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Ambientalismo

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Ancora da  “L’insurrezione che viene”

(Comitato invisibile)

La situazione è la seguente: prima hanno impiegato i nostri padri per distruggere questo mondo, e ora vorrebbero farci lavorare alla sua ricostruzione, e vorrebbero che questa sia, ed è il colmo, redditizia. L’eccitazione perversa che ormai anima tutti i giornalisti e i pubblicitari, a ogni nuova prova del surriscaldamento globale, svela il sorriso metallico del nuovo capitalismo verde, lo stesso che si annunciava già dagli anni Settanta, che aspettavamo dietro al prossimo angolo e che non arrivava mai. Ma adesso, eccolo qui! L’ecologia è il nuovo capitalismo verde! Le soluzioni alternative, sempre lui! La salvezza del pianeta, ancora lui! Non c’è più alcun dubbio: il fondo dell’aria è verde; l’ambiente sarà il perno dell’economia politica del XXI secolo. A ogni spinta verso il catastrofismo corrisponde ormai una raffica di «soluzioni industriali». L’inventore della bomba H, Edward Teller, suggerisce di polverizzare milioni di tonnellate di polveri metalliche nella stratosfera per fermare il surriscaldamento globale. La Nasa, frustrata di aver dovuto archiviare la sua grande idea di scudo antimissile nel museo delle fantasticherie della guerra fredda, promette di piazzare al di là dell’orbita lunare uno specchio gigante per proteggerci degli ormai funesti raggi del sole. Ecco un’altra visione del futuro: un’umanità motorizzata alimentata dal bioetanolo  da San Paolo a Stoccolma; sogno degno di un coltivatore di cereali della Beauce, che dopotutto implica soltanto la conversione di tutte le terre arabili del pianeta in campi di soia e di barbabietola da zucchero. Macchine ecologiche, energie pulite, consigli per la cura dell’ambiente che coesistono tranquillamente con l’ultima pubblicità di Chanel sulle pagine patinate delle riviste di opinione. Il fatto è che l’ambiente ha il merito incomparabile di essere, ci viene detto, il primo problema globale che si pone all’umanità. Un problema globale, cioè un problema del quale solamente coloro organizzati globalmente possono avere ragione. E gente del genere, la conosciamo bene. Sono infatti le compagnie multinazionali, le stesse che, da quasi un secolo, sono state all’avanguardia nella creazione del disastro, e che ora contano bene di mantenere la propria posizione, al prezzo minimo di un cambiamento di immagine.

Dai segretariati di Stato ai retrobottega dei caffé alternativi, è con le identiche parole che si parla di queste preoccupazioni, che sono, del resto, le stesse di sempre. Si tratta di mobilitarsi. Non per la ricostruzione, come nel Dopoguerra, non per gli Etiopi, come negli anni Ottanta, non per il lavoro, come negli anni Novanta. No, questa volta è per l’ambiente. Il discorso suona bene. Al Gore, l’ecologia alla Hulot e la decrescita trovano posto uno accanto all’altro insieme alle eterne anime pie della Repubblica per recitare il loro ruolo di rianimatori del piccolo popolo di sinistra, e del noto idealismo dei giovani. Con l’austerità volontaria come stendardo, lavorano bonariamente per renderci conformi allo «stato di urgenza ecologica in arrivo». La massa rotonda e appiccicosa della loro colpevolezza si abbatte sulle nostre spalle stanche e vorrebbe spingerci a coltivare il nostro orto, a smistare i nostri scarti, a fare del compost biologico partendo dai resti del macabro banchetto al cui interno, e per il quale, siamo stati viziati. Gestire gli scarti nucleari, gli eccessi di CO2 nell’atmosfera, la fusione dei ghiacci, gli uragani, le epidemie, la sovrappopolazione mondiale, l’erosione del suolo, la scomparsa massiccia delle specie viventi… ecco quale sarà il nostro fardello. «A ognuno di noi spetta il compito di cambiare i suoi comportamenti», ci dicono, se vogliamo salvare il nostro bel modello di civiltà. Bisogna consumare poco per poter consumare ancora. Produrre biologico per potere ancora produrre. Bisogna auto-reprimersi per poter ancora reprimere. Ecco come la logica di un mondo intende sopravvivere a sé stessa, assumendo un atteggiamento di rottura storica col passato. Ecco come vorrebbero convincerci a partecipare alle grandi sfide industriali del secolo in corso. Ebeti come siamo, saremmo pronti a saltare tra le braccia di quegli stessi che hanno presieduto alla devastazione mondiale, in cambio della promessa di esserne tirati fuori.

L’ecologia non rappresenta soltanto la logica dell’economia totale, ma è anche la nuova morale del Capitale. Lo stato di crisi interno del sistema e il rigore della selezione in corso sono tali che abbiamo bisogno di nuovo di un criterio in nome del quale operare delle cernite simili. L’idea di virtù non è stata, di epoca in epoca, altro che un’invenzione del vizio. Non si potrebbe, senza l’ecologia, giustificare l’esistenza, al giorno d’oggi di due filiere di alimentazione, una «sana e biologica» per i ricchi e i loro bambini, l’altra notoriamente tossica per la plebe e la sua prole, condannata all’obesità. L’iper-borghesia planetaria non saprebbe far passare per rispettabile il suo tenore di vita se i suoi ultimi capricci non fossero scrupolosamente «rispettosi dell’ambiente». Senza l’ecologia, nessuno avrebbe ancora abbastanza autorità per far tacere qualsiasi obiezione ai progressi esorbitanti del controllo. Rintracciabilità, trasparenza, certificazione, eco-tasse, eccellenza ambientale, pulizia dell’acqua lasciano ben intendere cosa sarà lo stato di eccezione ecologica che ci si annuncia. Tutto è permesso a un potere che si avvale della Natura, della salute e del benessere, come giustificazione per i suoi atti. «Una volta che la nuova cultura economica e comportamentale sarà entrata nelle abitudini, le misure coercitive cadranno da sole, non c’è alcun dubbio». È necessaria tutta la ridicola sfrontatezza di un avventuriere degli show televisivi, per sostenere una prospettiva così agghiacciante e allo stesso tempo chiederci di avere sufficientemente «male al pianeta», al fine di mobilitarci e a restare abbastanza anestetizzati per assistere a tutto questo con ritegno e civiltà. Occorreranno il nuovo ascetismo bio e il controllo di sé, quello che viene richiesto a tutti da tutti, per negoziare l’operazione di salvataggio alla quale il sistema si è costretto da solo. È in nome dell’ecologia che bisognerà ormai stringere la cinghia, come ieri lo facevamo in nome dell’economia. Le strade potranno anche trasformarsi in pista ciclabile, e forse un giorno tutti noi potremmo, anche alle nostre latitudini, essere gratificati da un reddito garantito, ma questo avverrà solamente accettando in cambio un’esistenza interamente terapeutica. Coloro che sostengono che l’autocontrollo generalizzato ci risparmierà di dover subire una dittatura ambientale mentono: uno spianerà la strada all’altra, e noi dovremo subirli entrambi.

Finché ci sarà l’Uomo e l’Ambiente, ci sarà sempre la polizia tra di loro.

 

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Written by Ezio

18 ottobre 2010 a 17:54

Pubblicato su Senza Categoria

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