Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Un battaglione di soldati a difesa della patata

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“Disse il soldato al suo re
nuovo mondo tu avrai
dammi tempo e vedrai.
L’indio il coltello puntò sulle stelle a ponente
e le navi contò
poi disse: oltre il mare c’è il niente
chi viene dal niente nemico non è.”
(Inca)

Ricordo una piccola discussione, a voce, qualche anno fa, in cui sostenevo che anche un gruppo come i Pooh, non propriamente un punto di riferimento musicale per me, tra le quattrocento e più incisioni erano riusciti a proporre tre o quattro belle canzoni. Continuo a sostenerlo confortato dal fatto che il giudizio su una canzone, per quanto bella o brutta che sia, è e resterà un fatto soggettivo.
Ma, in ogni caso, non è certo dei Pooh e delle loro canzoni che intendo dissertare (anche perché ne conosco poche), però mi piace introdurre questo post con una delle due canzoni che non disdegno affatto di ascoltare di tanto in tanto: “Inca” e  “L’ultima notte di caccia”. Punto

Il grande sacerdote impose all’Inca di scavare, giù, in profondità, fino a trovare i cadaveri degli amanti che avevano subito la triste condanna, per bruciarne i corpi e liberare le loro ceneri nel vento. Ma l’Inca non trovò ossa bianche né carne putrida e infestata da vermi. Al posto dei resti dei condannati trovò una sorta di radice, una radice vagamente sferica.
Gli amanti erano stati condannati alla sepoltura, vivi e uniti, legati assieme, perché avevano violato le leggi sacre. Lei era una vergine con destino scritto da altri, destinata appunto al Dio Sole, ma scappò dal tempio e si unì ad un umile contadino. Dopo la sepoltura la leggenda narra che lungo i fiumi scomparvero le vene d’oro, e che le stelle del cielo cambiarono posizione, e il nord divenne sud e l’est l’ovest, e i raccolti andarono persi perché la terra fertile del regno degli Incas divenne sterile tranne pochi metri quadrati, pieni di humus e fiori di tutti i colori dell’arcobaleno, quelli sopra la tomba. Per questo il grande Sacerdote diede ordine di disseppellire i cadaveri per bruciarli.

Così, racconta una leggenda, gli Incas scoprirono la patata.

Era talmente raccomandata dagli indios che dal Perù, in poco tempo, invase tutta America del sud diventando la fonte principale di cibo con cui sfamare uomini e animali.
Due secoli e mezzo dopo Colombo aveva invaso pure tutta l’Europa, solo che, essendo raccomandata da esseri qualificabili come animali, nel vecchio mondo era destinata, giustappunto, esclusivamente  agli animali: maiali, carcerati, matti, moribondi. Feccia o riserve di carne.
In alcune regioni francesi venne addirittura proibita e in altri luoghi fu accusata di causare malattie come lebbra o tifo e, per un breve periodo, la povera patata corse il rischio di essere messa fuorilegge.
Sfamato con tale tubero per lungo tempo poiché detenuto dentro un carcere prussiano, un nutrizionista francese di nome Parmentier ne scoprì il sapore e tutta una serie di valori nutrizionali e, dopo essere uscito dal carcere ed essere tornato a Parigi, organizzò una cena a base proprio di questo tubero denigrato. Tra i partecipanti, oltre a varie autorità francesi, v’era pure l’ambasciatore americano Franklin.

Tutto il menù a base di patate, dal pane alle zuppe alle insalate nonché come dolce nella forma di torta di patate, e da bere alcool ricavato dalla fermentazione delle bucce di patate.
Fu convincente, Parmentier, nella sua arringa da consumato avvocato a favore del tubero. Disse che il frutto degli Incas sarebbe stato in grado di sfamare l’intera Europa poiché, crescendo sotto terra, né il ghiaccio né la grandine potevano rovinare il raccolto.
Fu talmente convincente che Luigi XVI ordinò ad un battaglione dell’esercito di montare la guardia in modo permanete ad una coltivazione di patate, proprio nei pressi di Parigi.

Poco tempo dopo, a Versailles, Maria Antonietta si presentò vestita come una regina al cospetto di Parmentier e gli diede un bacio per ringraziarlo davanti ad una nutrita schiera di nobiltà. Il re non abbassò gli occhi, anche se di lì a poco se ne sarebbe innamorato.

Il frutto degli Incas destinato ai maiali per ben più di due secoli diventava improvvisamente il cibo prediletto dei nobili francesi, là dove mangiare con gusto era una sorta di religione rigorosamente priva di non credenti.
Quattro anni dopo iniziava la rivoluzione.

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Written by Ezio

6 agosto 2011 a 11:51

Pubblicato su Senza Categoria

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