Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for novembre 2007

L’altra generazione

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Se si spara a un poliziotto si finisce davanti a un tribunale penale, pare abbia detto Sarkozy ai rivoltosi delle banlieues, poiché aprire il fuoco contro la polizia significa tentato omicidio! (Sempre se si sbaglia mira, ci sarebbe da aggiungere…)

Sarkozy pare essere la stessa persona che vuole dar vita ad una nuova legge contro la pirateria in rete per contrastare il download col p2p e che parla dei giovani – in generale – come di feccia. Nessuna forma di violenza può essere derivata dalla società, bensì questa risulta malata poiché colpita dalla violenza individuale e di gruppo. Non una risposta ad un’offesa – quindi – bensì un’offesa in sé.

 

Al di là di quelle che possono essere le esperienze soggettive mi viene da dire che bisogna essere dei decerebrati se non si capisce che proibire significa solo stimolare la curiosità verso il proibito; che ogni giudizio generazionale risulta essere un’autoreferenza alla propria generazione rispetto all’altra di cui non si sanno condividere né comprendere simboli ed estremi.

Sarkozy sa benissimo che la feccia generazionale è diventata un peso per la (questa) società, poiché il possibile futuro salariato non garantisce lo stesso profitto dell’investimento finanziario, tanto che le fabbriche sembrano camuffarsi in banche.

Poverini, hanno avuto lo sculo d’essere nati (o magari capitati) nella parte giusta e si lamentano pure, distruggendo tutto ciò che quelli nati dalla parte sbagliata accorrerebbero (!?!?) a prendersi. E che dire dei sicari che scrivono le parole spesso inutili di un Sarkozy qualunque mentre offrono operette da quattro soldi sui giornali di regime, dove occultano fatti di cronaca commessi dai propri cittadini e al contempo deformano la realtà di quelli commessi da stranieri. I Sarkozy (francesi, italiani o di qualunque altra parte) lasciano raccontare la vita e la realtà a queste piccole troie di regime, la lasciano scrivere su rotoli di carta igienica acquistabili in edicola o narrare con una voce d’oltretomba dal tubo catodico, mentre i giornalisti che fanno giornalismo cadono sotto i colpi del fuoco amico: in Russia, in Inghilterra, in Iraq, in Afghanistan, in Bosnia, in Somalia, in qualunque altra zona dell’America latina o dell’Africa.

Dire “l’altra generazione” è solo un altro modo per distinguere un tempo che sta scadendo da un tempo che sta iniziando, in un una società che gli è stata cucita addosso, in un mondo che considerano ancora un bel posto e per il quale vale la pena lottare.

 

 

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Written by Ezio

29 novembre 2007 at 23:48

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Barzellette

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“La strada da percorrere per riportare la fratellanza e l’ordine in quelle terre tormentate è ancora lunga.”

“Mi preoccupa molto la recludescenza di attentati terroristici con kamikaze perchè in Afghanistan non erano ancora così presenti.”

“Profonda tristezza: addolorato ma anche orgoglioso.”

“Una tragedia che colpisce, c’è da fare una riflessione strategica sulla presenza della nostra missione. ”

“La spirale di odio non avrà la meglio.”

“Qualcuno ci spieghi cosa ci stiamo a fare in Afghanistan.”

“Fate un mestiere difficile.”

“Un brutale attacco contro l’umanità, l’Islam e la stabilità dell’Afghanistan.”

“L’eroico sacrificio del maresciallo capo (…) caduto in Afghanistan per impedire che il gesto ignobile di un kamikaze provocasse danni ancora più gravi tra la popolazione civile è in questo momento il mio pensiero più forte e doloroso.”

“Assolveva ai suoi doveri nell’ambito della missione Isaf.”

“In questa triste circostanza i sentimenti di riconoscenza del paese, di sentito orgoglio e di sincera partecipazione al grande dolore.”

“Il primo pensiero va a questo giovane che è caduto servendo il proprio Paese. Ci inchiniamo davanti a lui e alla sua famiglia a cui lo Stato deve guardare con grande attenzione, rispetto ed esserle vicino.”

“Aveva un senso del dovere e della Patria d’altri tempi.”

(N.B. I refusi in queste barzellette – tra cui la maiuscola in ciò che vuol dire “condizione temporanea o permanente” o “luogo dove si è stati partoriti” – non sono miei)

Vorrei provare a scriverci su qualche parola di commento, ma oltre al fatto che il paese dei talebani brutti sporchi e cattivi ha aumentato l’esportazione d’oppio nel mondo, passando dal 45 al 92% negli ultimi cinque anni per far sì che il costo della guerra non debba essere interamente scaricato sulla pelle dei contribuenti, non mi sento di dire altro.

Preferisco invece scrivere due parole sulla “creazione” di ventitré nuovi porporati, perché la parola “creazione” (ascoltata dalla scatola col tubo catodico) mi ricorda un atto divino, non riproducibile da un essere umano.
Per cui, per permettere alle ricche sculture di fango color “rossoviola” di prendere vita, al posto di uno sputo (nessuno, neanche un giornalista – mi dico – può arrivare a un tale livello di blasfemia) deve essergli arrivata addosso una sana e abbondante pisciata.

Written by Ezio

24 novembre 2007 at 17:34

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Essere come loro

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I sogni e gli incubi sono fatti della stessa materia, ma questo incubo dice d’essere il nostro unico sogno permesso: un modello di sviluppo che disprezza la vita e adora le cose.
Possiamo essere come loro? Promessa dei politici, ragione dei tecnocrati, fantasia dei diseredati. Il Terzo mondo si convertirà in Primo mondo e sarà ricco colto e felice se si comporta bene e fa quello che gli si ordina senza fiatare né obiettare.
Un destino di prosperità ricompenserà la buona condotta dei morti di fame, nel capitolo finale della telenovela della storia. Possiamo essere come loro, annuncia il gigantesco cartello luminoso acceso sul cammino dello sviluppo dei sottosviluppati e della modernizzazione dei ritardati.
Però quello che non può essere, non può essere, e inoltre è impossibile, come di solito diceva Pedro el Gallo, torero: se i paesi poveri giungessero al livello di produzione dei paesi ricchi, il pianeta morirebbe. (…) Essere è avere, dice il sistema. E la trappola consiste nel fatto che chi più ha più vuole, e alla resa dei conti le persone finiscono per appartenere alle cose, e lavorano per loro. Il modello di vita della società di consumo, che oggi si impone come modello unico su scala universale, converte il tempo in una risorsa economica, sempre più scarso e più caro. Il tempo si vende, si affitta, si investe, e la maggior parte del tempo del lavoro è destinata a pagare il mezzo di trasporto per il lavoro.

Vogliamo veramente essere come loro?

Eduardo Galeano
La conquista che non scoprì l’America (1992)

Manifestolibri

Written by Ezio

21 novembre 2007 at 22:34

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Princìpi banditi

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cannabis.jpg

Sembra che il fondatore-simpaticone, colui che ha creato il reparto oncologia in Italia, stia rivedendo certe sue posizioni radicali: “Ho sempre creduto nelle proprietà contenute nei derivati della cannabis”, sembra dire oggi, dopo una guerra che dura da anni contro ogni forma di ricerca alternativa. Il grande vecchio che consigliava di non magiare patate e basilico, “ché – diceva – tali alimenti sì che fanno male”, mentre con la seconda voce raccomandava di non preoccuparsi di respirare PM10, né di preoccuparsi di calpestare il suolo dove sono state scaricate tonnellate di uranio senza il becco d’un quattrino.

Perché… chissà perché lo diceva…

 

Piccoli ipocriti! Come se la cannabis non fosse una delle piante che spinse l’uomo a passare dallo stato di raccoglitore a quello di coltivatore; come se l’uomo non ci avesse scritto sopra per secoli; come se l’uomo non ci si fosse curato per secoli col suo principio attivo, anche fumandolo, per piacere e per dirimere con calma ogni qualsivoglia controversia.

Ma no. A momenti cresce pure sul vetro, a tutte le latitudini, infischiandosene del clima troppo umido o troppo secco. Quindi no!

Cresce, cura (è tutto da dimostrare, dicono, mettendo le mani avanti per brevettare in futuro il principio attivo), non costa, per cui va bandita.

M’è toccato di vederli, famigliari e amici ammalarsi di cancro; e m’è toccato di vederli morire di chemio. Tutti.

Written by Ezio

20 novembre 2007 at 20:25

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Una mattina come tante

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Una mattina come tante, una mattina in cui, ancora assonnati, si viaggia verso una giornata vuota di lavoro e piena di niente; un tempo misurato in otto-nove ore da far scorrere in qualche modo.
Da lontano vedo delle macchine ferme con le frecce lampeggianti e qualcosa, sul lato della strada, che può essere un animale, un uomo o un mezzo a due ruote. “Sta a vedere che c’è stato un incidente”, mi dice la persona che guida di fianco a me.
No, non ci sono mezzi incidentati e quindi non è un incidente; oltre le macchine ferme c’è solo una persona per terra, visibile per le braccia la testa e le spalle, mentre la metà inferiore è completamente immersa “dentro” una bassa siepe che separa il marciapiede dalla strada. Si muove, sembra voler vomitare. Ci fermiamo poco oltre, scendiamo e torniamo indietro.
Ora è immobile, con la guancia appoggiata sul lembo rivoltato del giubbotto e gli occhi spalancati; ha i capelli lunghi e la barba incolta, un’età apparente non oltre i trenta. Sembra ben vestito però… però dicono che sia un barbone ubriaco. Mi avvicino un po’, poi ancora di più, proprio mentre sento la sirena dell’ambulanza in arrivo. Lui resta immobile, ma riesce a dire che è la seconda volta che gli capita di sentirsi male così, all’improvviso. È un barbone ubriaco, continua a ripetere una persona lì vicino, restando ad una distanza tale da non poter essere contaminata (si sa mai…) per via aerea. Si avvicinano i medici con la barella e lui si solleva e ci si stende sopra, da solo, mentre dice che deve fare una telefonata e tira fuori un telefonino da chissà quale buco celato dalla coperta che gli hanno messo sopra. Una chiamata ai genitori, dice, mentre un medico gli toglie il telefonino dalla mano per assumersi l’incombenza. Lo guardo meglio nel viso prima di incrociare di nuovo il suo sguardo, proprio mentre si tira indietro i capelli, provando (io) non poco imbarazzo. Un giovane come tanti, proprio come l’ho descritto prima: Jeans camicia e giubbotto, capelli neri e lunghi, barba di una quindicina di giorni, zaino al seguito. Probabilmente camminava verso la fermata dell’autobus distante circa trecento metri, prima si sentirsi male.
“È solo un barbone ubriaco”, continua a ripetere la stessa persona di prima, sempre lì vicino ma sempre alla giusta distanza.
Sì – rispondo guardandola in faccia per poi spostare lo sguardo a terra – quello è solo un povero barbone ubriaco.

Written by Ezio

19 novembre 2007 at 23:41

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Di sacro e di umano

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Il tentativo di umanizzare il sacro – senza per questo profanarlo – di Fabrizio De André ne La buona novella, credo sia un tentativo pienamente riuscito; oltretutto credo sia uno dei pochi album dove la “lettura” riesca quasi a far passare in secondo piano metrica e melodia.
Testi intrisi di vita terrena, dove gli attimi – sommati – si susseguono l’un l’altro fino a ordinarsi e formare vicende assolutamente umane, carnali, come del resto lo sono i personaggi di cui ci racconta a suo modo la vita.
C’è una canzone, Tre Madri, dove il dolore provato non lascia adito a diverse interpretazioni: la vita e la morte si intrecciano e si mescolano, tre madri davanti a tre figli condannati a morte e, per una di queste, il dubbio.
L’ultima strofa: “Non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio” sembra essere una sorta di pietra tombale sulla sacralizzazione dell’uomo.
Ho letto da più parti che solo la capacità espressiva di De André fosse capace di narrare dal punto di vista umano le emozioni (cosiddette) divine, e devo ammettere che albun con una tale intensità poetica – oltre questo – non ne ricordo.

Poi, a distanza di anni, scopro una splendida quanto antica canzone popolare umbra, interpretata da quel Gastone Pietrucci che ha una voce tanto roca e tanto potente che sembra entrarti direttamente nello stomaco più che entrarti nelle orecchie: “Sotto la croce Mmaria”.
In questa canzone Maria ci viene presentata come da sempre l’ha riconosciuta e cantata il popolo: una tenera e angosciata madre terrena. Il dolore, anche qui, è un dolore del tutto umano, e lo si percepisce assai bene questo dolore di una madre che piange la morte di un figlio “brigante” a causa del potere di allora. (“Come la madre di Masi, detto Bellente ha pianto il suo, come tutte le madri dei “briganti” hanno pianto e piangeranno quella dei loro figli.”)

