Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Un pezzo difficile… ma anche facile

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Raccontare la scienza anziché divulgarla? Mi chiedo dove sia finita quella curiosità che ha permesso a centinaia di giovani “matti” – come li chiama Loris Ferrari – di scoprire, magari casualmente, cose rivelatesi essenziali per le vicende umane, difficili sì da divulgare ma facili da raccontare. O magari esiste ancora, quella curiosità, rinchiusa nei cassetti più reconditi di qualche multinazionale che paga per tenerli nascosti per il tempo dovuto, o voluto. Si ha come la sensazione, in questo tempo che viviamo, altamente scientifico e tecnologico, che il progresso scientifico stesso tenda ad abbreviare la vita delle teorie scientificamente valide.

Si buttano nella spazzatura cetrioli e altri ortaggi, in questo periodo, nonostante non ci siano notizie di contaminati da Escherichia coli tra i vegani. Immagino che lo si faccia anche perché “divulgare”, in qualcuna delle sue accezioni, può significare “volgarizzare”, “diramare”; mentre il termine “raccontare” mantiene significati che mettono più a proprio agio, quali “esporre” o “spiegare”.

Ed ha ragione, l’amico Mattia – che saluto con un forte abbraccio – soprattutto quando afferma che la scienza non è semplicemente un bene comune ma è il bene comune.
Solo che in questo momento sta tutta (come del resto ogni altra cosa) nelle mani del mercato e appare (almeno a me) assai poco comprensibile nonché assai poco umana.

Articolo pubblicato su Nuovo Paese sera

http://www.paesesera.it/Blog/and-science-for-all/Un-pezzo-facile

Un pezzo facile (?)

(di Mattia Della Rocca)

