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Elisir di lunga vita: da centoventi a centocinquant’anni

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Sì, è ormai assodato che la ricerca scientifica porterà la vita media a centovent’anni e chi ha soldi per finanziarla avrà un regalo in più e vivrà fino a centocinquanta.

Come si cercherà, un giorno, nascondendosi ad occhi troppo invadenti per cui – giocoforza – non in grado di raccontare.

È seduto, la poltrona di pelle si scava sotto il suo peso e versa lacrime di dolore; e suda perché ricorda ricordi che solo lei può ricordare. È solo, si alza, si spoglia nudo e si mette davanti allo specchio con la cornice d’oro. Anche lo specchio piange, ricorda e suda. Guarda, stropiccia gli occhi per vedersi: vede qualcosa, ma non si trova. Cerca disperatamente il suo corpo di stallone, i nervi sul collo, gli occhi luccicanti di follia, le mani capaci di stringere denaro su denaro per comprare la vita. Niente.
Sotto un ventre che da piatto è diventato gonfio e che ora è orrida e flaccida pelle intravvede la chiave di forza con la quale è riuscito ad aprire anche le serrature più resistenti tra le cosce di giovani donne: pendente, mutata. Guarda meglio, vuole vedersi l’anima ma lo specchio non può mostrarla, non ce l’ha. Qualcuno, nel corso degli anni, ha rubato l’altra metà dell’uomo lasciandogli solo la carne. Che fine ha fatto quella parte di sé che gli ha permesso di predicare come un profeta nelle piazze e in televisione? Di ostentare come Tachito Somoza il suo denaro quale simbolo di fonte di lavoro e giustizia anziché di potere?

Fa qualche passo indietro e si guarda ancora: non c’è più il corpo, non c’è più l’anima. Allora si avvicina di nuovo, fino ad appannare lo specchio con il rantolo rimastogli per respiro. Dev’esserci una terza parte, lo specchio deve mostrarla.
Ci dev’essere un luogo dove hanno trovato rifugio tra grotte e anfratti i sogni sognati e subito dimenticati per dar corso alla politica del fare e prendere prima e più degli altri. Lo specchio deve poter mostrare quelle grotte e quegli anfratti dove sono occultati i colori del mondo visti con giovani occhi ormai quasi ciechi. Dove sono stati occultati suoni e melodie del mondo ascoltate con giovani orecchie ormai quasi sorde; e i sapori e i profumi svaniti perché assaporati e annusati con troppa fretta.
Guarda ancora e non riconosce nulla che valga la pena di essere salvato e nulla che meriti di restare, e nelle mani e nella memoria.
Riguarda e l’immagine riflessa nello specchio è quella di un vecchio vuoto e bavoso, prossimo all’ultimo viaggio.

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Written by Ezio

16 marzo 2010 a 18:16

Pubblicato su Senza Categoria

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