Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Chissà quant’è profondo il mare

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Non è mai stato roba mia, Lucio Dalla, e solo oggi ho saputo che ha partecipato anche all’ultimo festival di Sanremo (o Sanscemo). Però ha avuto una lunga carriera e ha scritto tante canzoni, talmente tante che gli è riuscito anche qualche capolavoro.
Magari se n’è tornato lì, in piazza grande.

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Written by Ezio

1 marzo 2012 at 13:57

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Era Trujillo

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È vivo!
La sua immagine non sta tra i santini dei mercatini, tra immagini sacre padri pii e altri distributori di miracoli perché i santi dello Stato tengono famiglia e stanno chiusi in stanzoni con l’aria condizionata pure alla fine di un febbraio bisestile, e alle pareti appiccicano foto su foto dei figlioli delle figliole e dei nipotini e dei ciucci napoletani. Santi pure loro, a prezzi poco contenuti.

Nulla di ciò che è legge gli sfugge però gli sfuggono le ultime volontà di chi non può guardare al futuro.

Era Trujillo, ne sono certo. Come sono certo che sia anche un angelo con la spada di fuoco mandato giù dal dio-Stato per ristabilire l’ordine: colui che nel giorno di festa frequenta la messa e negli altri l’usura cavalcando la legalità e sorvegliando fino all’ultimo vicolo buio l’irridente pratica della sopravvivenza.

Una quindicina di minuti in una calda mattinata di un ventinove febbraio a scambiare parole con un ufficiale giudiziario: pensavo che Trujillo fosse morto nell’anno in cui sono nato e invece no, è vivo, era proprio lui.

Written by Ezio

29 febbraio 2012 at 14:51

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Manolis Glezos

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Da un letto d’ospedale, perché le botte si prendono ad ogni età, guarda attraverso la finestra il fumo e la cenere, e percepisce l’odore della polvere da sparo e della benzina; là, sulla strada, cinque bottiglie contemporaneamente ai piedi degli aguzzini e per tutta la larghezza della carreggiata. Proprio un bel falò, sarebbe. Magari qualcuno ha provato ad offrigli oro e stelle ma lui, per esorcizzare il demone abbattutosi sulla Grecia, grida che la culla della democrazia non può abbandonare alla sorte decisa dai banchieri il popolo greco, e che strapperà ancora una volta una bandiera  dall’Acropoli.

Written by Ezio

15 febbraio 2012 at 09:16

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Sentenze

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La politica ne ha uccisi a migliaia, ma la religione ne ha uccisi a decine di migliaia.
(Sean O’Casey)

Parole sante, quelle di O’Casey, ma ormai vecchie: bisognerebbe chiudere questa frase con l’economia e parlare di milioni.
In verità ho smesso di interessarmi di un bel mucchio selvaggio di cose e di politica e d’economia e di giustizia da tempo immemore, anche se adesso leggo che il “progresso” dei processi è andato avanti e ora giustizia è fatta: i manager dell’amianto andranno in galera e i morti torneranno a vivere; oppure i manager dell’amianto non andranno in galera e i morti torneranno a vivere. Sì, si paga, basta pagare e giustizia è fatta e si farà in futuro per le morti indotte dai farmaci e dal cibo, basta aspettare. Ha ragione il buon Erri De Luca: “Non c’è modo di risanare un torto (o una morte), dopo.”

Sono passati tanti anni dall’ultima litigata finita con minacce di calci in culo e ai coglioni con un architetto, lui era pagato almeno dieci volte il mio compenso per rendere l’ambiente più gradevole e voleva che tagliassi un pilastro portante al penultimo piano di un palazzo di sei perché rendeva la scala che gli stava attaccata poco visibile nonché poco elegante, ma io non ero proprio intenzionato a farlo e non lo feci. Gli si gonfiarono le guance e divenne rosso come un peperone quando gli dissi che sì, un architetto è indispensabile e che insieme a cento operai potrebbe costruire un ottimo immobile ma che un operaio e cento architetti non avrebbero costruito un cazzo di niente. Fosse stato presente mio padre i calci in culo non sarebbero stati una semplice minaccia.
Bellezza, eleganza, armonia e soprattutto profitto trasformano i palazzi in bare di veleno e polvere, come fanno i terremoti.

