Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for gennaio 2008

Da Parigi

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30 Gennaio 2008

Annuncio economico dal convegno internazionale sulla costituzione Europea, direttamente arrivato dall’Avana (anzi, da La Habana) dopo 169 anni di conquiste democratiche e riutilizzato senza processo di trasformazione per l’attuale società Europea.

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Written by Ezio

31 gennaio 2008 at 00:02

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La seconda ombra

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la-seconda-ombra.jpg

L’avevo perso “La seconda ombra”, l’avevo perso perché perso dietro ad altro, come gran parte del Gaber e come gran parte “su cui puoi contare”.
Il film obbliga a pensare mentre racconta (senza dirlo esplicitamente) la storia di Basaglia. Non manca nulla se non l’eccentricità e il coinvolgimento di un Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” eppure… Eppure la bravura di Remo Girone e la regia e il montaggio di Silvano Agosti rendono l’atmosfera carica di passione, come le facce degli attori non protagonisti a cui – secondo me – il film appartiene; nonché la musica di Nicola Piovani.
Si finisce come si deve, con la rappresentazione della caduta di un muro il quale, chi lo oltrepassa, esce uomo dopo essere entrato uomo, differentemente da chi “entra uomo e diventa qualcos’altro”, anticipando un tempo futuro in cui un altro muro caduto getta nella più totale confusione un intero continente. C’è la vita oltre il muro, ma il muro lo si abbatte facilmente dal punto di vista fisico e ben difficilmente da quello psicologico.
Non mi resterebbe domanda in attesa di risposta se la troia di regime non invitasse tutti i santi giorni uno psichiatra tra le sue braccia, gettando poi attraverso il suo schermo i suoi tentacoli verso chi guarda e ascolta. Perché i manicomi non sono stati chiusi, si sono solo decentrati. Perché i farmaci continuano a produrre assassini prima e suicidi poi. Perché se è facile immaginare chi salverà i “matti” dagli psichiatri è ben più difficile immaginare chi salverà quest’ultimi dalla psichiatria.

Nel 1966 c’era già chi aveva capito…

Io so che un giorno
verrà da me
un uomo bianco
vestito di bianco
e mi dirà:
«Mio caro amico tu sei stanco»
e la sua mano
con un sorriso mi darà.

Mi porterà
tra bianche case
di bianche mura
in bianchi cieli
mi vestirà
di tela greggia dura e bianca
e avrò una stanza
un letto bianco anche per me.

Vedrò il giorno
e tanta gente
anche ragazzi
di bianco vestiti
mi parleranno
dei loro sogni
come se fosse
la realtà.

Li guarderò
con occhi calmi
e dirò loro
di libertà;
verrà quell’uomo
con tanti altri forti e bianchi
e al mio letto
stretto con cinghie mi legherà.

«La libertà
– dirò – è un fatto,
voi mi legate
ma essa resiste».
Sorrideranno:
«Mio caro amico tu sei matto,
la libertà,
la libertà più non esiste».

Io riderò
il mondo è bello
tutto ha un prezzo
anche il cervello
«Vendilo, amico,
con la tua libertà
e un posto avrai
in questa società».

Viva la vita
pagata a rate
con la Seicento
la lavatrice
viva il sistema
che rende uguale e fa felice
chi ha il potere
e chi invece non ce l’ha.

(Ivan Della Mea)

