Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Ispirazioni e cover

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L’ispirazione al lavoro di altri colleghi è una costante nel panorama musicale italiano e mondiale: “Una storia sbagliata” di De André, per esempio, è a tutti gli effetti una cover di “The ballad of absent mar” di Cohen. Ma, al cosiddetto plagio, ben pochi musicisti – italiani e non – si sono sottratti. Ricordo Fornaciari minacciare Staffelli di sputo in bocca per aver quest’ultimo insinuato che “Blu” fosse una cover di “Era lei” di Michele Pecora; ma cosa dire di “Solo una sana e consapevole libidine….” sempre di Zucchero e di “I’m on fire” di Springsteen? E Delle prime note di “Yanez” di Davide Van de Sfroos e di “Me voy” di Julieta Venegas? Insomma, io sono consapevole di saper suonare a malapena il campanello pigiando col dito sul pulsante e bene il motore della moto ruotando la manopola del gas ma, quando ascoltai per la prima volta “Hombres de hierro” (splendida) di León Gieco restai per un attimo allibito: quella canzone la conoscevo già da tempo, tanto che dopo un po’ ho iniziato ad alternarla con l’ascolto di “Blowin in the Wind” di Dylan, più vecchia di pochi anni.

Nessun musicista-cantautore ha mai ammesso (ma se sbaglio mi si corregga pure) di essersi ispirato per le sue canzoni a canzoni di altri musicisti (ovviamente non parlo di influenza o di stile musicale), figurarsi ammettere il vero e proprio coveraggio!

Quando introdussi su questo blog il video di “Hombres de hierro”, dell’allora giovane León, mi limitai a scrivere che era la prima canzone e che faceva “il verso” ad altre, genericamente, oltre al fatto che non riuscivo a staccarmene.
A distanza di quarant’anni il buon León, durante un’intervista, fa cadere il velo di (non) mistero su quella canzone, in uno splendido siparietto con l’intervistatore, raccontando anche quanto il suo inizio musicale sia stato influenzato da Bob Dylan.

Una breve intervista seguita dalla canzone, tutta da gustare.

Written by Ezio

26 novembre 2011 at 16:00

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L’apicoltore

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Immagine di un apicoltore americano che affumica gli insetti.

Fiumi di parole sono state scritte sulle sommosse nordafricane prima ed europee dopo. Alla fine, sfinito, ho smesso di leggere le stronzate riguardanti articoli che indicano nella cia e nel mossad e nella ricomposizione delle strategie geopolitiche i mandanti. Le persone scendono in piazza perché qualcuno le paga, punto! Sono, devono, essere loro i sicari di cui nessuno accenna nulla. Altri non ce ne sono. E non si scende in piazza senza aver prima riscosso una parcella, parola di esperti che le rivoluzioni le hanno fatte e ne portano ancora i segni addosso e quelle americane le sto pagando io. Andate pure in culo, e senza passare dal via!
Di piazza Thair avevo scritto due righe due qui: constatazione mia e due righe bastano e avanzano.
Oggi, dopo un’altra quarantina di morti ammazzati, la giunta (o il governo) militare si è dimessa; nessuna perdita tra i sicari pagati da chi detiene il monopolio della violenza, che non è un nemico ma il nemico.
Eppure, eppure, nonostante nulla sembra essere più improbabile di un’insurrezione, oggi, nulla sembra essere più necessario.

Qualche altra parola da un vecchio libriccino francese:

“Nella distanza che ce ne separa le armi hanno acquisito questo duplice carattere di fascinazione e di disgusto, che solo il loro maneggiamento permette di superare. Un autentico pacifismo non può essere rifiuto delle armi, solamente del loro utilizzo. Essere pacifisti senza poter far fuoco non è che la teorizzazione di un’impotenza. Questo pacifismo a priori corrisponde a una sorta di disarmo preventivo, è una pura operazione poliziesca. In verità, la questione pacifista non si pone in maniera seria se non per coloro che hanno il potere di fare fuoco. In questo caso, il pacifismo sarà al contrario un segno di potenza, poiché è solamente a partire da un’estrema posizione di forza che si è liberati dalla necessità di fare fuoco.”

