Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Farsene una ragione?

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Sabato pomeriggio mi trovavo a spasso con mia moglie e due splendidi amici per le colline toscane: onde, splendore, rotondità multicolori che ricordano le curve del piacere; eravamo in attesa di vedere un concerto di Claudio Lolli in un teatro pistoiese ed è finita con due dischi non di Lolli ma di Pino Masi e degli Arangara: “S’av’ascialàri” e “Terra di mari”; ma, più del concerto in sé, sono rimasto piacevolmente sorpreso da Pino Masi, dalla breve chiacchierata con lui prima del concerto e dai suoi occhi lucidi sul palco, a ricordare gli amici ammazzati e il dolore per il germogliare di una nuova guerra. Ma non è del concerto che intendo scrivere.

Sabato aspettavo giustappunto un sms che mi è puntualmente arrivato da mio figlio, anche se già sapevo come tutti sapevano: “Hanno cominciato a bombardare la Libia.”
Già, un’altra guerra, come se nel corso dei miei cinquant’anni potessi ricordare un periodo di pace.
Rulla e rulla, batte e ribatte, il tamburo dell’approvvigionamento statale – che di fatto si comporta come il più disumano dei privati poiché detiene il monopolio della violenza – che non c’è angolo del mondo che non possa raggiungere. E ora rulla e batte sul suolo libico e sulle sue risorse.

Bengasi non è la valle dell’Hombrito, anche se pure lì (a Bengasi) fino a ieri comandavano i ribelli, e l’Africa non ha un “Pellegrino d’Africa” come l’America del sud aveva un “Pellegrino d’America”.
Parallelismi non ci sono, altri tempi e altre persone. Il “Pellegrino d’America” da buon medico cercava di curare i residui corporali ingoiati dalla guerra: bambini dalla pancia gonfia e con gli occhi fuori dalle orbite dalla fame, vecchie trentenni già rachitiche e consumate dai troppi parti e da una vita ormai troppo lunga, uomini rinsecchiti dal rhum e travolti dalla battaglia. Escrementi della guerra, appunto, trasformati già da giovani nelle mummie di se stessi. Quando il canto della mitragliatrice di regime tagliò in due un buon numero di guerriglieri capì che doveva andarsene da quel luogo, ma poteva portare con sé una sola cassa e lì, davanti a lui, ce n’erano due: una cassa piena di medicinali e arnesi da chirurgo per estrarre pallottole e un’altra carica di munizioni per il fidato Thompson. Si guardò intorno, el Che, e dopo una breve occhiata verso il cielo, a interrogare se stesso e la sua esperienza, sciolse i dubbi e caricò la cassa di pallottole. Il Thompson, in effetti, era l’unico ferro chirurgico nel quale continuare a credere. Sì, proprio altri tempi e altre persone.
Non c’erano petrolio e gas come in Libia ma c’erano oro e minerali, e non c’era pace allora perché la pace, come ancora, è un breve periodo di riposo tra una guerra e l’altra.

Farsene una ragione? Non riuscirò mai a farmene una ragione.

Non so se questa canzone sia una sorta di “tributo”, e non parla propriamente di guerra.
Oppure, forse, guerra significa qualcosa di più dell’accezione del termine.

Il sogno di volare
Arangara

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Written by Ezio

21 marzo 2011 a 19:54

Pubblicato su Senza Categoria

4 Risposte

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  1. Abbiamo condiviso praticamente tutto sabato scorso! E, insieme, condividiamo ora il fatto che MAI ce ne faremo una ragione! Buonanotte compagno

    nico

    24 marzo 2011 at 01:26

  2. Mi hanno sorpreso gli Arangara. Non li conoscevo ma mi pare siano il futuro della canzone d’autore italiana. Immensi.

    Giuseppe

    24 marzo 2011 at 10:17

  3. La guerra fa sempre schifo. Concordo con Giuseppe. Io c’ero a Pistoia, e c’ero per Lolli. Ma sono contento di esserci stato per Arangara. Un carico di emozioni e buona musica. Una spanna sopra tutti. Edo.

    Eduardo

    24 marzo 2011 at 10:22

  4. Anch’io ci sono stato principalmente per Lolli, “trascinato” fin là dall’amico Nico. E anch’io devo ammettere che gli Arangara mi sono stati sconosciuti fino a sabato: ottimo gruppo folk e veramente ottimo il disco “Terra di mari”, che da tre giorni altro non fa che girare nel mio lettore cd.
    Sul'”Odissea all’alba” credo che ci sia poco da aggiungere se non che il nome ci calza proprio a pennello, tanto che potrebbe essere per questi cialtroni più tribolata, lunga e tormentosa di quella raccontataci da Omero.

    buonavita

    Ezio

    24 marzo 2011 at 15:38


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