L’eternit, un impasto composto principalmente di amianto e cemento, era allora usato nell’edilizia perlopiù al posto delle tegole per coprire i tetti delle case e nelle canne fumarie dei camini; non si usava quasi mai come coibentante tra muri esterni e interni tra i quali si preferiva mettere pannelli di lana di vetro o di roccia, materiale anch’esso abbastanza nuovo e ovviamente assai cancerogeno. Solo al ritorno a casa, sotto la doccia, si riusciva a portare via il bruciore di quelle migliaia di minuscole lame conficcate nella pelle. Inoltre l’eternit non c’era modo di tagliarlo se non con una smerigliatrice, spesso al chiuso, respirandone la polvere fino a riempirsi i polmoni, poi, passato tutto, si andava ad aprire un rubinetto e ci si soffiava il naso violentemente con l’aiuto dell’acqua. Già, l’acqua, con un materiale così friabile ma comunque stagno si costruivano contenitori per l’acqua potabile da mettere nel punto più alto degli edifici; Astolfo, che non è un nome a caso, ancora ce l’ha e ancora beve l’acqua che da quel contenitore cade nei tubi che vanno nel bagno e nella cucina. È nato nel ’23, e se lui si può considerare il primo uomo in grado di contaminare l’amianto io spero di essere il secondo.

Il povero Irving Selikoff doveva essere proprio un disadattato all’inizio dei suoi studi sulla correlazione tra l’asbestosi e il cancro ai polmoni dovute al contatto continuo con l’amianto, come Robert Mayer per gli studi sulla conservazione del’energia o Rudolf Gantenbrink per quelli sulla piramide di Cheope o  Marshall e Warren per quelli sull’Helicobacter Pylori, tutti idioti che hanno impiegato anni per far accettare le loro teorie a una comunità scientifica chiusa come un riccio, ché la ricerca è ricerca e il profitto è profitto, tanto nel caso non dovessero bastare i cimiteri ci penseranno i giudici a fare giustizia e resuscitare i morti ammazzati.

Bei tempi quelli lì, si moriva di polizia e d’eroina e d’amianto come oggi si muore di polizia e di banchieri e di noprom e di seroquel, e appena i morti saranno contati con tre zeri si aprirà un altro processo perché la giustizia ha sempre trionfato e sempre trionferà.

Written by Ezio

14 febbraio 2012 at 14:36

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Il paradosso della teiera celeste

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“Molti credenti credono che sia compito degli scettici confutare i dogmi vigenti anziché compito dei credenti dimostrare la verità di ciò in cui credono. È un errore, naturalmente. Se sostenessi che esiste tra la Terra e Marte una teiera di porcellana che gira intorno al Sole con orbita ellittica, nessuno potrebbe confutare la mia asserzione, purché fossi abbastanza prudente da specificare che la teiera è troppo piccola per essere individuata dai più potenti telescopi terrestri. Ma se aggiungessi che, siccome la mia asserzione non può essere confutata, è un’intollerabile presunzione della ragione dubitare dell’esistenza della teiera, si avrebbe motivo di ritenere il mio discorso sciocco. Se però la storia della teiera comparisse in antichi testi, se ogni domenica venisse definita dal pulpito una verità sacra e se a scuola fosse insegnata ai bambini, non credervi diverrebbe segno di eccentricità e lo scettico sarebbe mandato dallo psichiatra in epoca illuminata e dall’inquisitore in epoca più oscura.”
(Bertrand Russell)

Written by Ezio

8 febbraio 2012 at 14:51

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La capovolta ambiguità di Orione

