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Bahìa 1939
Città nera come un corvo, città che affonda radici ormai vecchie su antichi e aridi terreni: radici del trono di vicerè grassi e sazi di zucchero e schiavi, di sangue e torture. Lì tutto è nero e tutto ciò che ha importanza, dalla musica alla religione, è più nero del negro. Però a Bahìa persino i negri pensano che la pelle chiara sia un marchio di qualità, anzi di buona qualità. Ruth Landes non la pensa così. Lei è nordamericana, antropologa, e vuole studiare da vicino la vita degli ex schiavi in un paese privo di razzismo e ex schiavista: sarà il ministro a spiegarle che il governo si prefigge di purificare la razza brasiliana, infettata di sangue di corvo e responsabile dell’arretratezza e della stoltezza dell’intera nazione. Così, Ruth, frequenta i templi carichi di donne cariche di negritudine, perché laddove si recinta il nazionalismo culturale sfocia in follia.
Storia, o forse leggenda.
I templi sono colmi fino all’orlo di sacerdotesse rotonde come la luna e mai sazie, splendenti e perennemente pronte a ricevere dentro i loro corpi i corpi degli dèi sospinti fin qui dai venti dell’Africa. Il calore dei loro corpi somiglia al calore della propria casa, dove è sempre bello rifugiarsi, e dentro i loro corpi gli dèi entrano e godono e ballano e cantano e sudano fino a bagnare il pavimento, dalla sera alla mattina. Le sacerdotesse offrono al popolo il coraggio, e lo consolano, e le loro lingue parlano e raccontano il destino di ognuno. Non accettano mariti ma solo amanti perché il matrimonio uccide la libertà la gioia e il piacere, e infetta e accorcia il tempo, nonostante offra prestigio. Petto in fuori, sguardo fiero, le sacerdotesse condannano gli uomini al tormento della gelosia degli dèi, perché sono libere e sono le regine della creazione.
A Bahìa, Marìa Padilha, è Exù il vendicatore o una delle sue amanti, comunque la più donna delle donne e la più puttana delle puttane, quella con cui Exù ama rotolarsi più frequentemente tra le braci dei fuochi. Exù è l’immaginario Dio che si burla dei ricchi, colui che vendica chi non ha nulla, colui che è in grado di illuminare la notte e di oscurare il giorno, di far sanguinare l’acqua la foresta e la montagna. Ha due teste, una dalle sembianze di un angelo e una dalle sembianze di un demone, e nelle favelas è considerato un intruso poiché viene da un altro mondo. È in grado di uccidere o di dare la vita accarezzando, ed è nei corpi delle donne e degli uomini che vivono coi topi fra lamiere e immondizia e che con lui si rotolano e godono e ridono e danzano fino a cadere esausti. Marìa Padilha la si riconosce quando penetra nei corpi, perché insulta e ride al contempo e poi strilla come quando si sgozza un maiale e, quando esce dalla trance, pretende tabacco d’importazione e bevande costose. È una vera signora e così bisogna trattarla per avere dalla propria parte la sua più che riconosciuta influenza sul potere degli dèi e dei demoni. Ma non entra in ogni corpo bensì sceglie. Per manifestarsi al mondo degli uomini sceglie le donne che si guadagnano da vivere offrendo il proprio corpo in cambio di denaro nei sobborghi di Rio, perché sono disprezzate e schifate dagli stessi clienti che affittano la loro carne per poche ore; così facendo, Marìa, offre alle disprezzate la dignità e permette alla carne affittata di ergersi con dignità su e oltre l’altare, fino a far brillare l’immondizia della notte più del sole del giorno.

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Written by Ezio

8 febbraio 2010 a 23:20

Pubblicato su Senza Categoria

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