Raccontare la scienza. Mi sono reso conto che, nelle ultime settimane, ho sempre preferito questa espressione a quella di “divulgazione scientifica”, quando parlavo della mia proposta al Nuovo Paese Sera per questa rubrica. Ripensandoci, ho avuto almeno un paio di motivi per questo.Primo, il termine classico rischia di relegare chi lo usa nello sconfinato limbo dei nerd, e sebbene io sia perfettamente consapevole di trovarmi su una linea di confine, tengo ancora alle mie – seppur già limitate da anni di frequentazione accademica – abilità sociali e relazionali.Secondo, il termine “divulgazione” sembra sempre dare una dimensione verticale, un po’ snob, alla circolazione delle notizie sulla scienza.  Non sono mai riuscito a trovare troppo amabili degli individui in camice bianco che si affacciavano da una cattedra con il compito di “diffondere la verità al popolo”. Chissà da dove nasce questa insofferenza.
Il fatto è che ho sempre pensato “l’esposizione di contenuti scientifici in termini accessibili a un pubblico non specialista” in maniera diversa da quella tradizionale. Più che una traduzione di dati e teorie in un linguaggio di uso comune, la immagino come spettegolare a chi si incontra sull’autobus le migliaia di tracce e sbavature di gesso lasciate sulle lavagne consumate delle Università del mondo intero. Come  ingegnarsi a trovare il modo migliore per parlare di un esperimento mentre si prepara il pranzo domenicale in famiglia. Come cercare le parole giuste per trasmettere il contenuto delle centinaia di articoli che quotidianamente appaiono sulle riviste specializzate a un pubblico non troppo diverso da quello che ogni giorno fa la spesa in quegli stessi quartieri dove i ricercatori vivono tra un progetto e l’altro (un pubblico che, al di là di ogni successiva considerazione, dimostra spesso di possedere sorprendenti competenze in chimica organolettica, soprattutto nelle ore più calde di mercato, quando la competizione per la frutta e le verdure migliori diviene spietata). Come illustrare l’armoniosa bellezza di un modello cognitivo a un’armoniosa bellezza conosciuta nell’isola pedonale del Pigneto, riuscendo contemporaneamente a non essere scaricato prima del secondo giro, solo al bancone del pub e con una copia di Science nella tasca dei pantaloni.
Dicevamo dunque, raccontare la scienza. La scienza per tutti. E tanto per aggiungere, in Italia. Come se non fosse già un arduo compito di per sé.  Ammettiamo da subito che qualche punto problematico c’è, ed è riassumibile nel modo seguente: il grande paradosso della divulgazione scientifica consiste nella sua progressiva scomparsa dalle discussioni di ogni giorno, proprio quando il mondo continua inesorabilmente a trasformarsi in un ambiente sempre più affollato di scienza e tecnologia. In parole povere, sembrerebbe che all’aumentare dei progressi scientifici corrisponda un generale disinteresse a riguardo da parte sia di chi cerca che di chi fa informazione. Certo, vi sono alcune sporadiche eccezioni, ma anche in quei casi, non sempre le notizie scientifiche sono comunicate nella maniera migliore, preferendo spesso un idiota sensazionalismo a un’esposizione strutturata, magari leggera nella forma ma esaustiva nei contenuti. Eppure, cercare di addentrarsi nei risvolti delle scoperte scientifiche contemporanee, a conti fatti, pare essere un’esigenza più sentita di quanto si possa immaginare. Facciamo un esempio?
Proprio mentre scrivo questo primo pezzo – un pezzo facile[1], Mister Feynman ? –  il mio coinquilino osserva dubbioso l’etichetta di un succo di frutta, chiedendosi cosa si celi davvero dietro le sigle degli aromi artificiali. L’anziana signora, mia vicina di casa, sta probabilmente prendendo sonno, mentre pensa a come stare in guardia dal “batterio spagnolo dei cetrioli killer” (giuro, mi ha confidato le sue preoccupazioni esattamente in questi termini, mentre eravamo in fila per pagare il condominio). Persino i due adolescenti che da qualche sera hanno preso l’abitudine di stazionare nel cortile sotto casa rivolgono la loro più totale attenzione verso le stelle – con qualche eccezione per gli sguardi che si lanciano di tanto in tanto, con una certa furtività, alla ricerca di una conferma che li spinga verso il passo successivo del corteggiamento. Quello che avete appena letto potrà sembrarvi uno spaccato di vita qualsiasi di un qualsiasi quartiere romano. Però, riflettendoci bene, modifica sostanzialmente il problema di partenza. Vivendo a metà tra questo mondo di case popolari e quello dove la scienza si fa ogni giorno, si finisce a pensare che le domande sul come divulgare la scienza siano secondarie rispetto al perché. Gerald Edelman, biologo e fondatore del Neurosciences Institute di San Diego, in California, coniò per descrivere la coscienza l’espressione di “presente ricordato”[2]. Ciò di cui siamo coscienti, secondo Edelman, è uno scenario estremamente complesso e coerente in cui ciò che in un dato istante percepiamo si relaziona a migliaia di pensieri, di ricordi, di sensazioni del nostro corpo. Personalmente, quando penso a cosa significhi raccontare la scienza, non riesco a togliermi dalla testa che si tratti in fondo di un compito simile a quello espletato dalla coscienza. Raccogliere le scoperte più interessanti che ogni giorno escono dai centri di ricerca, metterle in collegamento tra di loro, con la società, con gli individui che a questa società danno vita, e infine con l’ambiente fisico in cui essi vivono insieme a milioni di altre specie. Con una metafora da settimanale enigmistico, potremmo dire di «unire i punti da 1 a 5 miliardi», consapevoli che la disposizione di questi punti potrebbe cambiare, nuovi altri se ne potrebbero aggiungere, altri ancora potrebbero sparire dalla mappa. Ma il gioco continuerebbe a valere la candela, perché l’immagine ottenuta sarebbe quella attraverso la quale siamo in grado di comprendere l’universo in cui viviamo.
La verità è che la scienza è un bene comune. Anzi, essa è il bene comune, per eccellenza.Migliaia di persone, in ogni parte del pianeta, lavorano ogni giorno per svelare e accedere ai meccanismi più intimi e complessi della natura. I salari non troppo alti, i piccoli riconoscimenti accumulati faticosamente in anni di fatica e il pessimo cibo dei buffet offerti ai convegni non sono sufficienti a comprendere le motivazioni che spingono così tante menti a dedicare la loro vita alla ricerca. Forse non tutti lo ammetteranno ad alta voce, ma la verità è che chi dedica un’esistenza alla scienza, lo fa perché gli esseri umani possano vivere in maniera sempre più consapevole, sempre più profonda, sempre migliore. Le eccezioni ci sono, ma meno di quanto si possa immaginare. E se questo è l’ideale dietro la ricerca scientifica, allora dovrebbe essere anche quello da cui far partire la divulgazione scientifica.
Raccontare la scienza, insomma, per permettere al mio coinquilino di sapere cosa sono davvero gli additivi alimentari, e come non tutti siano propriamente innocui per la salute, soprattutto dei bambini in età preadolescenziale e con una vulnerabilità verso il deficit di attenzione e iperattività (McCann et al., 2007)[3]. Raccontare la scienza per assicurare un sonno migliore alla mia vicina di casa, e farle capire che Escherichia Coli non è certo una nuova, terrificante minaccia, ma un comune batterio presente da sempre nell’intestino di ognuno di noi (e proprio di lui parleremo fra qualche settimana, in un approfondimento dedicato). Raccontare la scienza per far sì che quei due lì sotto, in cortile, scoprano che i corpi celesti che stanno guardando hanno probabilmente smesso di brillare da secoli, e che questa consapevolezza li porti a riflettere sul tempo, sulla vita, e sul fatto che dovrebbero baciarsi prima che sia ora di tornare a casa (confesso spudoratamente di tifare per lui, che si trova in un chiaro stato di innamoramento folle). E raccontare la scienza magari anche per spiegare a lei che le sensazioni che prova quando lui la fissa con quell’espressione languida, sono influenzate dai segnali che certi neuroni, in grado di riconoscere le azioni altrui e di “simularle” all’interno del suo cervello, le stanno trasmettendo in continuazione fornendo le basi neurali per quel meraviglioso feeling (Rizzolatti, 2004; Gallese, 1998)[4][5]. Se mi leggi, puoi fidarti: è davvero innamorato di te.
Raccontare la scienza, dicevamo all’inizio. Con questo “articolo numero 0” spero di aver spiegato il mio perché – temo che anche il mio personalissimo come abbia iniziato a palesarsi – e soprattutto, spero di aver detto abbastanza e abbastanza poco per solleticare un po’ di curiosità in chi mi legge. Consideratelo per quello che è: un primo, piccolissimo e personale contributo per far sì che la scienza e la vita di ogni giorno possano tornare a camminare a braccetto. Non è mai stato, e forse mai sarà, un cammino facile, ma è proprio questo che rende il tutto interessante. In fondo, ce lo stavamo dicendo prima, ci si prova per permettere a un numero sempre più ampio di persone di svegliarsi al mattino in un mondo più consapevole, più profondo, un mondo migliore.Nell’attesa, per inciso, si potrebbe fare qualcosa per svegliarsi in un mondo dove l’acqua sia ancora pubblica e l’energia non provenga dal nucleare. Vediamo un po’ cosa si può fare a riguardo.

