Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for aprile 2010

Quando la morte non basta

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Non basta la morte biologica ad uccidere un uomo. Affinché un uomo muoia, ma muoia veramente… In mezzo al terremoto del colpo di stato avvenuto dodici giorni prima i militari entrano nella sua casa e la fanno a pezzi, pezzo dopo pezzo; e poi fanno a pezzi i pezzi rimasti perché la memoria cada nell’oblio. Sembra che ad ucciderlo sia stato un cancro, ma più probabilmente è morto di pena, di disperazione; e lì, nella sua casa già distrutta, sono entrati i militari. Era un uomo di lunga sopravvivenza per cui si dovevano assassinare anche le sue cose. Riducono in frantumi, a colpi d’ascia e di mazza, il suo letto e il suo specchio e poi il tavolo e le sedie e le lampade. Rompono le bottiglie e strappano le piante dai vasi prima di romperli e poi il pendolo; poi, per il colpo finale, infilano una baionetta sul ritratto di sua moglie.

Della casa non resta nulla, di lui una bara che parte per il cimitero seguita da pochi intimi amici che osano così sfidare il potere.

“È stato veramente bello vivere quando vivevi.”
Così le ha sussurrato Matilde Urrutia ora alla testa dei pochi che seguono il funerale. Isolato dopo isolato, incrocio dopo incrocio, via dopo via, ai pochi intimi si aggiungono altre persone, sempre di più: camminano silenziose tra il rumore dei camion militari e dei blindati con le mitragliatrici spianate. Camminano con gli occhi bassi, in silenzio, perché hanno paura, perché anche tacere, in quelle condizioni, può voler dire morire. Ma non si fermano.
Ben prima del cimitero i pochi intimi sono diventati corteo, e poi processione e poi manifestazione di popolo e qualcuno, tra loro, osa anche singhiozzare l’Internazionale.
Accompagnano Pablo Neruda, il poeta, il loro poeta, che non può vederli.

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Written by Ezio

15 aprile 2010 at 18:17

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Uno studente di ventidue anni

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È il nove aprile del quarantotto e tal Gaitàn aspetta: ha un appuntamento. L’appuntamento è con uno studente di ventidue anni, latinoamericano: uno dei tanti che si danno convegno a Bogotà per parlarsi, conoscersi, stupirsi, darsi. Soprattutto per manifestare l’opposizione al generale Marschall. Poco dopo “il tocco” lo studente esce dall’albergo scende sulla strada e si avvia, con largo anticipo, all’appuntamento in quella sorta di ufficio, ma viene soffocato da un terremoto umano di umanità: una slavina di corpi lo sommerge fino a togliergli il fiato.
Poveri.
Poveri cristi affamati e offesi, tanti, ancor di più, scesi dalle montagne e schizzati fuori da poveri acri di terra, insieme alle radici e ai pochi sali minerali che non bastano a nutrirle, avanzano tumultuosamente e calpestano e distruggono: sono un uragano umano travolto dalla rabbia, tanta, che travolge e schiaccia; e dalla sofferenza. E spaccano e rompono e rovesciano e distruggono e tutto, dietro di loro, diventa altro da ciò che era.

“È morto, è morto, gli hanno sparato!” Gridano.

Gli hanno sparato lungo la strada, tre colpi tre, andati tutti a segno.
Aveva un orologio al poso, Galtàn, e si è fermato alle tredici e cinque insieme al suo cuore.

Lo studente guarda, un po’ sorpreso un po’ terrorizzato un po’ impaurito, il tumulto, poi si infila in testa un cappello senza visiera e si lascia trasportare dalla ferocia del popolo e dal vento della rivolta. Lui, un giovane ventiduenne cubano di nome Fidel e di cognome Castro, in quel momento decide quale sarà il suo futuro.

Written by Ezio

14 aprile 2010 at 22:31

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Un’altra Jane

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Sembra che sia stata un uomo, sembra che dormisse con le colt sotto il cuscino, coi cani alzati e con anche le mani sotto il cuscino. Sembra che avesse una voce più roca e più dura di un uomo quando bestemmiava e che gli uomini tremassero davanti a lei, quando seduti al tavolo del poker o davanti a due bicchiere di whiskey. Dicono anche che a pugni ne avesse stesi tanti, mandibole e nasi rotti; e che avesse combattuto con Custer, a fianco di Custer, nella battaglia del Wyoming. Dicono e aggiungono  che troppo alto fosse il numero degli indiani uccisi per pronunciarne il numero. Si racconta anche che fu là, sulle montagne nere, a proteggere i cercatori d’oro. Qualcuno racconta ancora di lei senza nominarla e dice che gli hanno detto che piegò il collo di un toro prendendolo per le corna, che fece impazzire uno sceriffo tenendoselo prigioniero nel suo letto per troppo tempo, che il suo cavallo si piegasse sulle ginocchia per farla salire in sella quando troppo stanca. Altri, ancora, raccontano che hanno sentito dire che lei non mise mai la gonna e che i pantaloni se li togliesse spesso nelle camere pidocchiose e sudice dei saloon, dove nessun’altra donna riusciva ad essere sfacciata e puttana quanto lei.