Written by Ezio

22 gennaio 2008 at 23:48

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Jenin Jenin

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jenin-jenin.jpg

Il momento più difficile nella vita è quando qualcuno sta morendo tra le tue braccia e ti supplica di salvarlo, ma tu non sei in grado di fare niente.
Cosa c’è di più difficile?
A cosa serve un dottore quando sta all’altro capo del telefono e ti dice di portarlo all’ospedale?
Già, all’0spedale. Ma quale ospedale?
Questo sarebbe il nostro terrorismo?
Cosa c’è di peggio di questo?
La fame? Che cos’è la fame??
Per noi non è un problema, noi digiuniamo un mese intero durante il ramadan!
Non c’è fumo? Non è un problema, nel carcere ci hanno sempre privato delle sigarette. Siamo abituati.
Ma quando un bambino che non ha ancora visto niente nella vita ti muore tra le braccia…
Cosa c’è di più bello come immagine?
Cosa c’è di più bello come situazione?
Questo è quello che ci tocca di più!
Un carro armato da ottanta tonnellate passa sopra un uomo.
Cosa c’è di più bello come immagine?
Gli amici del campo mi dicevano che i giovani martiri che ora si trovano ammassati nelle fosse create dai bombardamenti israeliani avrebbero risparmiato molto lavoro alla città di Jenin.
Cosa c’è di più bello come immagine?
Ordinavano alle donne di svestirsi e gli facevano alzare la gonna per paura che sotto ci fosse esplosivo.
Cosa c’è di più bello come immagine?
Ci facevano spogliare e noi li supplicavamo di farci tenere almeno le mutande… inutile.
Cosa c’è di più bello come immagine?
Voglio dire una cosa: “Andremo avanti a testa alta come aquile e moriremo in piedi come leoni”.

Già, cosa può spingere un uomo o una donna al martirio? Magari l’immagine più bella, quella che passa per gli occhi e resta, tra le tante, stampate nella mente; il fantasma che scacci con una volontà a volte eccessiva e che sempre ritorna, dalla strada, passando per gli stessi occhi anche se li tieni chiusi, giornalmente.

Sembra quasi girato in super 8: cinquantaquattro minuti di vecchi e bambini a scavar macerie e poi ricostrure, per poi riscavare e ricostruire di nuovo. Di facce scavate e facce paffute; e parole,tante. Un film-documentario che prova a dar voce ai muti e vista ai ciechi, crimini per i quali si finisce sotto processo nell’unica democrazia in medio oriente.
In lingua originale, sottotitolato con scritte bianche spesso su sfondo chiaro.

Jenin Jenin di Mohammed Bakri.

Written by Ezio

16 gennaio 2008 at 23:34

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Parlare senza dire

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C’è una storiella che racconta di come, durante una mostra d’arte pittorica, un critico fosse intento a guardare un’opera astratta ancora appoggiata al cavalletto; tanto intento da restarne estasiato, in assoluto silenzio. Poco più in là, l’autore della stessa, ad una domanda di un ingenuo visitatore in merito al significato dell’opera, prima di rispondere ci pensò un poco e poi disse: “Boh, a questo penserà il critico.”
Mi è capitato, stasera, di assistere ad un siparietto tra il giornalista Antonello Piroso e Francesco De Gregori, dove non si capiva bene chi dei due intervistava l’altro; ed io, che ho sempre amato la capacità di raccontare e raccontarsi attraverso gli strumenti che si impara ad usare meglio e che non ho ancora capito bene la differenza tra arte e artigianato né quella tra artista e artigiano, di questo siparietto tra artista che non racconta e giornalista che non domanda non ci ho capito una mazza, per cui aspetto un critico in grado di illuminarmi.

Tante parole senza dire nulla: dalle frasi dimenticate delle canzoni ai terribili anni ’70, passando per gli anni Craxiani politicamente buoni e musicalmente da schifo per arrivare, infine, al nuovo partito democratico a cui – dice ma sembra non dire – bisogna concedere ancora del tempo per far sì che si collochi a sinistra, nella sua area naturale.
Niente, solo vuoto come lo è un cerchio. Un vuoto magari causato dal filtro televisivo, a conferma del fatto che quando non si ha da dire è meglio stare zitti, così come lo è quando, per dire, abbisogna usare frasi di circostanza.

