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1953
Il governo degli Stati Uniti fa esplodere la prima bomba a fusione – l’innesco sarà una piccola bomba a fissione – a Eniwetok; il presidente ha da poco nominato ministro della difesa un certo Wilson, il quale da buon dirigente non dimissionario della Generl Motors dichiara che ciò che va bene per la General Motors va bene pure per l’America. Lì – in America – c’è una città che si chiama Mosca e le autorità locali rivendicano l’esclusiva sul nome: chiedono che la capitale russa cambi il suo seduta stante per evitare associazioni imbarazzanti, dicono, proprio mentre i Rosenberg vengono cucinati sulla sedia elettrica con l’accusa di essere spie al servizio russo. Qualcosa sta cambiando, o tutto resta uguale. I sondaggi rivelano che ben oltre la metà dei cittadini americani è favorevole alla politica che, di lì a poco, porterà all’elezione di McCarty a senatore, dando inizio alla sua campagna contro ogni tipo d’infiltrazione comunista o libertaria all’interno della democrazia americana: l’ingegnere Kaplan si tuffa sotto le ruote di un camion, pur di non farsi interrogare… Einstein nel frattempo esorta gli intellettuali a non deporre davanti al comitato per le attività antiamericane, pena la rovina economica e pure la galera. Diversamente comportandosi – dice – gli intellettuali non meriterebbero altro che la schiavitù che si pretende di imporre loro. È incorreggibile, Einstein, e frugando nella lista dei compagni di strada del comunismo redatta dall’unico, immenso, luminoso neurone di McCarty si scopre che il povero Albert figura al primo posto. D’altra parte si oppone all’invio di truppe in Corea e coltiva amicizie coi negri, e poi è ebreo e McCarty dice che è pure ingrato, col sangue rosso e il cuore a sinistra.
Il comitato per le attività antiamericane comincia – come tutti i comitati – a esigere soldi carne e nomi, e i divi di Hollywood e le menti della cultura non sfuggono alle grinfie dei comitati: chi tace o non abiura finisce la carriera o finisce in galera, o viene espulso o resta senza passaporto. Un attore (Reagan) parla e dice che i rossi meritano di essere bruciati, e da lì comincia una carriera politica che lo porterà a diventare presidente. Un altro (Taylor) si pente di aver preso parte ad un film dove si vedevano dei russi sorridere. Odets chiede perdono e arriva a denunciare dei vecchi compagni. Ferrer e Kazan (quest’ultimo regista) arrivano a puntare l’indice contro alcuni colleghi.
Proprio in quell’anno – a due dalla morte – il New York Times intervista il fisico nato ad Ulma nel 1879, famoso… per essere famoso. Colui che aveva scritto la relatività ristretta prima e generale poi. Colui che aveva cestinato tonnellate di cartacce con su equazioni che dimostravano l’espansione dell’universo tredici anni prima della scoperta di Hubble: tutto sembrava essere fermo… Colui che amava ascoltare più che parlare, che ascoltava disquisire un ancora giovane Niels Bohr mentre scopriva nuove idee nell’atto di enunciarle – le sue riflessioni stavano tutte in ciò che diceva e tutto ciò che diceva lo diceva senza averci riflettuto prima. Era in grado di dare forma ai pensieri, lì per lì, mentre questi si tramutavano in parole – per poi fulminarlo con cinque parole: Dio non gioca a dadi!

Lei – gli chiede intelligentemente il giornalista del New York Times – è una persona di cultura, uno scienziato conosciuto in tutto il mondo, stimato e ammirato da anni: perché si veste in modo trasandato, non si pettina, non cura di più la sua persona e soprattutto la sua immagine pubblica?

Perché sarebbe ben triste se l’involucro fosse migliore della carne che avvolge!

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Written by Ezio

4 febbraio 2010 a 19:11

Pubblicato su Senza Categoria

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