È una leggenda, si dice che si è sentito dire che di fatto non sia mai esistita.

Si sta svolgendo uno spericolato show, questa sera, nel selvaggio West. Un uomo e una donna – un vecchio cacciatore di bufali passato anche dalle parti di Roma, assai famoso, e una donna non più giovane – si stanno prendendo gioco del pubblico coi loro trucchi: lo avvolgono, lo meravigliano, lo stupiscono, lo ingannano, lo fanno ridere e applaudire. Stenterebbe a riconoscersi in quelle leggende, Calamity Jane, senza il calore e gli applausi di quel pubblico. Una donna di quarantaquattro anni grassoccia e sgraziata guarda  proprio quel pubblico  dritto negli occhi e poi lancia in aria un cappello, e gli fa sei buchi con sei colpi di pistola prima di farlo cadere a terra.

Written by Ezio

13 aprile 2010 at 17:12

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Louis

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New Orleans: il buco, la fogna, i bassifondi ancor più in fondo del più profondo buco di culo dell’America. Lì nacque e lì, il destino, gli portò in sorte la morte. Lì, dentro le bare, le salme portavano tutte una ciotola sul petto affinché parenti conoscenti e vicini posassero una moneta per pagare il funerale.
Anche a lei sarebbe toccato, ma lei muore adesso.

Suo figlio Louis era partito qualche anno prima per Chicago ed era vissuto mangiando avanzi schifosi e jazz, portandosi dietro solo uno zaino scucito con dentro un sandwich di pesce e una tromba acquistata coi soldi guadagnati sudando di sudore puzzolente; e così le regala un funerale da bianca, un funerale dove Dio la accoglie biancha e milionaria.

È passato del tempo e il negro magro e povero è diventato grasso e ricco: grasso perché mangia per vendicarsi e ricco perché la sua musica fluisce dai polmoni alla tromba; e se ora tornasse indietro, fin dentro i bassifondi dov’era nato, probabilmente gli sarebbe permesso di frequentare i luoghi ancora proibiti ai negri e di passeggiare per le strade senza essere espulso e di frequentare luoghi inaccessibili ai poveri. In più, forse, sarebbe considerato un uomo, perché i soldi possiedono anche il potere di sbiancare la pelle.

Luis (Louie) Armstrong è il re del jazz, la sua tromba sussurra e geme, dona piacere e prende l’anima. Urla, ride, celebra, magnifica, si offre al mercato; e mercanteggiando si arricchisce e regala a sua madre il funerale di lusso che lei aveva sognato ad occhi aperti e ad occhi chiusi: bianca, accolta da un Dio bianco con la barba bianca lungo un viale bianco davanti a un portone bianco.

Written by Ezio

12 aprile 2010 at 22:17

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Viva i combattenti maschi

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Il fiume Tapaiòs brulica di carne e canoe, qualcuna va all’assalto e qualche altra fugge. Poco prima erano apparsi due brigantini colmi di balestre con l’aggiunta di qualche archibugio e ora, le canoe, cominciano ad affondare una ad una, squarciate e bucate: troppa la differenza di armamento.
Claudia, la strega, appare all’improvviso portando con sé il sortilegio.
Altre canoe, tante, troppe, appaiono sulla riva del fiume con dentro le femmine guerriere: belle, nude, scandalose, immorali, feroci, sanguinarie, affamate di carne di guerra e di trofei. Le canoe coprono il fiume alla vista e i brigantini tentano la fuga, anche controcorrente, trafitti da migliaia di frecce tanto da sembrare istrici. Le donne combattono e ridono al contempo, graziose e sciolte, lascive e oscene.
Carnali. Carnivore. Crudeli.
I pochi uomini rimasti vivi sui brigantini sapevano di loro perché di loro avevano sentito narrare, come fossero leggenda. Avevano sentito storie su queste signore del sud, su questo villaggio di donne senza uomini tra loro. Non ci avevano creduto fino al momento della loro apparizione, ora sono obbligati a crederci.

Dicono che le amazzoni affogassero i figli nati maschi, e che nel momento della necessità facessero la guerra ai villaggi vicini dove catturavano uomini da portare al villaggio. Li tenevano con loro una sola notte e poi li restituivano. Dicono anche che così facendo catturassero giovani e restituissero vecchi…

I pochi scampati alla battaglia sul fiume arrivano finalmente in mare aperto, ancora a bordo dei brigantini che avevano costruito col legno degli alberi della foresta e coi chiodi ricavati dai ferri dei cavalli morti e mangiati per non crepare di fame, appesantiti dalle frecce e colmi di cadaveri
Si lasciano, stanchi e privi di tutto, alla deriva, riposando e pregando Dio.
Pregano ad alta voce il Dio Cristiano che, per quanto numerosi possano essere i futuri nemici, siano almeno maschi.

