Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Archive for gennaio 2011

Tra le righe

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Il puttan-tour mediatico pare non permetta di parlare d’altro che di Berlusconi e il suo harem, persino la sommossa in Egitto sembra essere rimasta indietro nei titoli a nove colonne e in quelli dei tiggì.
Eppure… eppure sembra proprio che Dilma Roussef – che un po’ di casini da giovane pare l’abbia combinati – abbia risposto alla lettera dell’emerito presidente della repubblica italiana: “Cesare Battisti resta in Brasile, Lula non si smentisce e la decisione è presa ed è sovrana!”

“La furia del governo italiano nella richiesta di estradizione di Cesare Battisti è configurata, oggi, più come il desiderio di esorcizzare un nemico sconfitto che una semplice, vera, domanda di giustizia”, ha scritto pochi giorni fa il Correio do Brasil.

La Russa, Frattini e compagnia – come avventatamente promesso – si sbrighino a dar vita al boicottaggio economico!

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Written by Ezio

31 gennaio 2011 at 22:17

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Fuochi

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Un’insurrezione, non immaginiamo nemmeno più da dove cominci. Sessant’anni di pacificazione, sessant’anni di sospensione degli sconvolgimenti storici, sessant’anni di anestesia democratica e di manipolazione degli eventi hanno indebolito una certa percezione aspra della realtà, il senso partigiano della guerra in corso.

Non c’è da aspettare una schiarita, la rivoluzione, l’apocalisse nucleare o un movimento sociale. Aspettare è una follia. La catastrofe non è quello che arriverà, ma quello che già c’è. Siamo fin da ora dentro un movimento di sprofondamento di una civiltà. È là che dobbiamo prendere partito. Non aspettare più è, in un modo o nell’altro, entrare in una logica insurrezionale. È sentire di nuovo, nelle voci dei governanti, il leggero tremolio di terrore che non li abbandona mai. Perché governare non è mai stato altro che respingere grazie a mille sotterfugi il momento in cui la folla li appenderà, e ogni atto di governo non è niente altro se non un modo per non perdere il controllo sulla popolazione.

(Comitato invisibile)

Written by Ezio

28 gennaio 2011 at 19:23

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Melgarejo

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C’era una volta (così iniziano le favole, o le storie) o forse no (nel senso che una favola, o una storia, può esserci sempre).

Quando cadde la dittatura, abbattuta a sassate, bastonate, colpi di forcone, colpi di machete e pallottole, il dittatore  Melgarejo non cadde immediatamente con essa, fuggì dalla Bolivia lasciandosi dietro le macerie del suo regime per trovare riparo a Lima, in Perù.
Non è passato molto tempo e ora vive di nulla in una piccola stanza nella capitale peruviana, solo; e dei fasti del suo potere altro non gli resta che un poncho rosso e qualche ridicolo gadget tanto piccolo da poter entrare nelle tasche. Persino il suo cavallo è stato ucciso affinché nulla resti in terra boliviana di quel nefasto periodo: gli hanno tagliato le orecchie e la coda, il resto è stato mangiato.
È fuggito a Lima per un ottimo motivo: lì vive Juana Sànchez. La notte, anziché dormire, la passa davanti a casa Sànchez, urlando con tutto il fiato il nome di Juana. Lei non si fa vedere, non risponde, non apre la porta.
L’aveva comprata, o rapita, o se n’era innamorato in maniera tutta sua anni prima, durante un viaggio di lei e della sua famiglia a La Paz. Lei, non ancora diciottenne, lo incontrò proprio fuori dal palazzo e lui la prese con la forza e si rinchiuse con lei in una stanza. Non uscirono che dopo tre giorni.
Sempre vergine per lui, ogni notte, per tanto tempo, in assoluto silenzio.

Sì, è stata zitta, Juana, per troppo tempo, tanto che altro non sa fare, ancora, che tacere.

Stava zitta quando lui la presentava come una regina, vestita della sua pelle e dei suoi lunghi capelli, a vescovi, ministri e generali dell’esercito durante i banchetti.
Stava zitta quando lui la rinchiudeva in un convento di La Paz perché doveva partire per una campagna militare.
Stava zitta quando lui tornava dalla guerra (proprio come Carlo Martello) e la prendeva in braccio dentro il convento e la portava sempre in braccio fin dentro il palazzo.
È rimasta zitta anche quando lui ha espropriato ottanta ettari di terra agli indios e glieli ha regalati insieme ad un’intera provincia, a lei e alla sua famiglia.
E rimanendo zitta è riuscita, dopo anni, a tornarsene a Lima.