Written by Ezio

21 novembre 2011 at 22:38

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El Desembarco

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Sei anni dopo “Por favor, perdón y gracias” esce un albun di inediti di León Gieco: El Desembarco.

Dodici canzoni che non vedo l’ora di ascoltare:

1. Ella
2. El Argentinito
3. Las Canciones
4. Hoy Bailaré
5. Las Cruces de Belén
6. Bicentenario
7. Mi Estrella
8. Fachos
9. 8 de Octubre
10. El Desembarco
11. A Los Mineros de Bolivia
12. Latido del Corazón

Qui quella che dà il titolo all’album:

El Desembarco

Están los que resisten y nunca se lamentan
Los que dicen: “yo para que vivo”
Los que recuperan rápido sus fuerzas
Los que lucran con lo que he perdido

Hay quien sucumbe y se levanta
Hay quien se queda allí siempre tendido
Hay quien te ayuda a despegar y los que nunca
Te reconocen cuando estás vencido.

Cuantos hay que piensan que es tarde para todo
Y cuantos claman “siempre adelante!”
Cuantos los que ven la piedra en el camino
Y cuantos los que nunca miran nada.

La alegría con la fuerza se alimenta
Y no hay muros ni rejas que la frenen
Hay quienes desembarcan ardiendo con un grito
Sin barcos y sin armas por la vida.

Hay alguien que bendiga esta hermosa comunión
De los que pensamos parecido
Somos los menos, nunca fuimos los primeros
No matamos ni morimos por ganar
Mas bien estamos vivos por andar
Esperando una piel nueva de este sol
No pretendemos ver el cambio
Sólo haber dejado algo
Sobre el camino andado que pasó.

Ya es normal ver chicos sin zapatos
Buscando comida en la basura
Y es una postal la puerta de la iglesia
De esa madre con su criatura.

Mientras esto pase no habrá gloria
Es arena que se escapa entre los dedos
Es dolor, es mentiras, es hipocresía
Es un tiempo frágil de estos días.

La ignorancia a veces puede con un pueblo
Y ganan tiranos y verdugos
Creemos que la historia se hizo en un minuto
Y todo lo vivido, un mal sueño.

A veces somos nuestros enemigos
Ensuciamos las rutas y los ríos
Matamos en la guerra y en las calles hoy tenemos
Viejos monumentos de asesinos.

Hay alguien que bendiga esta hermosa comunión
De los que pensamos parecido
Somos los menos, nunca fuimos los primeros
No matamos ni morimos por ganar
Mas bien estamos vivos por andar
Esperando una piel nueva de este sol
No pretendemos ver el cambio
Sólo haber dejado algo
Sobre el camino andado que pasó.

Hay quienes desembarcan ardiendo con un grito
Sin barcos y sin armas por la vida…

Written by Ezio

20 novembre 2011 at 14:21

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Similitudini

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New York 1929

“L’uomo che nessuno conosce”, il libro di Bruce Barton che colloca il paradiso in Wall Street, ha milioni di lettori. Secondo l’autore, Gesù di Nazareth fondò il moderno mondo degli affari. Gesù fu un impresario conquistatore di mercati, dotato di un geniale senso della pubblicità e ben affiancato da dodici venditori fatti a sua immagine e somiglianza. Il capitalismo ha una fede religiosa nella propria eternità. Quale cittadino nordamericano (o occidentale) non si sente un eletto? La borsa è una casa da gioco dove tutti puntano e nessuno perde. Dio li ha fatti prosperi. L’impresario Henry Ford vorrebbe non dormire mai, per guadagnare più soldi.

New York 1929

La speculazione cresce più della produzione e la produzione più del consumo e tutto cresce a un ritmo vertiginoso finché esplode, improvvisa, la crisi. Il crollo della borsa di New York riduce in cenere, in un solo giorno, i guadagni di anni. D’un tratto le azioni di maggior valore si trasformano in carta straccia che non serve neanche per incartare il pesce. Le quotazioni cadono in picchiata, e in picchiata cadono i prezzi e i salari e più di un uomo d’affari dalla terrazza. Chiudono fabbriche e banche; i proprietari terrieri sono rovinati. Gli operai senza lavoro si riscaldano le mani davanti a falò di rifiuti e masticano gomma per consolare la bocca. Le più grandi imprese precipitano; e persino Al capone crolla inesorabilmente.