[1] Il titolo di questo pezzo vorrebbe essere un omaggio a FEYNMAN, R. P. (1994). Six Easy Pieces.Essentials of Physics Explained by Its Most Brilliant Teacher, Reading, Perseus (trad.it, Sei pezzi facili, Adelphi, Milano, 2000). Un’insuperabile introduzione ai problemi della fisica contemporanea, capace di condensare in poco più di 200 pagine la curiosità di una vita dedicata alla scienza e il talento di una mente straordinaria, Nobel per la fisica nel 1965. [2] EDELMAN, G. (1990). The Remembered Present: A Biological Theory of Consciousness, New York, Basic Books (trad. it. Il Presente Ricordato, Rizzoli, Milano, 1991) [3] McCANN, D., BARRETT, A., COOPER, A. et al. (2007). Food additives and hyperactive behaviour in 3-year-old and 8/9-year-old children in the community: a randomised, double-blinded, placebo-controlled trial, pubblicato online in Lancet, 6 settembre. [4] RIZZOLATTI, G., CRAIGHERO, L. (2004). The mirror-neuron system, in Annual Review of Neuroscience, 27, pp. 169–192. [5] GALLESE, V., GOLDMAN, A.I. (1998). Mirror neurons and the simulation theory, in Trends in Cognitive Sciences, 2, pp. 493-501.

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Written by Ezio

11 giugno 2011 a 14:31

Pubblicato su Senza Categoria

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