Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Bevagna, musica di mani e di piedi

with 2 comments

“Avevano una falce e mani grandi da contadini.”
(La pianura dei sette fratelli, Gang)

La voce di Gastone Pietrucci la amo come poche altre. Parlo del “timbro”, che è tanto rauco e vibrante da entrare direttamente nello stomaco e che è tanto diverso ma altrettanto bello rispetto alle voci “calde” di un Marino Severini o un Fabrizio De André. Gli è che dal vivo l’aria vibra ancor più di come accade dal disco, oppure è solo una mia sensazione, che ho percepito dopo una bella chiacchierata con questo personaggio straordinario, dopo le prove e poco prima del concerto. Ce ne siamo andati, con mia moglie, con due dischi – gli ultimi due di una trilogia de “La Macina”: “Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto” volume 2 e 3, canti popolari e antichi quanto il mondo ri-arrangiati da La Macina di Gastone Pietrucci con, di tanto in tanto, la chitarra e la voce dei fratelli Severini – e un libro: “Jemece a ffa’ un sonnellino in fondo allo stagno”, scritto da Giorgio Cellinese a cura di Gastone Pietrucci, che leggerò nei prossimi giorni.

Non ho l’abitudine di chiedere canzoni ma ho vivamente sperato che tra le tante cantasse anche questa, di cui avevo scritto tempo fa, ma il regalo è comunque arrivato.

Le mani grandi da contadini, come dice la canzone dei fratelli Severini e come la stretta forte di Gastone quando saluta, sanno raccontare di sé.
La “Maria del campo”, con la pelle d’aria i piedi d’erba e gli occhi di cielo, ad esempio, Leòn Gieco la racconta attraverso le mani: una donna nata nella campagna, carica del peso della fatica ma anche della libertà propria della campagna, dove le mani diventano dure e callose. Una donna non necessita di avere mani morbide, dice Maria mentre porta il miele nella città, là dove non crescono fiori…
Le mani contadine sono grandi e raccontano storie, come appunto quelle dei fratelli Cervi, altre mani sono dure come quelle degli operai, ma raccontano storie anche  quelle lunghe e sottili di un pianista o di un chirurgo.
L’amore che provo per questi musicisti deriva forse dal fatto che sono nati e vivono nella terra in cui è nato mio padre, terra di orizzonti collinari da far perdere il fiato e coltivata ancora, in piccoli luoghi, con metodi assai antichi. Ne comprendo il dialetto, ne condivido la cultura perché lì vivono ancora tanti miei parenti, nonostante il mio esser nato in una grande città.

La “lettura” delle mani, nel ‘900, ha preso il posto di quella dei piedi (non dei piedi intesi come li intende l’amico Nico, che ovviamente era insieme a noi con sua moglie e altri due amici) grazie anche alla diffusione delle calzature. Dopo le rivolte nel ‘500 e ‘600, ad esempio, i viandanti trovavano i piedi nudi dei rivoltosi all’altezza degli occhi – il resto del corpo, immobile, stava sempre più su, appeso ad una corda – e dai piedi imparavano a conoscere il castigato e potevano indovinare cos’era prima. Piedi tagliuzzati dalle pietre, piedi con la pelle dura come il cuoio, piedi induriti dalle marce o segnati dalle catene o piedi segnati dalla musica e dal ballo, che amavano profondamente la terra e chiamavano e incitavano alla rivolta.
I viandanti si contagiavano gli occhi con quei piedi. E capivano.

Nonostante l’apprezzamento per la musica, canzoni che conoscevo e che sono parte ormai della mia vita, sia de La Macina che dei Gang, ciò che ancor più ho apprezzato è stata la totale assenza di riferimenti alla politica, alla costituzione e a tutte le possibili allusioni all’attuale disumana attualità. Come se la musica e solo lei, per una volta, avesse preso il sopravvento, avvisandoci che tutto ciò che ci resta da vivere non sarà un regalo ma qualcosa di dovuto, da prendere e possedere, foss’anche con la forza.

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Written by Ezio

4 giugno 2011 a 16:21

Pubblicato su Senza Categoria

2 Risposte

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  1. Ancora una serata insieme, carica di emozioni che nemmeno quelle salsicce mai arrivate sono riuscite ad abbattere. Non fa nulla se poi parte del concerto ce la siamo sentiti separati…purtroppo il mio piede (quello falso, visto che quelli veri siete tu e Paola) e le gambe di Maria non ci hanno permesso di venire in mezzo con voi.
    Chiudo con un semplicissimo “Alla prossima!” :)

    nico

    6 giugno 2011 at 21:44

  2. Per fortuna (invece) che quelle salsicce non sono mai arrivate, altrimenti il tuo piede (falso) avrebbe retto ancora meno! ;-)

    Faticosa, sì, ma comunque una bellissima giornata.
    Un abbraccio a tutti e due… e alla prossima.

    Ezio

    7 giugno 2011 at 12:38


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