Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Oggi lo chiamo piedi

with 3 comments

Abitualmente in questo blog non scrivo della mia vita: di come vivo, dei miei amici, della mia provenienza e della mia storia. Non compro mai neanche parole da spendere poi per scrivere di Fabrizio De André e di ciò che rappresenta per me, perché ritengo di averlo già fatto e perché credo che di lui si sia scritto fin troppo. Del week end appena trascorso ha scritto Nico, che oggi subisce un furto e lo chiamo piedi perché è tutto vero ciò che ha scritto, ha solo dimenticato di sottolineare che la clessidra accelera maledettamente ogni volta che siamo insieme…

Col lui  Maria e mia moglie, questa volta,  è capitato di riascoltare una canzone: l’avevo dimenticata, o quasi, Cantico dei drogati, e nel mezzo di quello splendido week end ha stimolato non poco la mia memoria, anche se lì per lì non gli ho detto nulla. Sì, nel 2003 avevo scritto queste poche righe che posto anche qui, tuffandomi con la memoria indietro nel tempo, perché se è difficile dimenticare del tutto una canzone è ancora più difficile dimenticare una faccia: il colore degli occhi, le guance scavate, persino le gocce di sudore sulla fronte.

“Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell’anima e nel cuore.”

Era arrivato da più di un’ora quella mattina, e rimase appoggiato ad un palo nel cortile per tutto il tempo, lì dove c’erano gli animali. Guardava la casa costruita con tufo e pietra bianca, gli ricordava la sua di casa, ma non era certo che lo fosse, era però certo che lo era stata, un giorno. La porta della fattoria si aprì e ne uscì una donna non più giovane con addosso un grembiule di plastica e in mano un coltello; si avvicinò alla gabbia dei conigli e ne afferrò uno per le orecchie, strinse forte e lo tirò su. L’animale ebbe un sussulto, cominciò a scuotersi, come avesse capito ciò che stava per accadere: lo legò per le zampe posteriori a una trave di legno mentre questo continuava a dibattersi. Andrea la guardava restando seminascosto, somigliava a sua madre, ma non era certo che fosse lei, era però certo che lo era stata, un giorno. La donna “tirò” il coniglio verso il basso, tenendolo sempre per le orecchie  e piegandogli la testa all’indietro, serrando la presa ancor più forte per tenerlo fermo; poi, con la grazia di chi sa ripetere lo stesso gesto da troppo tempo, affondò il coltello nella gola dell’animale fino a farlo uscire dalla parte opposta, quindi girò il polso, estraendo la lama con la stessa grazia con cui l’aveva l’aveva infilata. Schizzi di sangue si allargarono per un raggio di oltre un metro, poi, pian piano, il coniglio smise di dibattersi, gli schizzi si fermarono e un filo continuo cominciò, dalla gola al naso e poi fino a terra, a formare una piccola chiazza scura. Ebbe una percezione, lei, il rumore di un respiro o il muoversi di un’ombra o solo sensazione di madre: si girò. Cominciò a guardarlo dalla testa, poi pian piano scese ai piedi passando per tutto il corpo; somigliava a suo figlio, ma non era certa che fosse lui, era però certa che lo era stato, un giorno. Lui aspettava, guardando con occhi vitrei la piccola pozza di sangue: un gesto, una parola, uno sguardo; lei si girò, rientrò in casa e chiuse la porta.

Aspettò ancora, guardando l’uscio della fattoria, immobile; poi pian piano si avvicinò all’animale ormai morto. Il filo di sangue si era fermato e al suo posto cadevano gocce che via via si facevano più rade: lo guardò con gli occhi fissi, come si riguarda il film di un incubo appena finito. Stese l’indice e glielo pose sotto il naso, quasi a sfiorarlo; un piccolo globo rosso-scuro cominciò a crearsi, espandendosi sempre più, fin quando la gravità non ebbe  il sopravvento sulla forza di coesione e lo fece staccare, facendolo cadere sul dito proteso. Avvicinò il dito al viso guardando quella piccola bolla, l’annusò profondamente, poi mise il dito in bocca, assaporandolo: sentiva lo stesso odore, lo stesso sapore, di quello che comunemente era abituato a succhiare per pulirsi la pelle. Decise allora: si avvicinò e scavalcò il davanzale di una finestra.