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Ho chiuso il mio ultimo post con la frase: “Ché da lì, veniamo”. Mi riferivo ovviamente al sole, in quanto stella, e la frase non ha niente di suggestivo né di romantico poiché si riferisce alla fisica delle particelle e al fatto che tutti gli elementi più pesanti dell’idrogeno e dell’elio – per cui anche il basilare carbonio – sono stati letteralmente “cucinati” (ovvero: si sono formati) all’interno di stelle di grande massa che una volta giunte alla fase di supernove sono esplose scagliandoli sotto forma di nubi di particelle gas e plasma in tutte le direzioni. Siamo figli delle stelle, e non è una citazione.

Dall’isola di Mauritius, a gennaio, Orione appare alto nel cielo, quasi allo zenit, come vi appare il sole a mezzogiorno, e ovviamente rovesciato come il resto delle costellazioni visibili anche dall’emisfero nord. L’atmosfera che la luce attraversa è spessa pochi km e l’umidità è assai poca vista la vicinanza dell’isola al tropico del capricorno, per cui gli astri appaiono assai lucenti e con una magnitudine apparente che dai cieli di Roma posso a malapena sognare.

M42, il quarantaduesimo oggetto del catalogo Messier meglio conosciuto come la grande nebulosa di Orione, appare evidente anche ad occhio nudo senza andare a scomodare la visione distorta, e vista negli oculari di un semplice binocolo 10×50 prende la forma che si vede nella foto con contorni nitidi che si staccano perfettamente dal nero del cielo. Così come Rigel e Betelgeuse, gigante blu la prima e supergigante rossa la seconda, appaiono come gemme lucenti incastonate in un roccia nera e impenetrabile, là, oltre confini che si possono solo immaginare, con Sirio che brilla a sud-est e Aldebaran a nord-ovest. Uno spettacolo, per chi astrofilo lo è stato (e di tanto in tanto lo è ancora), da lasciare senza fiato. Ora capisco bene come sia stato possibile per gli antichi immergersi nel mito di Osiride (Sirio) e Orione. (Afferra la mano del re e vai alla via dell’acqua….) La via Lattea?

Così nacque la Via Lattea secondo il popolo Mosetenes:

Il verme era assai piccolo e si cibava di cuori di uccelli, e suo padre era un grande cacciatore. Il verme cresceva ogni giorno e ogni giorno pretendeva più cuori, così suo padre era costretto a cacciare tutto il giorno uccidendo sempre più uccelli. Quando crebbe a tal punto da diventare serpente gli uccelli erano scomparsi e suo padre cacciò giaguari e lui crebbe ancora divorando cuori di giaguari. Poi anche i giaguari finirono e il serpente pretese cuori umani e suo padre sterminò gli abitanti del villaggio e quelli dei villaggi vicini, ma un giorno fu sorpreso mentre dormiva sul ramo di un albero da pochi uomini superstiti che lo uccisero. Infuriato e affamato il serpente si mosse fino al villaggio dei superstiti per vendicare suo padre e lo avvolse con le sue spire così che nessuno potesse fuggire, ma gli uomini lo riempirono di frecce infuocate. Lui però non smise di crescere né di divorare uomini, fino all’ultimo, poi recuperò il corpo di suo padre e con lui tra le spire iniziò a crescere verso il cielo.
Sta ancora là e lo si può vedere la notte, flessuoso, sinuoso, con tutte le frecce infuocate ancora conficcate nelle spire.

L’isola non ho avuto tempo di visitarla ma Port Louis appare ad un rapido passaggio come una piccola metropoli dove convivono quartieri di case spoglie e senza intonaco esterno accanto a costruzioni in calcestruzzo o acciaio alte e nuove; più oltre ci sono sterminati campi di canna da zucchero con – di tanto in tanto – medie piantagioni di the, anche se la maggior risorsa è il turismo.
In effetti ho (abbiamo) villeggiato in un angolo di paradiso circondato da persone che sembravano angeli, il luogo migliore per un uomo e una donna che vogliono sognare che Dio li sta sognando.
Peccato solo che il paradiso, così come gli angeli, dopo un po’ facciano annoiare.