Sotto la croce di Mmaria

Sottò la croce Mmaria
che fare più non sapea
la jente che stea llì
guardava Ggisù e piagnea

Non esse’ triste perché
su ‘n cielo vacò contento
ma io chi ssola starò (1)
me tocca mmorì’ llo sento

Lo sangue intanto che dà
llo legno gne’ po’ scolava
Maria ‘ccucciata a goccia
a goccia je lo baciava

Lu sole nun s’alzò(2) più
la luce se ne sparette
la jente se ‘mpaurì
e via se ne fujette

Ggisù ‘l suo volto piegò
e poi je ‘ntrò in agonia
sottò la croce restò
piagnente Matrè Mmaria.

(1) Variante: ma io qui restarrò

(2) Variante: nun scallò più

Written by Ezio

17 novembre 2007 at 20:12

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Qualcosa da condividere

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Non amo fare pubblicità né esaltare blog o siti e generalmente ciò che leggo lo tengo per me, però non posso esimermi di copiare e incollare qui dentro alcune parole di Silvano Agosti, tratte dal suo sito. Silvano Agosti è un regista e uno scrittore, ma anche e soprattutto un uomo coerente e vissuto; ciò che scrive (sul sito) di scuola e di lavoro, di arte e di cultura, lo trovo del tutto condivisibile. Anche se ho visto solo un paio dei sui film devo ammettere di non aver mai avuto tra le mani un suo libro: quando finirà la lettura di Babsi Jones cercherò di procurarmeli.

 

Se mi chiedessero cosa ho riscontrato di terribile nella convivenza umana, qualcosa da cui dipendono infinite disgrazie e alterazioni, forse anche malattie e depressioni, risponderei con questa parola : l’obbligatorietà.

Essere obbligati a lavorare, obbligati ad andare a scuola, obbligati a respirare l’ossido di carbonio che le automobili devotamente e da anni cospargono nelle vie, obbligati a non poter guardare la televisione, insomma l’obbligo è una sorta di ruggine che corrode anche il migliore dei sentimenti…”

(Silvano Agosti)

Written by Ezio

15 novembre 2007 at 22:36

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Una lettera

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Cambiano i tempi, ma il presente resta un tempo senza tempo.

“Nella voce del brigante risuona la memoria profonda dei popoli condannati al silenzio, e proprio per questo leggendari. I ribelli ignoranti che in tutte le epoche hanno osato irridere i giacobini, i preti progressisti, i ricchi borghesi, i milionisti, sono una sfida intollerabile all’ordine costituito della censura e della menzogna.”
(Pietro Golia

“Sig. Duca Grazioli:

Noi sottoscritti chiediamo la somma di L. 10.000 (dico diecimila) perché noi siamo banditi compromessi di morte, e non possiamo ritirarci, né possiamo lavorare, perché siamo bersagliati dal governo, neanche dobbiamo commettere rubbarie, e ricattare i poveri che vanno procacciandosi il pane, dobbiamo chiedere ai titolati milionisti, e loro devono farci vivere, se non vogliono ricevere dei gravi danni e dispiaceri, in più modi, senza che ve lo spieghiamo con il manoscritto.”
(Berardino Viola, tra la fine del 1899 e l’inizio del 1900)

I Ratti della sabina ci hanno scritto una splendida canzone su Berardo Viola, in quello che ritengo il loro album migliore: Circobirò.

La morale dei briganti

Per entrare nella storia,
nella labile memoria dei futuri cittadini
spesso servono i quattrini, non importa come fatti
se per meriti o misfatti, l’importante è accumulare
un patrimonio immobiliare che ti renda anche potente
agli occhi della gente , perché se non ti fai grande ti ritengono un brigante.
E’ su questo che io rifletto dopo aver letto e riletto
la richiesta di Berardo fatta a un nobile boiardo
e mi pongo il dubbio arcano che assillò il genere umano,
la morale è una sola o ha ragione anche Berardo Viola?