(E Galeano)

Written by Ezio

18 novembre 2011 at 18:29

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I tecnici

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È nato, abbiamo perso due monti su tre ma alla fine l’uovo s’è schiuso.

Non si vede altro che una terra arida e spaccata, da nord a sud e da est a ovest, una lunga strada dalla Sicilia al Trentino priva di barriere e ai lati l’infinito, secco.
Ne ho conosciute di persone così, ai bei tempi del calcio in parrocchia e della scuola. Figli di papà perché il mio e quello di pochi altri erano operai, già consapevoli del fatto che saremmo diventati bravi quanto i nostri genitori a impilare mattoni e montare caldaie e prese elettriche. Il prete e i professori non capivano quale potesse essere la differenza, in futuro, tra noi e loro, oltre al fatto che montare caldaie e prese elettriche e impilare mattoni loro non sarebbero riusciti a farlo.

Written by Ezio

16 novembre 2011 at 18:43

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Lavare i cessi

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Lavare i cessi, certo, è un lavoro umile. Ma anche per lavare i cessi tocca far la fila. Sembra (non è certo ma pare sia certo) che quelli che trovano nella “criminalità” dei centri sociali umiliazioni meno pesanti e un più congruo costo-beneficio rispetto al fare la fila per pulire i cessi a quattro euro l’ora non abbiano alcuna intenzione di indurre nella scelta; e l’amore e il rispetto per la società corrente non gli verrà inculcato con nuove leggi, né con la galera. L’orda dei pensionati e dei cassintegrati non potrà sopportare molto a lungo la scure sui redditi e neanche l’idea di un reddito di sopravvivenza, garantito dallo stesso che deruba, potrà garantire un accordo di pace sociale, foss’anche relativa anziché durevole. La vita non è sopravvivenza, vale qualcosa di più di un rancio, o di un immobile, o di una camionetta, o di un’automobile, o di una statua.
Quelli del volemose bene, delle bandiere, dei fischietti, delle sigle dei partiti, degli slogan gandhiani, dell’autocontrollo generalizzato e alle brutte “controllato” dentro le marcette non risparmieranno a se stessi e agli altri una dittatura economica: rendono solo più agibile la percorrenza di una strada già spianata, dove la spoliazione di redditi già ridicoli non potrà che aumentare e dove il controllo si farà sempre più sottile nonché preciso e tagliente.

Written by Ezio

17 ottobre 2011 at 22:32

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Roma

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Uno striscione recitava:

“Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente!”

Non troppi anni fa in Francia si recitava:

“Non ci sarà soluzione sociale alla situazione presente, perché il presente è senza uscita e il futuro non ha più un avvenire!”

Written by Ezio

15 ottobre 2011 at 23:43

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A giudizio di Lalande

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Lalande 21185 è una stella situata nel gran carro (o nell’orsa maggiore) ed è una tra le tante stelle che non ho mai osservato col mio telescopio. È una nana rossa, ovvero una stella con poca massa, per cui abbastanza fredda e assai più longeva del nostro sole, ed è relativamente vicina alla terra (circa otto anni luce ovvero circa ottantamila miliardi di km). Prende il nome da Joseph Jérome de Lalande, astronomo francese della seconda metà del ‘700.

L’idea di volare – sembra che, nonostante il genio, neppure Leonardo sia mai riuscito a far volare una delle sue intuizioni – era già diffusa fin dalla fine del ‘500 e appena un secolo dopo Joseph Glanvil ebbe a scrivere che nel giro di poche generazioni l’uomo sarebbe riuscito a volare nelle regioni incognite dell’emisfero sud e finanche sulla Luna. Un tale viaggio – sostenne – non sarà considerato più strano di un viaggio nelle Americhe.
Però, come troppo spesso accade, ogni idea rivoluzionaria capace di troncare con i dogmi acquisiti deve scontrarsi con il giudizio e i commenti dei critici: critici beninteso certificati dalla loro acquisizione sul campo di battaglia.
Lalande era all’epoca una persona importante, credibile, di cultura, e non esitò a scagliarsi contro i giornalisti che simpatizzavano per i pionieri del volo umano attraverso l’aiuto delle macchine.