Written by Ezio

6 febbraio 2012 at 16:41

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È tempo

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Quiero decir y no digo
y estoy sin decir diciendo
quiero y no quiero querer
y estoy sin querer queriendo.

Tengo un dolor no sé dónde,
nacido de no sé qué
sanaré yo no sé cuándo
si me cura quien yo sé.

Cada vez que me miras
y yo te miro,
con los ojos te digo
lo que no digo
como no te hallo
te miro y callo.

(Canzone popolare spagnola di chi ama il silenzio)

Sì, è tempo di andare laggiù: 19° 59′ 17,27″ Sud e 57° 37′ 57,4″ Est (19 59 17,27 S/57 37 57,4 E).

Non per vedere l’ambiguità di Orione né per cercare nuovi sogni sotto altri cieli, ma per toccarne con mano qualcuno antico e vedere un sole più alto e splendente.
Ché da lì, veniamo.

Written by Ezio

14 gennaio 2012 at 19:38

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Senza titolo

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Non so, francamente, se abbia pensato fino all’ultimo istante che il mondo sia una splendida dimora da condividere, dal sangue alla miseria passando pure per l’opulenza più irriguardosa. So che in quella fredda mattina di lunedì molte persone si sono svegliate e hanno trovato i loro sogni stravolti, a gambe all’aria.
Io ero tra quelli, e non capivo, ma che avrei sognato ancora lo scoprii in seguito.
Nascosti in qualche angolo buio di quel mattino di un undici gennaio un foglio bianco e una vecchia chitarra aspettavano pazientemente quel momento di parole e note finalmente solo per loro.
Di qua, intanto, l’allucinazione continuava a disegnare in maniera del tutto insensata un mondo a venire (e poi arrivato) composto di ombre e di paure.
Non so e non mi interessa neanche sapere se sia stato di pochi o di tutti, ma credo non sia stato di nessuno.

Se lo tagliassero a pezzetti…

Written by Ezio

10 gennaio 2012 at 23:45

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Passeggiata Sudamericana

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“Sud America che stai lì davanti
con le tue tante virtù sulfamidiche
come tutte le tribù sottostanti
hai un torto sei lo schiavo di zio Sam”

(Passeggiata Sudamericana, Pierangelo Bertoli)

Avevo detto a fratello Nico che non avrei commentato il suo splendido post su Victor Jara, che ho letto e riletto più volte, per il semplice fatto che lui conosce assai meglio di me la vita e la musica di quello che dev’essere stato un uomo e un cantautore meraviglioso.
Poi, oggi, leggo su repubblica it questa notizia che narra del significato delle parole e interpretazioni ad hoc. Diatribe avvenute anche per vicende italiane e già affrontate sull’italica stampa, tra l’altro. Tutto si lega con il post di Nico, insomma, perché Victor Jara pare non sia stato ammazzato da una “dittatura” ma da un “regime militare”, e la differenza dev’essere veramente abnorme.

Avevo dodici anni, allora, e ricordo bene la faccia rabbuiata di mio padre, comunista di vecchio stampo – di quelli che “il lavoro il lavoro il lavoro…” – durante i telegiornali di rai1 (o del primo canale….) guardato su un televisore CGE a valvole in cui l’immagine appariva pian piano dopo un quarto d’ora dall’accensione. Non una parola, solo la faccia buia di una persona che aveva “saltato” la guerra perché prigioniero in America. Lui che quando doveva ancora compiere diciassette anni incrociò gli occhi di un uomo a pochi metri di distanza da dove oggi abita proprio il buon Nico: aveva in mano una zappa e attaccata al fianco una roncola e stava dissodando un terreno; salutò l’uomo abbassando la testa, senza aggiungere altro, senza fare nulla. Mi consola il fatto che se avesse usato quegli attrezzi per spaccare la testa del duce lui non sarebbe mai invecchiato ed io in questo momento non starei scrivendo questo post.