Voi di certo non sapete di quando chiese cento monete
ad un ricco e gran signore perché vide il suo garzone che allungava la mano
a rubare il biondo grano, e di nascosto caricare quattro sacchi dal casale.
Giudicando questo fatto un gravissimo misfatto
la sua acuta intelligenza ruppe ogni reticenza
e Berardo, reo brigante, ebbe un lampo fulminante e disse:
“Ma se ruba anche il garzone già pagato dal padrone,
sarà legge, o no, perdio, che gli rubi pure io
prima d’esser fucilato come un uomo disperato?”
Io non credo sia mai andato a scuola,
ma è scaltrissimo, Berardo Viola

Ma il quesito è illuminante, proprio di chi ne sa tante
e rispondo, sì Berardo hai ragione ma in ritardo
perché il ricco se potente è persona intelligente
ma se non diventa grande è un terribile brigante
stabilire ciò che è male è un’impresa colossale,
quando c’è chi pranza e cena
e chi ha il pane a malapena.
Chiedo a voi gran professori, ai giuristi o ai signori
la morale è una sola o ha ragione anche Berardo Viola?

Written by Ezio

13 novembre 2007 at 23:24

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Effetto collaterale

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Ho cercato di vedere, ascoltare, anche di leggere, stasera, nella percentuale di tempo concessami tra il risveglio e un nuovo sonno. Parole, solo schifose, inutili, vergognose parole. Violente quanto un caricatore interamente scaricato. Incidente, uccisione, tragico errore, fine (e perché non pure inizio?), in aria, ad altezza uomo, corpo (sciolto o legato?), provato (il poveretto è pure provato!).

Nessun sicario prezzolato che abbia avuto il coraggio di pronunciare o scrivere la parola “omicidio” al di fuori del capo d’imputazione; né le due parole che di effetto in effetto assommano a un semplice “effetto collaterale”, frutto del clima di terrore instaurato dai media! I ruoli sono ben definiti, da sempre, così come la consapevolezza (mia) che quanto accaduto risulti essere il fine del bisogno di sicurezza che tanto si invoca.

Prendete(la) e mangiatene tutti!

 

Written by Ezio

12 novembre 2007 at 23:48

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Decoro e cupola

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cupola.jpg

Un po’ di tempo fa, durante una cena con un amico, si finì a parlare delle vie di fuga vaticane verso Peron e Franco, del beato Stepinac, del furto da parte della chiesa delle ricchezze dell’america latina, di uno scherzo in una chiesa romana: pisciò dentro l’acquasantiera e si mise a guardare pellegrini e devoti immergere la mano e farsi il segno della croce. Chiesa e fascismo, si diceva, ma forse sarebbe meglio dire chiesa è fascismo.
Ho un libro sulla santa albanese divenuta ricca e famosa a Calcutta – gli dissi – ora te lo cerco.
Niente da fare: una parte della serata persa a cercare nella libreria casalinga e sul comodino, dove la pila (compresa qualche rivista di moto e astronomia) era tanto alta e confusa da dover quasi cercare col badile.

È finita che il libro se l’è comprato qualche giorno dopo e che, a distanza di un circa un mese, m’è capitato di ritrovarlo dentro (proprio nel senso di “in mezzo”) “Libertad, rivoluzione e controrivoluzione in catalogna”, di C.S. Maura.
Misteri della casa, si dice in questi casi.

Chiesa è fascismo, dicevo, tanto che oggi apro qualche quotidiano on-line e scopro che la parola “decoro” assume un significato ben diverso da quello che abitualmente uso dargli; non che mi sia estraneo decoro in quanto dignità di comportamento ma associare questa parola all’ornamento, al disegno, mi appare assai più semplice: guarnire sì, onorare ni, insomma.
Eppure questa parola ricorre spesso nei discorsi di pulizia e bellezza delle strade e delle piazze: una fila di bancarelle multicolore e diversificate – a mio avviso – altro non è che una decorazione dell’ambiente, così come una fila di asciugamani per terra con della merce sopra. Eppure… Eppure se a piazza Campo de’ Fiori (dove c’è una statua alla cui base depositerò una rivista di astronomia, prima o poi) si riesce in qualche modo a soprassedere a questo scempio pare proprio che in piazza san Pietro sia impossibile. Ci vuole decoro, dice un noto “signormon“criminale, lasciando intendere che chi vende in piazza san Pietro e vie limitrofe piccoli oggetti a grossi oggetti o piccole stronzate a grossi stronzi deve essere cacciato a calci nel culo, ché lì c’è un colonnato caro a più di un miliardo di persone, per cui dev’esserci decoro.
Parla di un colonnato il sicario, mica di una cupola; evidentemente per non dare adito a interpretazioni diverse.

