
Quando finirono di riempirsi di botte passarono a prendersi a sassate finché non decisero che sarebbe stato meglio dividere l’isola in due territori distinti. Ognuno giurò di non oltrepassare il proprio confine e per stabilire quale parte toccasse lanciarono in alto un osso di pesce.

Pedro sta ancora aspettando dopo aver pisciato oltre il confine, unisce le dita e se le porta sulla fronte per fare ombra agli occhi, per scrutare lontano in quel  piccolo deserto di roccia bianca e sabbia. Non vede l’altro ma ne percepisce, come un animale,  il puzzo nell’aria.
“Bastardo, lo so che sei lì e mi stai guardando. Lurido schifoso. Ingrato. Figlio di troia. Che cazzo aspetti ad uscire!”
Allora rompe il proprio giuramento e oltrepassa il confine. Corre, si insinua, ansima, grida con tutte la voce che gli esce dalla gola. Oltre. Gira l’isola in largo e in lungo fino a sfiancarsi, fino a tramortirsi.
È sfinito, è sfinito e nudo, è nudo e solo, è solo e disperato. Disperatamente continua  a correre in un’isola senza nessuno

Isola Serrana 1531

Written by Ezio

18 maggio 2010 at 19:54

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Sentieri

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Si racconta di lui che fosse un brigante, un ladro, un assassino; niente di meno ma forse qualcosa di più. Per un tempo lungo quasi quanto un terzo della sua vita ha assassinato e rapinato e nessuno è mai riuscito a mettergli le manette ai polsi, per cui s’è guadagnato sul campo i titoli per l’esercizio del comando su un gran numero di persone che strizzavano l’occhio alla rivoluzione. José Artigas: il capo, la colla, il più temuto.
L’esercito rivoluzionario? Un branco di selvaggi prima timorosi e sottomessi e poi rivoltosi insieme a lui, alle sue spalle, perché Artigas, bianco di nascita, era più selvaggio dei selvaggi e più crudele del suo nemico più crudele. Dicono che fosse un incivile perché odiava le città e si riteneva estraneo ad ogni tradizione umana di libero governo e dicono che, considerati i fatti e gli atti commessi, si percepisse nei suoi paraggi la ribellione della ragione e dell’umano istinto, così da arrivare a riconoscergli un pensiero politico di fatto inesistente.

Sì, le città le ha sempre odiate e le odia ancora.

Un vecchio se ne va a spasso sul territorio del Paraguay, è venuto da lontano portando con sé nient’altro che un piccolo carretto di erbe curative, le sue ossa stanche e un bastone al quale appoggiarsi. Qui è riuscito a costruirsi un nido, una carrozza che gli fa da casa e un piccolo orto dal quale ricava il sostentamento per vivere. Ad accompagnarlo un altro vecchio, un giullare di colore compagno di tante battaglie e compagno nel lavoro della terra e nell’accoglienza di pensieri buoni e cattivi nonché della luce e del calore di ogni dì al sorgere del sole.
Ai pochi visitatori di passaggio che arrivano lì dall’Uruguay offre poche parole e tanto rispetto, inoltre offre mate e divide con loro i pochi frutti del suo orto.

“Dite che il mio nome si pronuncia ancora da quelle parti?”

Ha passato gli ottanta di cui una trentina sono di esilio e di tornare non ne ha proprio voglia. Le sue idee sono state definitivamente sconfitte come sconfitta è stata la sua gente, coloro che ha amato e da cui è stato amato, per cui ha combattuto e con cui ha combattuto. José è ora niente di più che un povero vecchio sfinito dalla vita ma conosce bene il peso del mondo e il peso della memoria, per questo alle parole preferisce il silenzio, perché conosce bene le erbe curative e sa che non ne esiste una in grado di guarire le ferite e le piaghe che porta dentro l’anima.

Written by Ezio

11 maggio 2010 at 18:22

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Resistere?

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Un pensiero di Benasayag e Sztulwark.