Written by Ezio

15 gennaio 2008 at 00:45

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‘a munnizza

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Pare proprio che il sistema capitalista abbia come risultato finale la “monnezza”, nel senso che solo dalla distruzione dei beni si possono produrre altri beni (che poi è quello che sta accadendo con le guerre in corso, derivate in gran parte dalla sovapproduzione). Ora, non posso non chiedermi perché per costruire mobili si tagliano alberi, poi si triturano, e il risultato della triturazione si impasta con colle chimiche che dopo pochi anni si decompongono mentre un mobile di (vero) legno dura anche duecento anni; così come non riesco a spiegarmi per quale arcano motivo si “impacchettano” bevande con quell’immondo tetrapak, quando l’uomo usa la sabbia (vetro) da centinaia di anni. Si può descrivere come un bisogno di mutamento: Sei depresso? Incazzato? Comprati qualcosa di colorato o qualcosa che butterai il giorno dopo, che intanto il tuo stato d’animo muta e per questo giorno tutto passa… I contenitori con alimenti abbisogna colorarli con colori sgargianti e inquinanti, ché altrimenti non li si vede sul bancone merdaiolo…
Mi viene in mente, scrivendo, che la difficoltà non risiede nel risultato finale – chessòio, un pantalone o una gonna – bensì nella difficoltà di accaparrarsi il cotone o la lana e dopo… dopo niente (o tutto). Dopo si tratta solo convincere gli acquirenti a comprarsi dieci pezzi di ogni capo, e se questi durano troppo abbisogna solo fare in modo che dopo un anno si rompano. Produzione di “monnezza”, per l’appunto.
Monnezza sempre. Euro 0? 1? 2? E butta via cazzo che ci sono gli incentivi…
Ora, cosa accadrebbe se domattina il “cinquantapercento” di tutta la produttività mondiale smettesse di produrre in uguale percentuale? Niente, sulle nostre tavole, nelle nostre dispense, officine, garage, non ci sarebbe nulla di diverso, così come nei negozi. Niente se non un crollo dell’economia mondiale in grado di scatenare una (altra) guerra in nome di ciò che non verrebbe a mancare.
E allora? E allora non ho niente da dire ai napoletani e ai cagliaritani, vittime di un sistema che pone le merci e il profitto ben al di sopra della dignità dell’uomo, semmai avrei qualcosa da dire contro l’oggettiva ottusità legata all’obbedienza, al di là di chi sia il padrone che comanda.
Perché scrivo questo? Perché mi rendo conto che il tessuto sociale non appartiene al potere, né politico né giudiziario, ma solo a chi del tessuto ne è parte, fino a sentirlo cosa propria, fino a difenderlo con le unghie e con i denti dagli assalti di chi scompone il territorio in aree di serie A e di serie B. Perché continuo a distinguere l’essere dall’avere, l’esistere dal vivere. Perché finiremo tutti con lo spararci l’un l’altro davanti all’ultimo distributore vuoto, che sia di cibo o di benzina; perché i pochi che si salveranno moriranno soffocati dalle esalazioni dei cumuli di immondizia e del loro stesso vomito, in quanto, anche loro, da considerasi merce, materiale da consumo per produrre altri beni.

Written by Ezio

12 gennaio 2008 at 23:06

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Eva

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Ci capisco una sega io di ebraico antico, ma qualche tempo fa mi è capitato di vedere e ascoltare Erri De Luca in una trasmissione televisiva di cui non ricordo il titolo. Una frase tradotta in altro modo, da una persona di cui ho stima e fiducia: “Tu donna partorirai con forza.” Quattro parole ben conosciute ed una diversa, e la storia cambia di significato, e si stravolge, e si (come dicono a Napoli) arrovescia. E allora, se Lui è il Vostro, di grazia tenetevelo! Io mi tiro fuori!