“Scrivono così spesso e così tanto di macchine volanti e di rabdomanti e di invenzioni illogiche che alla fine i lettori potrebbero credere a queste pazzie. Inoltre potrebbero pensare che gli scienziati che collaborano coi giornali non abbiano niente da obiettare contro certe prese di posizione. È dimostrato. È stato dimostrato più e più volte che l’uomo non possa sollevarsi in aria per cui solo un emerito ignorante può pensare che idee così fantasiose, anche guardando a un futuro tanto lontano, possano essere realizzabili.”

In effetti il buon Joseph Jérome de Lalande dovette aspettare un solo anno per veder confutata la sua tesi e quella della maggioranza degli scienziati dell’epoca. Giusto un anno dopo – per l’appunto e per ironia della sorte – furono due suoi connazionali di cui uno col suo nome, Joseph e Étienne Montgolfier, a far sollevare un pallone aerostatico ad Annonay. Dopo pochi mesi un altro pallone gonfiato con idrogeno sorvolava Parigi sotto la direzione del fisico César Charles. Erano palloni senza “passeggeri” ma nello stesso anno i due Montgolfier fecero volare sul loro “aeromobile” una pecora un gallo e un’anatra aprendo così la possibilità di volare agli esseri umani. In effetti, sempre nello stesso anno, i Montgolfier fecero giustappunto volare passeggeri umani.

Si racconta che le parole di Lalande – come sempre accade ai geni di ieri e di oggi che tutto sanno e tutto comprendono del presente e del futuro – siano state falsate, distorte, falsificate e travisate.

Written by Ezio

15 ottobre 2011 at 15:49

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Dispositivi

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“Qual è il dispositivo perfetto, il dispositivo-modello a partire dal quale nessun malinteso potrà sussistere sulla nozione stessa di dispositivo? Il dispositivo perfetto, mi sembra, è l’autostrada. Laddove il massimo di circolazione coincide col massimo di controllo. Nulla vi si muove che non sia incontestabilmente «libero» e allo stesso tempo incasellato, identificato, individuato su di un’esauriente scheda di immatricolazione. Organizzata in rete, dotata dei propri punti di approvvigionamento, della sua polizia, dei suoi spazi autonomi, neutri, vuoti e astratti, il sistema autostradale rappresenta anche un territorio, dislocato per bande attraverso il paesaggio: un’eterotopia, l’eterotopia cibernetica. Tutto al suo interno è stato parametrato con cura perché non accada mai nulla. Lo scorrere indifferenziato del quotidiano è punteggiato solo dalle serie statistica, prevista e prevedibile, di incidenti dei quali tanto più si viene informati quanto più non ne siamo mai testimoni, e che sono dunque vissuti non come degli eventi, delle morti, ma come una perturbazione passeggera le cui tracce saranno cancellate nel giro di qualche ora. Del resto, si muore molto meno sulle autostrade che sulle strade nazionali, ricorda la Società Autostrade; sono solamente i cadaveri degli animali schiacciati, i quali si segnalano per le leggere deviazioni che producono sulla direzione delle vetture, a ricordarci quello che vuol dire pretendere di vivere dove gli altri passano.
(…)
All’inizio ci sarebbe questa volta un fastidio, un fastidio legato alla generalizzazione dei congegni di sorveglianza nei magazzini, specialmente delle porte antifurto. Ci sarebbe la leggera angoscia, al momento di oltrepassarle, di sapere se suonerà o meno, se si sarà estratti dal flusso anonimo dei consumatori come «il cliente indesiderato», come «il ladro». Ci sarebbe dunque, questa volta, il fastidio – chissà? il risentimento – di essersi fatto prendere qualche volta e la chiara prescienza che i dispositivi da qualche tempo si sono messi a funzionare. Infatti, questo compito di sorveglianza è sempre più affidato esclusivamente a una massa di vigili che hanno l’occhio, essendo essi stessi dei vecchi ladri. Vigili che sono, in tutti i loro gesti, dei dispositivi con le zampe.
(…)
Per ciò che concerne i dispositivi, la propensione volgare – quella del corpo che ignora la gioia – sarà di ridurre l’attuale prospettiva rivoluzionaria a quella della loro distruzione immediata. I dispositivi fornirebbero allora una specie di capro espiatorio oggettivo sul quale tutti si metterebbero d’accordo in modo univoco. E lo si riannoderebbe ai più vecchi fantasmi moderni, il fantasma romantico che chiude Il lupo della steppa: quello di una guerra degli uomini contro le macchine. Ridotta a questo, la prospettiva rivoluzionaria ridiverrebbe una frigida astrazione. O il processo rivoluzionario è un processo di accrescimento generale della potenza o non è niente. Il suo Inferno è l’esperienza e la scienza dei dispositivi, il suo purgatorio la condivisione di questa scienza e l’esodo fuori dai dispositivi, il suo Paradiso l’insurrezione, la loro distruzione. E questa divina commedia tocca a ognuno percorrerla come un esperimento senza ritorno.”