Digressioni.
Tornando a Victor Jara credo di aver letto – da Galeano o da Cacucci o forse addirittura in qualche vecchio articolo di Minà – che fu ammazzato di botte a calci e pugni e colpi col calcio dei fucili dentro lo stadio di Santiago, mentre gli assassini gli gridavano in faccia sporco cantore comunista o qualcosa del genere. Non da una “dittatura”, no, ma da un “regime militare”.

Il ruolo più importante nel golpe lo ebbe la ITT.

La ITT era un’impresa multinazionale che aveva sedi anche in Cile, già all’epoca capace di inventare macchinari in grado di scoprire guerriglieri nel buio più profondo e più nero del più profondo girone infernale. Aveva profitti maggiori rispetto a molti Stati nonché allo stesso Stato cileno e aveva già speso un patrimonio per far saltare la democrazia in Brasile con un ritorno economico ben più che moltiplicato. Aveva oltre quattrocentomila operai e sedi in una settantina di paesi con un consiglio di amministrazione composto per lo più da vecchie cariatidi con trascorsi nella CIA e produceva e vendeva armi e la gran parte dell’elettronica di allora; inoltre protendeva le proprie mani sulle assicurazioni e sul riciclo del denaro proveniente dal commercio dell’eroina e da quello delle armi e possedeva alberghi di lusso e dittatori da “accasare” qua e là, ove ve ne fosse stato bisogno.
Per la multinazionale americana il buon Allende era troppo democratico, per cui decise che anche in Cile vi si dovesse “accasare” un buon dittatore.

I soldi per il golpe arrivarono in contanti dentro valigette diplomatiche, direttamente da Washington, moneta sonante in grado di finanziare scioperi e proteste fino a paralizzare il sistema di produzione cileno, fino al punto da lasciare libero solo il mercato nero coi suoi prezzi improponibili. Poi, dopo aver strozzato la produzione, affamato i lavoratori e il popolo in generale e aver finanziato una campagna di stampa di stile mafioso contro il tiranno rosso di nome Salvador, le prime navi da guerra statunitensi si affacciarono davanti alle coste: è il momento di sostituire (come mi è capitato di leggere da qualche parte) il comunismo con il consumismo.
Al di là del significato di quest’ultima frase c’è da dire che il direttore della CIA di allora, tal William Colby, spiegava dalla televisione americana al popolo americano che le fucilazioni di massa in Cile servivano ad evitare una guerra civile proprio mentre la signora Pinochet spiegava dalla televisione cilena che la lacrime delle madri dei fucilati cileni avrebbero redento l’intero paese.

Sei anni dopo l’omicidio del Che la più grande città cubana per numero di abitanti dopo L’Avana, Miami, governata da banchieri, mafiosi, cosche e confraternite varie, scese di nuovo in piazza per una grande festa.

Written by Ezio

6 gennaio 2012 at 16:09

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Preti

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Romero, monsignor Romero, arcivescovo a San Salvador, ha parlato per anni con un solo Dio, quello unico e onnipotente in cui gli avevano insegnato a credere. Poi ha scoperto che poteva parlare con tutti, che ogni uomo tormentato dal potere di altri uomini nient’altro è che il figlio del Dio crocifisso; e dietro ogni abuso e ogni tormento vede resuscitare Dio nel popolo. Ogni volta.
Romero tra il ’78 e l’80 era diventato una sorta di grimaldello: irrompeva, imputava, denunciava e le sue omelie domenicali erano diventate un’accusa continua al governo e alle forze di polizia e un’esortazione ai fedeli alla disobbedienza civile, sempre interrotto da lunghi applausi.
Contro, sempre. E così in poco tempo il pastore d’anime pie altro non diventa che un fomentatore d’odio e un terrorista di Stato.
Qualche giorno prima, durante la messa domenicale, aveva esortato il soldati a lasciare le divise e buttare le armi, a disobbedire all’ordine di sparare ai contadini solo perché poveri o comunisti.