Written by Ezio

11 novembre 2007 at 17:43

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Una foto

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Solo una foto vecchia di 94 anni, senza didascalia.
Il pianto, davanti ad una salma, di una persona che si immagina sempre in atteggiamenti diversi; come se il “mestiere” che ci si ritrova a fare possa imbarbarire e rendere altro, per sempre, ciò che si è.

Written by Ezio

9 novembre 2007 at 22:30

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Bandidos Rurales

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La amo come poche altre questa canzone di León Gieco, è uno di quei “pezzi” che di tanto in tanto tornano e non vogliono andar via. Stasera suona nella testa, poi risuona e risuona ancora, tanto che le cuffie diventano l’indumento più caldo e più soffice, con un volume da volersi male…

Nacido en Santa Fe en 1894,
cerca de Cañada, de inmigrantes italianos
Juan Bautista lo llamaron, de apellido Vairoletto
bailarín sagaz, desafiante y mujeriego
Winchester en el recado, dos armas cortas también,
un cuchillo atrás y un caballo alazán
Raya al medio con pañuelo, tatuaje en la piel,
quedó fuera de la ley, quedó fuera de la ley
Se enamoró de la mujer que pretendía un policía
lo golpeó, lo puso preso un tal Farach Elías
”Andate de Castex” le dijo, “aquí tenemos leyes”
Corría el año 1919
Antes de irse, fue al boliche a verlo al fulano
Con un 450 belga, revólver en mano
Le agujereó el cuello y lo dejó tirado ahí
Ahora sí fuera de la ley, ahora sí fuera de la ley
Bandidos rurales, difícil de atraparles
Jinetes rebeldes por vientos salvajes
Bandidos rurales, difícil de atraparles
Igual que alambrar estrellas en tierra de nadie
Por el mismo tiempo hubo otro bandolero
Por hurtos y vagancia, 19 veces preso
Al penal de Resistencia lo extradita el Paraguay
Allí conoce a Zamacola y Rossi por el 26
1897 en Monteros, Tucumán,
el día 3 de marzo lo dan por bien nacido
Segundo David Peralta, alias Mate Cocido,
también fuera de la ley, también fuera de la ley
Entre Campo Largo y Pampa del Infierno
el pagador de Bunge y Born le da 6000 por no ser muerto
Gran asalto al tren del Chaco, monte de Saenz Peña,
Anderson y Clayton firma algodonera
45.000 a Dreyfus le sacaron sin violencia
El gerente Ward de Quebrachales 13.000 le entrega
Secuestró a Negroni, Garbarini y Berzon
Resistió fuera de la ley, resistió fuera de la ley
Bandidos rurales, difícil de atraparles
Jinetes rebeldes por vientos salvajes
Bandidos rurales, difícil de atraparles
Igual que alambrar estrellas en tierra de nadie
Vairoletto cae en Colonia San Pedro de Atuel,
el ultimo balazo se lo pega él
Vicente Gascón, gallego de 62,
con su vida en Pico pagó aquella traición
Sol, arena y soledad, cementerio de Alvear,
en su tumba hay flores, velas y placas de metal
El ultimo romántico lo llora Telma, su mujer,
muere fuera de la ley, muere fuera de la ley
No sabrán de mí, no entregaré mi cuerpo herido,
Quitilipi, Machagai, ¿donde está Mate Cocido?
Corría el 36 y lo quieren vivo o muerto
2.000 de recompensa, se callan los hacheros
Logró romper el cerco de Solveyra, un torturador
de Gendarmería que tenía información
Herminia y Ramona dudan que lo hayan matado
a este fuera de la ley, a este fuera de la ley
Bandidos rurales, difícil de atraparles
Jinetes rebeldes por vientos salvajes
Bandidos rurales, difícil de atraparles
Igual que alambrar estrellas en tierra de nadie
En un lugar neutral, creo que por Buenos Aires,
se conocen dos hermanos de este barro, de esta sangre,
Dejan un pedazo del pasado aquí sellado
y deciden golpear al que se roba el quebrachal
Por eso las dos bandas cerquita de Cote Lai
mataron a un tal Mieres, mayordomo de La Forestal
Se rompió el silencio en balas, robo que no pudo ser
Dos fuera de la ley, los dos fuera de la ley
Martina Chapanay, bandolera de San Juan,
Juan Cuello, Juan Moreira, Gato Moro y Brunel,
El Tigre de Quequén, Guayama y Bazan Frías,
Barrientos y Velázquez, Calandria y Cubillas,
Gaucho Gil, José Dolores, Gaucho Lega y Alarcón,
bandidos populares de leyenda y corazón
Queridos por anarcos, pobres y pupilas de burdel
Todos fuera de la ley, todos fuera de la ley
Bandidos rurales, difícil de atraparles
Jinetes rebeldes por vientos salvajes
Bandidos rurales, difícil de atraparles
Igual que alambrar estrellas en tierra de nadie