“Resistere significa affermare che, diversamente da quanto si era potuto pensare, la libertà non sarà mai un punto d’arrivo. La speranza ci condanna, paradossalmente, alla tristezza. La libertà e la giustizia non esistono che qui e ora, nei mezzi e con i mezzi che le costruiscono. Non esiste un padrone buono né un’utopia realizzata. Utopia è il nome politico dell’essenza stessa della vita, cioè il suo costante divenire. È per questo che l’obiettivo della resistenza non sarà mai il potere. Il potere e i potenti sono, d’altra parte, condannati a non discostarsi troppo da ciò che desidera il popolo. Perciò credere che il potere decida sulla realtà delle nostre esistenze è sempre in rapporto con un’attitudine da schiavo. L’uomo triste, come dicevamo, ha bisogno del tiranno. Non basta chiedere agli uomini che occupano il potere di promulgare questa o quella legge disgiunta dalle pratiche della base sociale. Non possiamo chiedere, per esempio, a un governo di fare leggi che diano agli stranieri gli stessi diritti che hanno gli altri se in seno alla base sociale non costruiamo una solidarietà che vada in questo senso. La legge e il potere, se sono democratici, devono rispecchiare la vita reale della società. Pertanto il nostro problema non è tanto quello di un potere corrotto e arbitrario. Il nostro problema, la sfida che abbiamo davanti, è la società rispecchiata da questo potere; in altri termini, il nostro compito di uomini e di donne liberi è di far sì che esistano i legami di solidarietà e di libertà e di amicizia che impediscano davvero che il potere sia reazionario. Non c’è libertà se non nelle pratiche di liberazione.”

Written by Ezio

7 maggio 2010 at 15:07

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Il mondo alla rovescia

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Charlotte sogna ad occhi aperti e ad occhi chiusi e ha l’ardire di raccontare a voce e per iscritto il suoi sogni, che agli occhi degli altri appaiono incubi. È una camminatrice instancabile e instancabilmente cammina sul suolo degli Stati Uniti, da ovest ad est e poi da sud a nord. E cammina scrivendo, e cammina raccontando. I giornali non gli sono amici, gli uomini non gli sono amici, i fantasmi con cui deve far conto sono dentro di lei e da dentro la asciugano e la consumano.

Cosa accadrebbe se una mattina si svegliasse trasformata in uomo?
Cosa accadrebbe se la società più piccola, la famiglia, la smettesse di insegnare al figlio maschio il miglior modo di comandare e alla figlia femmina il miglior modo di obbedire?
Cosa accadrebbe se i predicatori della politica e della religione dicessero la verità?
Cosa accadrebbe alla mascolinità del marito se mai dovesse collaborare alle faccende domestiche?
Cosa accadrebbe se la semplicità diventasse rispettabilità?
E se la logica camminasse fianco a fianco alla trepidazione?
E se nessun oggetto fosse proprietà di un uomo?
E se nessuna donna fosse proprietà di un uomo?
E se nessun uomo fosse proprietà di un altro uomo?

Charlotte Gilman sta diventando un vero e proprio incubo per il mondo di inizio ‘900: cade tante volte e tante volte si rialza con le proprie forze, solo per continuare a camminare e raccontare il sogno di un mondo alla rovescia.

Written by Ezio

6 maggio 2010 at 17:56

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Copy&paste

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Di Carlo Bertani

http://carlobertani.blogspot.com/2010/05/da-gipsi-piigs.html

Da GIPSI a PIIGS

Solo un breve spostamento di lettere, un anagramma. Tanto basta al gran calderone mediatico/bancario per mandare all’inferno 200 milioni di persone che vivevano normalmente, prima che qualcuno – forse dopo qualche bicchierino di più – s’immaginasse un bel continente tutto uguale, da colorare con la stessa matita, così i bambini delle elementari non sbordavano più i confini e le maestre era contente.
200 milioni di persone che abitavano ed abitano le nazioni fra le più antiche della Terra, quelle che hanno creato addirittura le parole, il verbo, i termini che oggi servono per condannarli.

Sapete cosa significano οìκος (oikos) e νόμος (nomos), signori della city di Londra?
Stanno a significare il “governo della casa”, quel concetto in sé semplice che significava – per ampliamento alla città, poi allo Stato – “economia”, ossia come ripartire le ricchezze, ove convogliarle, risparmiarle, impiegarle per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni. Per farle vivere meglio, non peggio.
Già, le “popolazioni”. Ve n’è mai importato qualcosa?