È domenica e da poco sono arrivate davanti alla chiesa due macchine della polizia, da una ne è sceso un uomo in abiti civili e dopo essere entrato in chiesa è rimasto appoggiato ad una colonna, in piedi, assorto, ad aspettare il momento della comunione. Romero apre le braccia e offre il corpo e il sangue di Cristo, l’uomo di Stato alza il braccio destro e preme il grilletto. Una volta sola, perché basta una volta sola.
Nessuno saprà mai chi è l’assassino.

Era il 1980, il prete che è morto oggi di anni allora ne aveva 60 e già credeva in un altro Dio, diverso dal primo e dal secondo in cui credette Romero. La notizia, in sé, mi è scivolata addosso come scivola sulla pelle l’acqua distillata, ma siamo all’ultimo giorno dell’anno e il fatto che se ne sia andato uno dei depositari della legge morale, uno di quei padroni della libertà che chiedono obbedienza oggi in nome di una liberazione che vedremo domani nell’aldilà – fermo restando che il domani non diventa mai oggi ma resta sempre domani – (mi) appare come una breve pausa in un periodo di generale tristezza.

Buon 2012

Written by Ezio

31 dicembre 2011 at 15:29

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Da fuori

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Politiker und Journalisten haben eines gemeinsam:
Sie sprechen ueber heute & verstehen es erst Morgen!

È una “pubblicità progresso” che di tanto in tanto passa sugli schermi dei treni e su quelli all’interno delle stazioni in quel di Stoccarda. Mia nipote mi dice che in italiano vuol dire grossomodo:

“Politici e giornalisti hanno una cosa in comune:
parlano oggi di cose che capiranno domani!”

E così, proprio guardando questa piccola diversità rispetto alla pubblicità sui treni italiani, potrei immaginarmi un’altra genesi, un’altra forma di inizio con sterminati Km di ferrovia anche nelle città italiane, un gigantesco serpente di ferro che avvolga l’intera città con le sue spire per andare ovunque si voglia andare, come qui, tra tedeschi e non.
Potrei immaginarmi, dicevo, un’altra genesi anche rispetto alle notizie che arrivano dall’Italia, un altro inizio con meno angoscia, un altro inizio privo di “facce colorate” estratte dal flusso continuo di quelle pallide contro cui puntare una pistola o contro cui pisciare addosso benzina pronta da incendiare.
Ma non è che sia poi così distante, io; e pur trovandomi nel paese in cui s’era deciso che la “razza ariana” era e doveva continuare ad essere l’unica degna di calpestare questo mondo, noto (per quel poco che riesca a vedere) un atteggiamento privo di distacco verso i turchi – che qui sono tanti – i nordafricani e altri stranieri in generale. Semmai, se proprio di distacco si vuol parlare, lo si nota di più proprio verso gli italiani. Ma per quali e quanti possano essere i motivi, storici o culturali, non ho punta voglia adesso di andare a “ravanarci” dentro.
Tornando all’Italia e agli ultimi avvenimenti, ricordo di aver letto che Ezra Pound, poeta e figlio di poeta, attraversò l’Atlantico e giunse nel vecchio mondo per cercare le sue origini, e in Italia si mise in cerca di parole nuove e belle da appendere alle sue poesie. Conobbe troppa gente, tanto che sbagliò amici e sbagliò nemici.
Così, almeno, si limita a scrivere di lui un noto scrittore comunista uruguagio, giustamente rispettoso dell’arte ma troppo, assai troppo, rispettoso degli artisti.

Written by Ezio

15 dicembre 2011 at 11:56

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Dispositivi(2)

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(…) “Tutto ciò che esiste, in un dispositivo, si vede ricondotto o alla norma o all’incidente. Fin quando il dispositivo tiene, nulla può accadere. L’evento, questo atto che custodisce presso di sé la propria potenza, non può venire che dal di fuori come ciò che polverizza quella stessa cosa che doveva scongiurarlo. Quando la musica rumorista esplose, SI disse: «questa non è musica». Quando il 68 fece irruzione, SI disse: «questa non è politica». Quando il 77 mette l’Italia con le spalle al muro, SI disse: «questo non è comunismo». Di fronte al vecchio Artaud, SI disse: «questa non è letteratura». Poi, quando l’evento non dura per molto tempo, SI dice: «veramente, è stato possibile, è una possibilità della musica, della politica, del comunismo, della letteratura». E infine, dopo un primo momento di vacillamento a causa dell’inesorabile lavoro della potenza, il dispositivo si riforma: SI include, disinnesca e riterritorializza l’evento, lo SI assegna ad una possibilità, ad una possibilità locale, quella del dispositivo letterario per esempio. I coglioni del CNRS, che maneggiano il verbo con una prudenza davvero gesuitica, concludono dolcemente: «Se il dispositivo organizza e rende possibile qualcosa, tuttavia non garantisce la sua attualizzazione. Fa semplicemente esistere uno spazio particolare nel quale questo “qualcosa” può prodursi».  
Non SI sarebbe potuto essere più chiari.” (…)

(Tiqqun)

Written by Ezio

9 dicembre 2011 at 17:11

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La posta

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Sbattono le carte sul tavolo da gioco, o rotolano i dadi; con la roulette no, lì non ci si gioca ancora, non è ancora tempo.
L’india è nuda, se ne sta in piedi sopra un tavolino e non prova nessuna vergogna per le tante paia d’occhi che non le si staccano di dosso: occhi vogliosi, bramosi, ma lei non li vede. È nuda e ha le mani legate perché chi se l’è giocata come posta se l’è giocata senza vestiti e con le mani legate. Le indie erano a tutti gli effetti dei trofei da usare quale posta per il gioco, che valevano meno di zero per chi le aveva catturate e fatte prigioniere, anche quando erano causa di duelli mortali o omicidi compiuti da sicari prezzolati. Erano tante, a volte troppe, e le più brutte valevano meno di un animale da soma o una coscia di maiale. I padroni, pii e devoti al Signore al gioco d’azzardo e alla guerra camminavano verso la chiesa, la domenica, seguiti da una sorta di processione d’indie, e dopo averne ingravidate a decine si facevano preti per espiare la colpa e continuare ad ingravidarne altre.
Orfane di padre e di madre ma figlie di una terra sterile d’argento d’oro e d’altri metalli preziosi altro non possono fare che filare cotone il giorno e soddisfare il padrone la notte, così da offrire vestiti e figli meticci da vendere al mercato. I padroni, così facendo, possono sognare altra ricchezza e soffrire meno al pensiero delle fidanzate lasciate invecchiare in terra natia.

Uno dei padroni, padrone di troppe terre e di troppi figli mai riconosciuti e destinato anche lui a farsi prete, ammonisce i giovani sul fatto incontestabile che queste amanti sono testarde più di un mulo e capaci di provare astio anche durante l’amplesso: mai viscerali e mai arrendevoli, sempre tenaci e sempre in grado di sognare, anche dopo anni, la libertà e la bellezza del luogo in cui furono catturate.
Giura di averne vista alcune, nel corso degli anni, capaci di togliersi la vita bevendo veleno o mangiando terra e sterco; e giura di averne viste altre rifiutare il seno ai propri figli e, addirittura, tagliarsi il ventre per tirare fuori il frutto marcio di un’amplesso ottenuto con la forza.
Bisogna stare attenti – ammonisce – perché una di loro ha ammazzato nottetempo uno di noi, nel letto, sgozzandolo nel momento del piacere, e poi è uscita urlando alle altre di fare come lei.

Written by Ezio

6 dicembre 2011 at 14:43

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La terra che prende il nome da una regina vergine

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La Virginia si chiama Virginia perché gli inglesi sentivano il bisogno di dare un nome a un pezzo di terra che avesse lo stesso di una regina vergine, ma nessuno seppe mai se solo di spirito. Lì, in Virginia, Luis De Velasco scoprì la pianta di tabacco, tanto forte da conquistare interi appezzamenti di terra, e scoprì che le malattie ingoiavano uomini e cagavano cadaveri ad un ritmo di pioggia monsonica e scoprì anche che la terra non esiste se non è impressa su di una carta geografica. La carta geografica era inglese, e delle ventotto comunità esistenti ben diciassette erano scomparse dopo il loro arrivo. Alle restanti fu offerto di andarsene o crepare. Luis rimase.
Luis De Velasco era un nome importante, il nome del viceré messicano che gli era stato imposto in Spagna, a Siviglia, dopo che l’indios di nome Opechancanough vi era giunto e dopo che era stato vestito di tutto punto. Oltre al nome imposto prese con sé anche la lingua spagnola e la religione cattolica, giurando di non privarsene mai.
Tornato in in terra d’origine passò per il Messico e lì intraprese il lavoro di guida dei gesuiti nonché di interprete, perché la prima lingua che si parla e la seconda religione con cui ci si sposa non si scordano mai. Poiché fu catturato da giovane e tornò da vecchio i suoi connazionali lo credettero resuscitato e, mentre guidava i gesuiti e continuava a predicare, arrivò in Virginia e lì fu colto da illuminazione e seppellì il saio e cominciò a mozzare le teste dei gesuiti mentre era ancora la loro guida, e insieme al saio seppellì anche il nome del viceré e iniziò a farsi chiamare come prima e continuò a mozzare teste inglesi
Aveva più di ottant’anni – in barba pure alle leggende dell’aspettativa di vita in un tempo discretamente remoto – e stava seduto su una portantina quando un soldato inglese lo trafisse colpendolo alle spalle. Sconfitto, sì, ma sul campo di battaglia, perché anche senza più la forza di camminare sul campo di battaglia voleva trovare la morte.
Trentasette anni prima più di trentamila persone che gli europei chiamavano indios diedero il benvenuto allo sbarco degli inglesi nella baia di Chesapeake in una mattina fredda e nebbiosa, ora ne restano vivi meno di tremila.

Written by Ezio

30 novembre 2011 at 16:22

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Wall Street

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È il 1666 e gli inglesi, dopo lungo peregrinare, finalmente si sporgono a guardare: la bandiera è ben issata e ben esposta sull’isola di Manhattan. Ha il colore degli olandesi perché l’isola è olandese. Non è stata conquistata a cannonate ma pagata la bellezza di sessanta fiorini, finiti nelle mani degli indios Delaware, vecchi proprietari per diritto di nascita da generazioni.
Gli olandesi erano sbarcati sull’isola una cinquantina d’anni prima e quei sessanta fiorini erano serviti per comprare un fazzoletto di terra grande quanto una pelle di toro: avevano bisogno di quel fazzoletto per coltivarci verdure per le minestre serali altrimenti sarebbero morti di fame – dissero in seguito gli indios – e noi gliela vendemmo più per pietà che per soldi.
In seguito, nei decenni che seguirono, aggiunsero che avrebbero dovuto accorgersi in quel frangente della loro attitudine al furto.
Gli inglesi invece non pagano, sparano un po’ di cannonate sulla bandiera e sul fortino e si annettono l’isola.
Nuova Amsterdam, quella che era un immenso mercato di schiavi, certamente il più importante nell’emisfero nord, cambia nome e diventa New York; e la strada dalle alte mura costruite affinché negri meticci e schiavi non potessero scappare diventa Wall Street.

Written by Ezio

28 novembre 2011 at 18:08

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