Letra: León Gieco y Hugo Chumbita / Musica: Luis Gurevich

Written by Ezio

8 novembre 2007 at 23:59

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Ancora genti diverse

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Leggo, su una mailing list, parole di un tizio con due culi (uno nel luogo classico e l’altro dentro la scatola cranica; anche se non si capisce bene quale dei due usi comunemente per defecare) che raccontano di stranieri col bisogno di pisciare, di tanto in tanto. Stranieri: genti diverse con strani bisogni somiglianti ai nostri, mi par di capire… Poi trovo un articolo di Carlo Bertani, qui ma anche altrove , che ci racconta una storia già compresa ma comunque da raccontare e raccontare ancora (che sia benedetta la sua scrittura: semplice, diretta e comprensibile anche da un bambino); e così mi tornano in mente parole già lette parecchio tempo fa, scritte da Sepulveda. Si tratta solo di cercare “Raccontare, resistere” tra le vecchie copertine, togliere la polvere di troppo e trovare la frase incriminata. Fortuna che uso lasciare dei segnalibri su ogni pagina cui do un’importanza maggiore, anche per degli anni.

Più forte è l’identità di un popolo, più quel popolo sarà disposto a ricevere gli apporti di altre identità. Il mondo non ha altro passato né altro futuro che il meticciato. Chiudersi in sé stessi, privarsi della possibilità di mescolarsi con altre culture, vuol dire condannarsi a una povertà culturale atroce e infine alla scomparsa, all’estinzione. Le culture pure, le identità pure non esistono, non sono mai esistite. Possibile che non lo si capisca?

Pare proprio che non lo si capisca.

Written by Ezio

7 novembre 2007 at 22:40

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Grandi opere

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panamab.jpg

 

Si dice che i sudamericani (i figli della chingada, poco importa che voglia dire figli di puttana o della violentata o di nessuno) abbiano bisogno del mito per riconoscersi e riconoscere. Balboa fu probabilmente uno dei primi ad essere mitizzato, colui che per primo attraversò la foresta e si affacciò da sopra un monte sullo splendide acque del pacifico, dopo oltre cento chilometri di fatiche.

Vivano gli altissimi e potenti sovrani don Ferdinando e donna Giovanna, in nome dei quali e per conto della reale corona di Castiglia prendo possesso di questi mari e terre…”

A lui venne per la prima volta in mente l’idea del canale, perché Panama, come gran parte dell’america latina, era un luogo da razziare con manodopera gratis. Più tardi infatti fu devastato l’impero Inca, razziato l’oro del Perù e l’argento di Potosì, in Bolivia; e far passare il bottino su muli e canoe era tempo da considerasi del tutto sprecato.

Panama era allora sulla costa, sottoposta al facile attacco delle navi dei conquistatori, e quando fu quasi completamente distrutta fu ricostruita nell’entroterra, ad una distanza sicura dai cannoneggiamenti che provenivano dal mare.

Fu Drake, inglese, che più tardi ebbe la stessa idea di Balboa: costruire un canale che congiungesse l’Atlantico col Pacifico. Drake era un corsaro, e la vista dei muli carichi d’oro e d’argento che morivano e perdevano gran parte del furto lungo il cammino gli fece balenare – anche a lui – quella malsana idea nella testa: d’altra parte dal Messico alla terra del fuoco era tutto un Eldorado, nulla da rubare ma tutto da prendere. Il mondo e l’uomo era tutto ciò che risiedeva sopra i trenta gradi di latitudine nord.