Urla davanti al portone, Melgarejo, ma la porta rimane sprangata dall’interno. Di lei percepisce la presenza dietro il grosso portone: l’odore della bellezza rimasta intatta, l’immagine del viso infantile, la perfezione delle curve del suo corpo, l’umido scivoloso delle anse nascoste del suo corpo, ma lei non si fa vedere né si fa ascoltare. Non esce neanche per dirgli: “Non sono mai stata roba tua! Non sono mai stata lì con te!”

Qualcuno deve averlo seguito da La Paz o forse qualche parente o amico di lei si affaccia da qualche finestra nelle vicinanze, e mentre lui urla il suo nome sulla soglia e la implora di aprirgli la porta due spari e due pallottole nella schiena mettono fine alla sua avventura di (ormai ex) dittatore.

Written by Ezio

19 gennaio 2011 at 15:15

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Lungo il fiume… della memoria

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“Nessuna parola si ode, si alza, cade, se nessuno parla.”
E a volte, magari, è meglio così!

Sono passati otto anni dalla menzogna del governo quando il capo di tutti i capi, Toro Seduto, capisce che il centro del mondo, le Montagne Nere, dove gli indiani parlano coi loro Dèi, verranno violate dopo che qualcuno chiaro di pelle vi ha trovato filoni d’oro. Parla ai sioux, ai cheyennes, agli araphaos e tutti guardano verso il sole: sanno.
Tre giorni e tre notti di canto, di ballo e di festa possono bastare prima che lo sguardo si fissi verso l’orizzonte; là, oltre le colline.

Alce Nero nel 1876 aveva tredici anni e stava facendo un bagno nell’acqua del Little Big Horn, all’udire dei primi spari e delle prime urla uscì dall’acqua e si arrampicò su una collina.
A soli nove anni aveva imparato che gli esseri viventi, che fossero dotati di radici di gambe o di ali, erano stati generati dal sole e partoriti dalla terra, alcova calda dotata di grandi mammelle e molti capezzoli; e a dodici anni vide per la prima volta un uomo bianco: pensò che fosse malato… Qualcuno, poco dopo, gli insegnò anche che sarebbe stato difficile sconfiggere la siccità, la sofferenza e la guerra ormai pronta ad apparire all’orizzonte.

Ora guarda dalla sommità della collina e sente scoppi e vede polvere; e di tanto in tanto, dalla polvere, vede fuggire cavalli senza cavaliere.

Custer, poco tempo prima, aveva fumato il calumet della pace con Anfora Nera, capo dei cheyennes, il quale gli aveva predetto che lo avrebbero ammazzato se avesse tradito il patto di pace, e che nessun guerriero indiano si sarebbe sporcato le mani per scuoiare la sua testa.
George Armstrong Custer, il grande generale, aveva i capelli lunghi e lucenti ma si presentò sul campo di battaglia completamente rapato. Lui non poteva essere sconfitto ma ora il suo cranio brilla completamente intatto illuminato dalla luce del sole; e la luce del sole illumina pure la sua faccia che conserva nella morte quell’espressione idiota di tutti coloro che non possono essere sconfitti.

Non era, Custer, il “generale di vent’anni occhi turchini e giacca uguale” mai esistito della canzone “Fiume Sand Creek” di De André, anche perché la battaglia lungo il fiume Sand Creek avvenne dodici anni prima e non fu condotta da nessun generale poiché Chivington, comandante del terzo reggimento all’epoca, morì coi gradi di colonnello.

Ora, tutto questo, per cercare di parlare il meno a lungo possibile proprio di De André. Mi ero proposto, parecchio tempo fa, di non partecipare più a qualsivoglia tributo in suo nome, o onore, o merito, o omaggio, o ossequio o qualsivoglia altra cazzata, per non dover essere costretto a raccogliere pezzettini di parte della sua carogna o memoria; ma soprattutto, parlando di memoria, pezzettini della mia. Però, complice l’amicizia con dei musicisti fantastici, di tanto in tanto ricado nell’errore. Ieri sera, grazie alla bravura di Maurizio, Riccardo, Mario e soprattutto alla voce di Alberto (Napo) Napolitano, mi sono sentito calare dentro un’atmosfera gioiosa sì ma al contempo malinconica, perché se con Fabrizio De André ho tanto da condividere di Fabrizio De André non ho nulla (non più, da tempo) da condividere.

