Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Un “Don” passato dalle parti da cui scrivo

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Il caldo afoso di luglio fa sudare, bagna i capelli e scioglie la pelle. Lì, sul bordo della piscina, lei si confonde fra gli amichetti e le amichette: sono appena arrivati e non sono stanchi, e l’aria pesante prende a rallegrarsi di fronte  a tanta sfrontatezza giovanile. Lei è poco più di una bambina fra altri bambini festanti, tutti ritrovatisi a casa del “Don” (“Don” non perché mafioso… ). Il “Don” è arrivato da poco tempo nel quartiere, ha messo su una squadra di calcio di giovanissimi dove è presidente, consigliere e pure di tanto in tanto allenatore. Ha comprato una bella villa con piscina e “possiede” una servitù di quattro uomini di colore che sembrano statue scolpite. Gran parte degli abitanti lo chiama “Don”, e si fida.

Lui sta seduto sul lettino, è in pantaloncini e camicia e non rinuncia neanche con quel caldo al collare bianco. Non riesce a contenere smorfie: le guarda il collo mentre muove la testa e le gambe immerse nell’acqua e si impone di restare calmo; la servitù, nel frattempo, offre aranciate.
Chi lo conosce dice che non cambia mai espressione del viso, qualunque sia il suo stato d’animo, però ora le palpebre sbattono velocemente quasi quanto il suo cuore, e il bicchiere che tiene in mano trema.
Il caldo, per quanto forte, non riesce a tenere l’acqua prigioniera, e lei continua a sgambettare e lui abbassa lo sguardo verso il suolo: vorrebbe contare le mattonelle sul bordo della piscina ma gli occhi, piano piano, scivolano verso i piedi di lei e poi risalgono su, scannerizzando quell’esile corpo che lo riporta a quello della sua infanzia, alla sua infanzia. Gli torna alla mente la voglia e al contempo il terrore di masticare l’ostia per sentirne il sapore del sangue, e le parole non dette e i pensieri più reconditi. Segreti celati nel più profondo della sua anima.
Se non fosse per lo schiamazzo dei ragazzi il silenzio sarebbe di un rumore assordante.
Dopo un po’ si accorge che lei ha smesso di sgambettare, che è rimasta ferma, e allora la guarda di nuovo, sorridendo stavolta.

“Ti sembra normale?” Si vociferava tra i genitori. Anche tra quelli che non mancavano mai alla messa domenicale.

Qualcuno annusò il fetore e lo costrinse a fuggire dal mio quartiere, ma solo dopo una decina d’anni, e lui lasciò terra bruciata, il calcio giovanile, le piscine traboccanti di ragazzi e ragazze e si dedicò ai giovani tossicodipendenti. Solo un po’ più in là.

I guai con la giustizia alla fine sono arrivati anche per lui, ma molto dopo.
Magari, se fosse affogato allora…

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Written by Ezio

18 aprile 2011 a 15:45

Pubblicato su Senza Categoria

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