Ma per la tecnologia ci vuole tempo, e il tempo…

Così, se oggi si arriva a Panama, forse si può ancora vedere il busto che rappresenta Lasseps, il mitico francese che concluse i lavori a Suez e che, dopo la metà dell’800, prese in appalto la costruzione del canale di Panama per seicento milioni di franchi.

Inutile scrivere come andò a finire, anche se Lapses in persona e con famiglia al seguito approdò nell’istmo per pubblicizzare l’evento nel 1879, un dissesto totale che portò la società al fallimento in meno di un decennio, gettando sul lastrico anche migliaia di risparmiatori e portando in galera il povero ingegnere.

Ma quando una cosa i deve fare…

Quando una cosa si deve fare si fa! Infatti toccò al presidente americano Wilson premere un bottone a cinquemila chilometri di distanza per abbattere l’ultimo diaframma; gli americani riuscirono là dove altri fallirono, pagando solo quaranta milioni di dollari di liquidazione in luogo dei centonove richiesti dalla compagnia francese, inaugurando il canale nell’agosto del 1914. Le merci devono viaggiare velocemente, si sa… E così la Repubblica di Panama ha concesso agli USA, in perpetuo, l’uso, l’occupazione, il controllo della zona di costruzione, il mantenimento e la protezione del territorio per dieci miglia di larghezza su ciascun lato del canale. Non so quanto sia costata in dollari, l’opera, so che costò la vita a quarantamila persone fra negri, meticci, figli di nessuno (nessun padre conosciuto), figli di nessuna (nessuna madre conosciuta. Solo duecentomila litri di sangue, nient’altro.

Written by Ezio

6 novembre 2007 at 23:25

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Compleanni

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“Un palco, luci, gente che ti ammira.”
Ho letto da qualche parte che ciò che si può godere, tra l’inizio e la fine, altro non è che l’intervallo. Godere è piacere; piacere è (anche) cantare; cantare è restare. Così certe canzoni non hanno tempo: restano e vivono, come il loro autore.

Bianchezza

Con il tuo sguardo da allevatore e la tua bocca di frasi usate
I tuoi amici di un altro mondo e le tue colpe dimenticate
Con i tuoi giochi di colombe bianche e i tuoi vestiti di incenso e d’oro
Con il tuo trono su tanti morti e la ricchezza senza lavoro
Un palco, luci, gente che ti ammira
Uomini in ginocchio, una lunga fila
I tuoi scagnozzi anche nelle scuole a costruire un gregge vendendo le parole
Una speranza in fondo ti sostiene, di costruire un mondo dove il pastore è un bene
Dove comandi tu su tanta gente
Dove ci sia la fede come nel medio oriente
Col tuo passato di inquisizione e il tuo presente da denunciare
Col tuo futuro di medioevo e i tuoi pensieri nel capitale
Col tuo sorriso di porcellana e i tuoi ritorni che chiami nuovi
Le tue indulgenze vendute all’asta e le crociate che non ritrovi
Tu che sconfiggi spiriti cattivi, che oscuri il sole e i più famosi divi
I tuoi seguaci devono pregare perché voi siete pochi ma nati per pensare
Pensare a tutto il peso della vita e quando il giorno la farà finita
Tu siederai nel cielo tra le stelle
E a chi ha creduto tanto darai le caramelle
Con i tuoi sogni senza materia e i tuoi fratelli sotto alle scarpe
Con i tuoi figli bruciati al rogo ed i tuoi giorni vissuti a parte
Con i tuoi versi di sette jene e i tuoi principi di colabrodo
E i tuoi diritti senza ragione e la facciata tenuta a modo
Il sacramento, poi la Sacra Rota
La verginità, l’astinenza devota
Le donazioni fatte dai penitenti e i più pietosi veli calati sui conventi
La tua censura, la religione di Stato
Dal codice Rocco verso il Concordato
La frigidità, le torture più vere
E le benedizioni sulle camicie nere.

Pierangelo Bertoli

Written by Ezio

5 novembre 2007 at 23:34

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