Written by Ezio

9 gennaio 2008 at 00:28

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Di ritorno

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È bello ritrovare la propria home dopo una quindicina di giorni, si ritrovano file che il tempo aveva fatto dimenticare: cose scritte, copiate dai libri, prese in rete da luoghi che non si ricordano più. Più di quattrocento messaggi sul server, scaricati e (quelli lodevoli di attenzione) letti con la calma che meritano. Tanto spam, qualcosa che sapevi da sempre, qualcosa che proprio non t’aspettavi. Un buon trenta per cento del backup mandato a farsi friggere (quante cose inutili che si salvano sull’HD, a volte…) e tanto lavoro di ripristino fortunatamente diviso con un’altra persona.
Quindici giorni con in mezzo le feste di natale, inutili come sempre, e un ottimo capodanno passato con le persone giuste.
Le pagine di “Libertad”; una ripassata al “Mistero di Orione”; un pranzo con un fratello (fino a quel momento sconosciuto) di tuo figlio; tanti, tanti km col nuovo giocattolo che babbo natale ha avuto la grazia di anticipare al quindici dicembre.
Clak e si va, curva dopo curva, col vento addosso e il piacere sotto la pelle, verso lidi che solo su due ruote riesci a godere appieno: l’arco nelle alte mura del vecchio borgo di pratica di mare, terra che fu di Enea e Lavinia, anche le mie origini soni lì. Anzio e il porto. Il muro dell’ospedale militare che scavalcavi troppi anni fa. Panorami lungo la costa laziale che dall’interno di una macchina sfuggono sempre agli sguardi.
Clak e si torna, curva dopo curva, col vento addosso e il piacere sotto la pelle, e ci si siede davanti al piccì, e si trova un file che si era dimenticato, copiato da qualche libro di cui non si ricorda il titolo.

L’uomo negato aveva commesso violenza.
La droga dentro la vena e intorno il cemento.
Sbagliò nel dire sì alle mille voci evidenti e silenziose invitanti all’esaltazione.
Fu debole nel fronteggiare spinte dell’odio confuse e provenienti dal centro del caos.
Proprio lui che non ebbe e non poteva attenzione e funzionali difese.
Neanche solidarietà poiché straniero dai soliti borghesi formicolanti, milioni e poi milioni di azionisti minimi per il possesso del pianeta.
Non la corazza del bravo danaro.
L’indegno e assolvente pio danaro.

Quale centro esistente di potere consolidato o aspirante lo vuole?
A chi conviene interrogarlo veramente?
Gli fanno domande con scetticismo.
Lui non sa.
Prova a dire di sé ma scopre che non si è mai conosciuto.
Vero è soltanto che gli si spalancò un abisso eccitato da fiamme.
Può dirlo?
Li ascoltano loro i deliri?
Balbetta nello scetticismo suo senza guardarsi neanche intorno.
Forti le braccia i modi gli argomenti lo mettono nella gabbia.

Non avendo peluche mangia e beve.
E dorme e a volte canta ma senza contratto e falso respiro.
Qualcosa di lui non è allucinazione né paura e nemmeno un tentativo di imitare i signori ragionamenti.
È qualcosa che l’uomo nella gabbia si mette ad ascoltare ricordando parole degli anziani quand’era bambino.
Sulla natura e stagioni e animali.
Pensa e gli sembra di aver ritrovato un’espressione che apprese e che suona così “lo spirito”.
Capisce che è parola senza confini e piange il suo bisogno di fraternità.

Sono passati lenti lenti gli anni.
I suoi canti sono divenuti poesia.
Gli appaiono i sogni notturni, bambini che aspettano le parole.
Gli nasce dentro una sorte di speranza.
Ma scocca l’ora inesorabilmente nella stanza dei forti senza anima.
Lo stendono e avrà nella vena la droga che non altera ma uccide.
Per punizione.
Perché istigare ad altro odio loro conviene.
Lui fugge via per sempre dal canto, dal pensiero, dal sogno e dal rimorso.
Un uomo? No, l’uomo negato.

(Alberta Bigagli)

 

Written by Ezio

6 gennaio 2008 at 23:29

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