Ve ne siete fregati, ve ne siete sbattuti allegramente mentre correvate dietro ai vostri penosi sogni di gloria, ai vostri arzigogoli istituzionali che avrebbero condotto un continente, nato quasi tremila anni fa con enormi differenze climatiche, culturali, linguistiche, religiose…all’uniformità generata da…una moneta!
Un pezzo di metallo o di carta che travalica monti e mari, un nuovo Dio da adorare, al quale tutto sacrificare: famiglie, terre, case, vite, figli, sogni, tempo, vita ma…vi rendete conto, almeno, della vostra follia?
I grandi filosofi greci v’avrebbero riso in faccia e v’avrebbero confinati in una commedia – ma di quelle per il popolino – di qualche autore minore, di quelli che non sono nemmeno giunti a noi. Chi? Aristofane? Ma per favore…

A voi è bastato creare un acronimo…e che ci vuole? Anche noi possiamo crearli…non ci credete?
Con Gran Bretagna, USA, Australia, Singapore, Taiwan ed Israele possiamo creare i GUASTI. Con Malta, Albania, Lettonia ed Estonia il MALE. Con Polonia, Arabia Saudita, Colombia, Canada ed Olanda il PACCO. Ci volete sfidare? La fantasia non ci manca.

Solo degli stolti potevano immaginare che bastasse una moneta per dichiarare “fatto” un continente: ho provato con il vostro metodo ad affermare “quest’orto, avrà una sola zappa” e poi mi sono fermato. Solo erbacce. Credetemi: non funziona.

Una vera costruzione europea doveva partire dalla politica, non dall’economia: bisognava armonizzare il continente rispettando tutte le sue componenti. Difficile, eh?
Certo che lo è ma, un passo alla volta, forse qualcosa di buono sarebbe nato.
Invece, ai grandi appuntamenti politici internazionali – vogliamo ricordare le guerre in Oriente, la questione palestinese e tutta la politica internazionale – si è sempre andati “tutti insieme, in ordine sparso”. Oh, non sono parole mie: di Solana, quello che doveva essere il Ministro degli Esteri europeo. Segno che il fallimento era già in atto.

Di fallimento in fallimento – bocciate le varie costituzioni, dichiarate “vomitevoli” dove hanno avuto il coraggio di proporle – vi siete dovuti inventare un sordido trattato. Lo avete fatto a Lisbona, il più lontano possibile, poi l’avete scritto in modo incomprensibile, lo applicate soltanto per i passi che sono favorevoli alle caste economiche mentre, per una giustizia equa in tutto il continente, dovremo aspettare le calende greche. Eh, ‘sti greci, sempre a mezzo a rompere le scatole…

Adesso, aspettiamo la certificazione del vostro fallimento: speriamo che v’accontentiate di portare i “libri in tribunale”, senza tristi ed inutili epiloghi. Non scocciateci oltre.
Non continuate su questa strada – rendetevene conto – perché sarà del tutto inutile chiedere il sangue ai greci, poi agli spagnoli, agli italiani…non funzionerà. Perché?
Poiché il sistema di riferimento che ci proponete – l’economia “fulgida e moderna”, quella del terzo millennio – è già fallita nella culla: chi ha creato la bella pensata di trasformare l’economia in un piatto di poker? Chi ha inventato la parola subprime? Chi ha giocato sulla pelle della povera gente, vendendo e rivendendo come al Monopoli certificati di credito fasulli?
Ci spiace: il poker non è roba nostra, al massimo lo scopone, che ha moltissime varianti nell’area mediterranea. Al più, ci giochiamo un caffé o un bianco: l’abitudine di giocarsi la casa l’avete portata voi, e i più grulli ci sono cascati.

Ma, a sentire lontane campane, non sembra che dalle vostre parti le cose stiano andando tanto bene: addirittura, pare che il “banco” – ossia gli USA, il gran capo dei GUASTI – stia andando in bancarotta. Perché, allora, prendersela con i poveri greci?
Quando ci fu da “soccorrere” il grande baro di Washington – “Piano Paulson”, ricordate? – la BCE tirò fuori una sequela di miliardi da far paura per salvare le banche…ma…chi aveva creato il “buco”? Un pescatore greco? Un operaio italiano? Un contadino portoghese? Qui, mi sa che i maiali sono altri, e forse avremmo anche qualcosa da insegnarvi.
Forse, dovremmo tornare indietro e riconsiderare le nostre scale di valori: ad iniziare dal denaro e dalla ripartizione della ricchezza. Tornare a parlare di cose “comuni” e non “private”, l’aggettivo che è diventato il vostro credo e che ci sta conducendo alla rovina.

Il governatore della Louisiana, Bobby Jindal, ha dichiarato: “La macchia nera di petrolio non solo minaccia le nostre zone paludose e la nostra industria ittica, ma anche il nostro stile di vita”.
Ebbene, cari signori della BCE, del FMI e del chicazzonesò di qualche altro consesso d’autorevoli “esperti”, “economisti”, “analisti” eccetera eccetera…la nostra marea nera siete voi, con le vostre richieste usurarie, con quei trucchi da bari mediante i quali ci avete turlupinati. Andateci voi, all’inferno, invece di “rovinare il nostro stile di vita”: globalizzatevi l’asso di bastoni, ma dove dico io.