(TIQQUN)

Written by Ezio

11 ottobre 2011 at 15:14

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Il giorno dopo

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La Paz è in festa. Il generale René Barrientos, partorito in una topaia e vissuto fino a dieci anni prima in un manicomio della CIA, attraversa la città seguito dal ringhio dei suoi soldati. È un vero bagno di folla, anche se qualcuno, di nascosto, osa sputare per terra dopo il suo passaggio.
Non sono bastati milleottocento uomini in divisa appoggiati dalle migliori diavolerie elettroniche dell’epoca montate sugli aerei della CIA per stanare El Che e i suoi sedici compagni: ha dovuto chiedere aiuto, pagando cinquecento pesos, a Manuel Herrera, contadino squamoso di lungo corso e di lunga lingua biforcuta.
Ora, ammirato dalla folla festante, imbocca l’uscio del palazzo del governo seguito dal fido cane da guardia Nene, soldato gigante anch’egli di lungo corso, fedele e pronto a dare la vita per il suo padrone, e firma la svendita del suolo e del sottosuolo boliviano. Una volte per sempre, perché una volta è per sempre.
Nessuno ha saputo tener conto dei suoi figli e delle sue donne; e nessuno ha tenuto il conto degli operai e degli artisti ammazzati e dei suoi discorsi e della sua ricchezza, perché al rubare non c’è mai fine.

Poco più in là, a uno sputo dall’isola di Cuba, gli esiliati fuggiti a Miami dopo la sconfitta di Batista esultano e lo eleggono uomo dell’anno. Qualcuno di essi riuscirà ad arricchirsi sul suolo americano; altri, ben più che la maggioranza, si disputeranno gli avanzi di cibo coi cani randagi e coi topi.

Written by Ezio

10 ottobre 2011 at 14:36

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Parole d’artista

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“La vera novità della pittura messicana, nel senso in cui la iniziammo con Orozco e Siqueiros, fu di far diventare il popolo l’eroe della pittura murale. Fino ad allora gli eroi della pittura murale erano stati gli dèi, gli angeli, gli arcangeli, i santi, gli eroi della guerra, i re, gli imperatori e i prelati, i grandi capi militari e politici, e il popolo appariva come il coro intorno ai protagonisti della tragedia… “

(Diego Rivera 1924)

Written by Ezio

6 ottobre 2011 at 19:43

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Giornalismi

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Written by Ezio

6 ottobre 2011 at 19:42

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Alla faccia del copyright

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Proprio oggi è arrivato il DELL da 17 pollici con Windows 7 installato e nonostante si sia “impallato” solo (“solo”) tre volte (persino per aprire il solitario) tale “ciofeca” di sistema non (“non”) operativo sta ancora lì e vi resterà fino a domani. Non oltre domani. Il fisso, che deve ancora arrivare, non soffrirà di tale malattia e non avrà bisogno dell’antibiotico estratto dal pinguino poiché l’ho ordinato rigorosamente privo di “finestre”. Pago l’hardware, niente di più!

Ne ha fatta di strada il buon linux in questi vent’anni e ora non manca più nulla, né per la grafica né per la musica né per la navigazione in rete. E ovviamente non manca nulla per quanto riguarda accessori, scienza, sviluppo e personalizzazioni. Quando penso alla comunità Ubuntu la mente ritorna ad un libro che ho avuto la fortuna di leggere un paio di volte e che ho rifiutato di prestare anche agli amici più amici: “Il mutuo appoggio”, di Kropotkin.

