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John Reed è un cronista, uno quei giornalisti che amano raccontare dal campo anziché immaginare dal proprio nido; e ama raccontare la guerra. Così, un bel giorno, parte da New York e se ne va nel nord del Messico per vivere e raccontare dal luogo una guerra di liberazione. Qualcuno storce il naso, dice che in fondo si tratta solo di una semplice rivoluzione. E poi lo mette in guardia: i messicani sono come gli animali, non hanno cultura, sono sporchi, pidocchiosi nonché subdoli e traditori.

John Reed parte. Di paura in paura va in cerca della meravigliosa sporcizia messicana, su strade tanto polverose ma mai deserte. Si trova nel nord. Lì c’è Pancho e lui lo deve trovare, e lo trova dietro ogni cespuglio e dietro ogni casa, e dietro ogni gesto e dietro ogni faccia, perché il nord del Messico è Pancho Villa. Poi lo trova davvero, e lo troverà altre volte e lo troverà sempre.
Vive di ciò che non cerca, dorme dove incontra la notte, si ripara dalla pioggia dall’ospitalità di chi incontra. Mai nessuno tenta di rubargli la penna e i vestiti e mai nessuno i soldi; e mai nessuno tenta di fargli pagare tortillas  per lui e fieno per il suo cavallo e non incontra nessuno che non sappia suonare e non suoni per lui musica da ballo.

“Vieni da New York?!?! New York?!?! Sarei pronto a scommettere che le vostre vacche sono più magre delle nostre; e le vostre strade più sporche; e le vostre donne più brutte.” Lui sorride e si guarda intorno: qualche donna porta un cesto sulla testa, qualche altra allatta il figlio al seno senza che nessuno si giri a guardare, qualcun’altra ancora lavora il mais o prepara salse dal sapore di fuoco, altre chiacchierano allegramente fra loro.

John, Juan, Juanito. Juanito è chiaro di pelle, alto, troppo diverso dalla gente del luogo per passare inosservato e troppo colto rispetto alla gente del luogo perché non gli si pongano domande: “Perché gli americani dicono che siamo sporchi?” “Perché non amano la nostra gente?” “Perché avete la pelle tanto chiara?” Nessuno che incontri che non abbia domanda da porgli e qualcosa da offrirgli.
“Juanito, avete i muli a New York? E come si dice mula nella tua lingua?”
“Mula? Testarda, ostinata, dura, caparbia, cocciuta, insomma hija de la chingada!”

Va, John Reed, e andando scrive articoli su un mondo tanto diverso dal suo ma anche tanto uguale per non chiamarlo mondo.

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Written by Ezio

12 novembre 2010 a 18:27

Pubblicato su Senza Categoria

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