Written by Ezio

9 aprile 2010 at 21:01

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Nel momento della flagellazione

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Quando si parla di terra occupata la prima cosa che viene in mente è chi l’abbia occupata o da cosa sia occupata; poi, dire occupata, vuol dire giocoforza umiliata e l’umiliazione ha radici più ampie dell’occupazione.
Chi occupa è abitualmente lo stato mentre ad umiliare ci pensano i governi e la religione. Così, anche nella morte, ciò che si era in vita cambia forma e sostanza, e di sé non resta altro che altro ancora da quello che si era.

Rubén Darìo è morto nel 1916 e ad ammazzarlo pare sia stato un medico frettoloso nelle cure; a saccheggiare e tormentare il corpo si occupano i truccatori i sarti e i parrucchieri e non manca, per un poeta del suo calibro, il tocco finale dell’imbalsamatore.
L’aria puzza (non odora) di incenso e mirra e odora (non puzza) di tutti i profumi e i colori di febbraio nel momento dei funerali sontuosi, a Leòn, che lo stato del Nicaragua paga di tasca propria. Le donne si ricoprono il corpo di piume e gigli e vanno spargendo fiori lungo le strade: le chiamano le Canefore e sono tutte vergini e la strada la ricoprono tutta, fin dentro la camera ardente.
Durante il giorno il corpo di Rubén è vestito con una tunica bianca e il capo è cinto da una corona d’alloro, e gli ammiratori portano tutti un cero acceso in una mano e un rosario nell’altra. Di notte gli tolgono la tunica bianca e lo vestono con un abito da cerimonia, nero, guarnito con guanti di seta. Dal tramonto all’alba, dall’alba al tramonto. Per un’intera settimana la salma e la memoria di Rubén Darìo vengono devastate da canti solenni di pessimo gusto, da recital men che umani e da discorsi solenni e preghiere sottovoce.

Il governo collabora non solo coi funerali ma anche col ministro della guerra: saluta Darìo, il poeta che amava la pace e scriveva di pace, facendo sparare i cannoni.
La chiesa presenzia coi vescovi che alzano la croce e fanno suonare i campanelli, e così saluta Darìo nel momento della sepoltura.
L’uomo, il poeta, che credeva nella laicità e nel divorzio, che mal digeriva il potere morale e l’ipocrisia statalista, viene trasformato in un principe cattolico mentre cala nella fossa, il momento culminante della flagellazione.

Written by Ezio

8 aprile 2010 at 18:24

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La chiesa scende in campo

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Written by Ezio

8 aprile 2010 at 18:11

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La funzione dell’esercito durante un processo democratico

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Un popolo contribuisce con con più d’un milione di morti alla riuscita di una guerra civile affinché alla fine di questa i generali e i loro cani da guardia si impossessino delle migliori risorse del paese. È accaduto. Accade. Accadrà.
Il “Lenin messicano” si divide con i generali della rivoluzione il potere e la gloria. Tutto ciò che può portare alla riconciliazione nazionale viene preso in possesso  e gestito: appalti per le opere pubbliche, terre da dare in concessione, favori dal pubblico al privato. Non c’è altro modo per governare vuol dire che esiste un solo stile di governo; e, come ebbe a dire l’Obregòn d’allora e come da allora avviene, nessuno resiste a una cannonata di soldi. (“Non c’è generale che resista a una cannonata di cinquantamila pesos!”)
Con Villa quel cannone bisognerà caricarlo col piombo, però… Parral è in effetti un ottimo posto, quello dove donne e bambini hanno cacciato a sassate gli invasori governativi e dove Villa si presenta col fazzoletto rosso al collo: è passato del tempo, e al posto del cavallo si presenta con l’auto. “Sì, Parral è proprio un bel posto, anche per morire!” ebbe a dire una volta…

Le cannonate da cinquantamila pesos però non tentano neanche Felipe Carrillo Puerto – uno dei soggetti che Diego Rivera dipingerà sui muri di Città del Messico, in seguito – tanto che viene portato davanti al plotone d’esecuzione in un freddo mattino di gennaio:

“Si vuole confessare?”
“Non sono credente!”
“Vuole un notaio?”
“Sono nullatenente, non possiedo nulla da lasciare!”

Aveva fondato il Partito Socialista Operaio, tempo prima, e parlava durante i comizi in lingua maya nella provincia dello Yucatàn. Aveva formato un governo socialista e aveva governato nonostante le prepotenze e le frodi e i brogli per fargli perdere le elezioni. Aveva mantenuto le promesse elettorali quali la guerra ai latifondisti e la guerra al monopolio imperialista. Contro di lui anche le convulsioni d’ira da parte della chiesa cattolica per la sua politica socialista e laicista .
Si dovette chiamare l’esercito – invocato anche dall’arcivescovo – per porre fine a cotanta scandalosa politica .
Così, davanti al plotone d’esecuzione, si chiuse dopo un paio d’anni il governo degli umiliati, coloro che vivevano nello Yucatàn e che avevano sopportato angherie, furti e omicidi provenienti dall’esterno.
Avevano un buon governo e usavano le armi della ragione, l’esercito non aveva governo ma usò la ragione delle armi.

Written by Ezio

1 aprile 2010 at 15:10

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