Perciò, vi rimbalziamo con gran gioia lo schifoso epiteto che ci avete incollato addosso – perché le regole truffaldine del gioco sono le vostre, non le nostre – e preferiamo il più gentile GIPSI.
Se non altro, ci ricorda visi gentili ed abiti colorati, calderai e piccole maghe che leggevano la mano: gente che ha percorso la nostra Europa per secoli inseguendo dei sogni.
Per noi, scusateci, sono cose che hanno ancora valore: come raccontava De André in Khorakhamè, certe frasi non sono da tutti – meno che mai dei maghi di Wall Street – e preferiamo ascoltare “chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”.

Andate cordialmente all’inferno, nessuno si volterà per salutarvi.

Written by Ezio

5 maggio 2010 at 17:40

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Tra i fiumi di Santo Domingo

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Basta una foto, a volte, per riportare in superficie una storia rimasta sepolta per troppo tempo sotto uno strato di neuroni.
Nico è (per me) più di un amico, e guardando insieme delle foto si è lasciato sfuggire la parola “sirena” riferendosi ad una persona e ad un laghetto sullo sfondo. Già, la mitica donna-pesce in grado di incantare Ulisse e di ammaliarlo col suo canto melodioso…
C’è una piccola storia che ricorda a suo modo la vicenda della Marinella di De André, diventata leggenda con il passare degli anni, che (sempre a suo modo) racconta come la chiesa non si sia limitata ad ammazzare solo con la spada e come non si limiti ad ammazzare migliaia di persone proibendo l’uso del profilattico nei paesi dove del cristianesimo se ne sbattono e dove le malattie a trasmissione sessuale fanno giustappunto una strage tra adulti e bambini non battezzati; racconta come soprattutto la chiesa uccida ciò che per vocazione e più della vita biologica è portata a salvare: l’anima.

Maria era nata diciassette anni prima, aveva gli occhi scuri ma più splendenti del sole a mezzogiorno e la pelle scura ma più splendente della luna piena. Era magra ma rotonda di rotondità e bella quanto la bellezza. Era orfana di padre e con una madre che aveva le ginocchia ferite per il tanto pregare, così tanto pia da aver destinato la figlia ad una vita di convento, perché il peccato sta sempre nelle parole e nelle azioni degli altri.
Maria, però, era nata con il fuoco della ribellione dentro di sé, e bruciava di libertà.
Supplicava Dio ogni giorno, sua madre, affinché un miracolo rendesse la figlia buona e ubbidiente, e al contempo chiedeva perdono per le sue insolenze: sfacciata, irrequieta, ribelle, ammalata di libertà  e sempre complice delle occhiate degli uomini.
Una sera di venerdì santo la vide scendere al fiume. Cercò di trattenerla, di dissuaderla, ma non ci riuscì.

“Così crocifiggi di nuovo Nostro Signore!” Le urlò mentre la ragazza usciva.

Una leggenda di quegli anni – poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale – racconta che l’ira del Divino puniva gli amanti che facevano l’amore nel giorno di venerdì santo lasciandoli “attaccati” per tutta la vita e anche oltre, fin dentro il labirinto scuro e infuocato, per tutta l’eternità.

Maria non aveva nessun amante ma commise comunque un peccato imperdonabile: si spogliò nuda e si lasciò calare nell’acqua del fiume. L’acqua le massaggiava la pelle, si insinuava fin dentro le anse più nascoste e proibite inondando il suo corpo di piacere, fino a farla rabbrividire.
Quando provò ad uscire dal fiume non ci volle riuscire, non c’era la volontà di aggrapparsi alle radici sulle sponde. Allora provò a separare le gambe ma non ci volle riuscire, le lasciò unirsi e riempire di squame; poi, in fondo, al posto dei piedi, vide una grossa pinna…
Nessuno, neppure sua madre, gli perdonò la sua sfacciataggine e la sua insolenza; e nessuno provò mai a cercarla.
Ancora oggi, nelle acque dei fiumi di Santo Domingo, di tanto in tanto sembra apparire una fata mezza donna e mezza pesce, e qualche abitante giura di averla vista, giura che sia proprio Maria la O.

Written by Ezio

4 maggio 2010 at 15:43

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