“Come potrò dire a mia madre che ho paura?”

Davanti allo specchio, l’immagine riflessa mi sembra un derelitto.
Non mi era mai piaciuto quel posto per pensare; adesso piango, rido e un
poco mi tormento nel leggere il mio cuore.
Non mi ero mai nemmeno reso conto di quanto fosse bello vivere in un
mondo e non in due; sono anni che ci sto provando e sempre solo un
unico pensiero: domani cambierò.
Sorrido nel pensare alla mia nuova vita, ma passa un altro giorno e non
è ancora finita; ancora quattro muri tagliati da un soffitto, ancora
quello specchio, ancora un derelitto; ancora una parola, sempre la
stessa, la sola: domani, te lo giuro, vedrai che cambierò.
Sorrido nel pensare alla mia nuova vita, ma passa un altro giorno e non
è ancora finita; il lampadario è acceso e sembra dondolare, come
un’antica danza, mi vorrebbe  addormentare.
Profumo di ricordi di una solitudine cercata, di notte alle panchine, di
giorno nella strada.
Profumo di ricordi di un libero volare, tra spiagge, fuochi, accordi:
profumo di altro mare.
Silenzi dentro il gruppo che ti fanno più cattivo: gli sguardi ad occhi
fissi, gli tocchi il polso…è vivo!
Sorrido nel pensare alla mia nuova vita, ma passa un altro giorno e non
è ancora finita; vorrei poter buttare tutto ciò che ho trovato,
candela e cucchiaino, la polvere e poi l’ago, il fiato del mattino e il
freddo della sera, gli incontri a capo chino, parlare di chi c’era.

Davanti allo specchio, il volto con cui parlo mi appare ancor più
vecchio; non mi era mai piaciuto quel posto per pensare, tra poco ti
saluto, prima…culla un po’ il mio cuore.

“Tu che m’ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria.”

Era il 1980 e aveva 21 anni Andrea;  in quell’aia, in una fattoria nella
campagna romana, non ci capitò per caso.

Annunci

Written by Ezio

21 settembre 2010 a 19:27

Pubblicato su Senza Categoria

3 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. leggere questa struggente storia di andrea mi ha fatto venire la pelle d’oca, sia per quello che racconti, sia anche pensando alle motivazioni che ti hanno spinto a farlo…motivazioni di piedi, esattamente!
    ricambiare il furto qui è d’obbligo, non posso non ringraziare te e paola di come questi piedi si siano intensificati e del weekend appena trascorso, con un grazie particolare per aver rimarcatato quella verità assoluta (eheh, qui non sono d’accordo con faber) che io avevo dimenticato si sottolineare.
    un abbraccio

    nico

    22 settembre 2010 at 10:08

  2. No, Nico, i piedi stavolta non c’entrano poiché era solo un conoscente, amico di amici. Avevo lasciato la scuola (e in un certo senso anche la famiglia) da poco più di un anno per un disperato bisogno di libertà e soldi e avevo iniziato un lavoro massacrante e la frequentazione di persone… un po’ particolari. Oggi, per l’appunto, alcune non ci sono più.
    Giunsero a cullarmi mani femminili con le quali non avevo perso contatto; erano del tutto inconsapevoli… e non l’hanno mai saputo…

    Un abbraccio

    Ezio

    22 settembre 2010 at 18:30

  3. invece io intendevo proprio motivazioni di piedi, perché è stato proprio l’aver riascoltato cantico dei drogati a seguito di un weekend nato all’insegna dell’amicizia che ti ha spinto a riraccontare questa storia di questo ragazzo. alla prossima allora!

    nico

    22 settembre 2010 at 20:50


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: