Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Uno studente di ventidue anni

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È il nove aprile del quarantotto e tal Gaitàn aspetta: ha un appuntamento. L’appuntamento è con uno studente di ventidue anni, latinoamericano: uno dei tanti che si danno convegno a Bogotà per parlarsi, conoscersi, stupirsi, darsi. Soprattutto per manifestare l’opposizione al generale Marschall. Poco dopo “il tocco” lo studente esce dall’albergo scende sulla strada e si avvia, con largo anticipo, all’appuntamento in quella sorta di ufficio, ma viene soffocato da un terremoto umano di umanità: una slavina di corpi lo sommerge fino a togliergli il fiato.
Poveri.
Poveri cristi affamati e offesi, tanti, ancor di più, scesi dalle montagne e schizzati fuori da poveri acri di terra, insieme alle radici e ai pochi sali minerali che non bastano a nutrirle, avanzano tumultuosamente e calpestano e distruggono: sono un uragano umano travolto dalla rabbia, tanta, che travolge e schiaccia; e dalla sofferenza. E spaccano e rompono e rovesciano e distruggono e tutto, dietro di loro, diventa altro da ciò che era.

“È morto, è morto, gli hanno sparato!” Gridano.

Gli hanno sparato lungo la strada, tre colpi tre, andati tutti a segno.
Aveva un orologio al poso, Galtàn, e si è fermato alle tredici e cinque insieme al suo cuore.

Lo studente guarda, un po’ sorpreso un po’ terrorizzato un po’ impaurito, il tumulto, poi si infila in testa un cappello senza visiera e si lascia trasportare dalla ferocia del popolo e dal vento della rivolta. Lui, un giovane ventiduenne cubano di nome Fidel e di cognome Castro, in quel momento decide quale sarà il suo futuro.

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Written by Ezio

14 aprile 2010 a 22:31

Pubblicato su Senza Categoria

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