Written by Ezio

12 gennaio 2011 at 15:54

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Padroni, dello spirito e del corpo

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Deve avere sicuramente ragione, il papa, quando afferma che bandire dalla vita pubblica i simboli religiosi significa limitare il diritto dei credenti all’espressione della loro fede. In effetti i simboli cristiani sono presenti da tempo immemore e nelle strade e nelle scuole e nei posti di lavoro; dunque, perché toglierli?
Erano presenti già nelle piantagioni di canna (da zucchero…) nel ‘700, per far sì che gli schiavi non si sentissero abbandonati al loro destino: i Marchionne d’allora abbreviavano il soggiorno terreno dei lavoratori nel paradiso terrestre mentre i preti dedicavano l’intera loro vita per cercare di salvarli dall’inferno, insegnando loro che la benedizione della sofferenza terrena era il lasciapassare per il godimento dell’aldilà.
La chiesa, oggi, riceve l’otto per mille delle tasse per insegnare la stessa cosa agli schiavi moderni, cioè che Dio li ha fatti nascere schiavi solo nel corpo ma che essa è in grado di rendere libera l’anima: basta lavorare, sottomettersi, obbedire, stare zitti e l’anima diventa candida come le nubi viste da un aereo. Il salvatore, da lassù, vigila su ogni singola persona e prende appunti sul suo taccuino: prende nota di vizi e virtù e poi distribuisce punizioni e ricompense.

Padroni delle persone! Del loro spirito e del loro corpo!

Una volta una delle più alte espressioni ecclesiastiche, padrone di terre di anime di uomini e d’oro, fece un gesto (allora) rivoluzionario, a Cuba: prese dodici dei propri ribelli credendoli semplici schiavi e gli lavò i piedi nel giorno di venerdì santo, davanti a tutta la comunità composta da controllori e controllati, poi offri loro una lauta cena. Questi fortunati, che avevano le schiene segnate dalle cicatrici delle frustate, vergate d’amore, ringraziarono ripagando quel gesto tanto ipocrita da sembrare gentile la notte successiva, dando fuoco alla raffineria di canna da zucchero.
Dopo pochi giorni, davanti ai campi di canna, apparvero quale monito dodici teste conficcate su dodici picche.

Written by Ezio

10 gennaio 2011 at 17:53

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Sotto il sombrero

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Nonostante qualche simpatica battuta di giovani amici mi inciti a saper riconoscere sotto questo sombrero, dai baffetti o dal testone, la faccia del buon Pancho Villa, lì lui non c’è.
E nonostante condivida con Zapata l’idea della divisione tecnica del lavoro, laddove la terra diventa l’unica ricchezza possibile poiché permette agli uomini di raccogliere i frutti dall’albero anziché dal supermercato, neanche il buon Emiliano vi trova riparo.
No, non c’è traccia di messicani.

Non vi trovano ombra neppure gli amici, neanche quelli speciali con i quali si gioisce e si continuerà a gioire la condivisione di tutto ciò che si può condividere, che ringrazio di cuore per la splendida serata che mi hanno regalato.

E non ci sono neanche io, lì sotto: non vi troverei posto e non saprei comunque riconoscermi.

Lì, sotto il sombrero gioiosamente colorato, riconosco i tratti della persona che mi ha cantato e danzato e che mi canta e mi danza da più trent’anni. E non dev’essere affatto facile.

Written by Ezio

9 gennaio 2011 at 19:24

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La freccia che cerca la libertà…

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… è il fuggiasco che cerca la libertà.

La frase “freccia che cerca la libertà” sta racchiusa in una parola di origine antillana: cimarròn. Cimarrones era in effetti una parola usata all’inizio del 1700 per indicare i fuggiaschi in cerca di libertà, quelli a cui dare la caccia non con i giudici ma con i  cani e con i fucili. Gli spagnoli, in quegli anni, indicavano con questa parola anche il toro che scappava dal recinto e fuggiva per i monti.
Col tempo altre lingue la presero in prestito (chimarrão, maroon, marron) e la estesero per indicare il fuggiasco che nelle regioni dell’America latina, una volta scappato, riusciva a costruire un rifugio per sé e e i propri compagni lontano dal padrone, e riusciva a difenderlo aprendo false mulattiere e disseminando di trappole  mortali i dintorni.
Il cimarròn era considerato la cancrena degli stati coloniali.

Written by Ezio

5 gennaio 2011 at 16:02

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Eclisse

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Nuvole di merda!

Written by Ezio

4 gennaio 2011 at 13:16

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Bruciature

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Sembra di (ri)sentire Lincoln Gordon, ambasciatore americano in Brasile negli anni ’60, mentre denunciava la cospirazione comunista del presidente Joao Goulart:

“Nubi oscure e minacciose passeranno sulle teste dei brasiliani e sugli interessi economici del Brasile…”

Lui minacciava dall’alto dell’apparato bellico, di intelligence e finanziario più potenti del mondo.
Questi (mica solo quello nella foto) dal basso della loro ignobile insolenza: sfrontati sì, altezzosi pure, impotenti sempre.

Written by Ezio

1 gennaio 2011 at 21:14

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