Alla faccia del copyright!?!?
In culo, al copyright!

Written by Ezio

29 agosto 2011 at 22:09

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Don Gallo con gli occhi aperti

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Un prete, una volta, arrivò a Potosì dall’Europa. Potosì era allora una sorta di sistema cardiocircolatorio, tanto che su quelle “vene” Eduardo Galeano ci ha scritto un intero libro: “Le vene aperte dell’America latina”. Erano vere e proprie vene al cui interno, oltre al sangue dei lavoratori, scorreva argento a fiumi nonché di tanto in tanto qualche goccia d’oro. Il salasso alla gola della montagna permetteva di “aggregare” l’Argento e di farne lingotti, a milioni. Una volta imbarcati nel porto di Arica attraversavano l’oceano per gettarsi sui porti delle rive dell’Europa: la guerra è progresso, e costa.
Potosì era, nel 1600, la città più cara del mondo per ciò che riguardava le mercanzie europee: alcool di contrabbando, seta francese, vetro di Venezia, avorio indiano e chi più ne ha più ne metta; a buon mercato erano reperibili solo foglie di coca, che ammazza la stanchezza e permette di lavorare anche venti ore al giorno.
Quando uscivano dalla montagna, i “lavoratori”, dopo una intera settimana passata sottoterra, avevano gli occhi chiusi perché abbagliati dalla luce e le schiene incurvate dai picconi e rigate dalle frustate: tre o quattro anni di lavoro per crepare di silicosi o di stenti.

Il prete vede passare davanti a sé questi spettri e non può far altro che sbarrare gli occhi, e guardare.

“Non posso guardare… non posso continuare a guardare queste anime che saltano su dall’inferno!” dice ai soldati che l’accompagnano.

“Allora guardi altrove, o chiuda gli occhi!”

“Non posso chiuderli, se li chiudo vedo di più!

Complice una serata di caldo opprimente ieri sera ho ascoltato senza guardare l’ultima requisitoria del Don Gallo alla TV, standomene sul mio terrazzo comodamente adagiato su una sdraio. Grappa, sigaretta e l’idea che sì, a volte è vero, non sempre l’abito fa il monaco. Oltre l’uomo, in questo caso, c’è un prete che non può chiudere gli occhi.

Written by Ezio

23 agosto 2011 at 15:24

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Che dire?

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Che dire quando ci si imbatte in articoli così? http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=159890&sez=HOME_NELMONDO

Fu la seconda sconfitta militare degli Stati Uniti dopo quella inflitta loro da Pancho Villa. Altre ne sarebbero arrivate in futuro.
Tre giorni furono sufficienti ai cubani per sconfiggere l’armata silenziosa ai media: quattro aerei abbattuti, sette navi in fuga e un presidente costretto ad accollarsi la responsabilità totale anziché parziale della sconfitta. A fare giustizia, da un punto di vista storicamente spudorato, fu un tizio di nome Osvald.
La CIA aveva creduto a spie mercenarie, abituate a raccontare ciò che si vuole sentirsi raccontare; e i contorni geografici e la morfologia di un pezzo di terra sono assai diversi da una cartina militare che non mette mai nel conto la storia pregressa dei popoli che vi abitano, popoli costituiti da persone capaci di mostrare il petto alle pallottole ma di usare come un’arma tutto ciò che ritengono utile.
Somoza aveva chiesto i peli della barba di Fidel quale souvenir per la vittoria imminente, ma quando i mercenari della CIA partiti dal Nicaragua e dal Guatemala sbarcarono anziché delle paludi previste trovarono case e scuole, strade e ospedali, nonché un esercito di venticinquemila uomini.
Dulles aveva rassicurato pochi giorni prima il presidente. Due settimane, due settimane o poco più e Cuba sarà un protettorato americano. Il popolo cubano non può sopportare oltre il regime di Castro e si unirà a noi un istante dopo lo sbarco.

Written by Ezio

18 agosto 2011 at 15:46

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