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Palabras en el viento

Leggendo qua e là

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Copio e incollo da qui un pezzetto di paragrafo di una sorta di libriccino introvabile nelle librerie, anche se ho la fortuna di possederne una copia con tanto di pseudo-copertina. Copia raccattata in qualche buco, chissà dove e chissà come. Quarantatre pagine scritte da esseri senza ombra e tradotte in italiano evidentemente da un altro essere senza ombra. Il libro, più che una nuova conquista del sapere, appare come una nuova conquista nella comprensione  di anime urbane che intendono far conoscere punti di vista tanto lontani nei luoghi e tanto vicini nella forma e a volte nella sostanza e nei metodi di lotta, in quell’unico ambiente rimasto alle persone che chiamiamo metropoli.

Nella foto la quarta di copertina

L’insurrezione che viene

L’ecologia è la scoperta dell’anno. Dopo trent’anni nei quali si è lasciata la questione in mano ai Verdi, facendosene grasse risate la domenica per poi tornare alla propria serietà il lunedì, ecco che ce la ritroviamo tra capo e collo. Eccola invadere le frequenze radiofoniche come un tormentone estivo, perché in pieno dicembre c’è una temperatura di venti gradi centigradi. Un quarto delle specie di pesci è scomparso dall’oceano. Le restanti non ne hanno ancora per molto. Allarme febbre aviaria: si promette di abbattere in volo gli uccelli migratori, a centinaia di migliaia. Il tasso di mercurio nel latte materno è dieci volte superiore al limite consentito in quello delle vacche. E poi, queste labbra che si gonfiano sgranocchiando una mela – e pensare che veniva dal mercato. I gesti più semplici sono diventati tossici. Si muore a trentacinque anni «di una lunga malattia» che si gestisce come si è gestito tutto il resto. Avremmo dovuto trarre le debite conclusioni prima che essa ci conducesse al padiglione B del centro di cure palliative. Bisogna confessarlo: tutta questa «catastrofe», della quale si discute così rumorosamente, non ci tocca per niente. Perlomeno, non prima che ci colpisca attraverso una delle sue prevedibili conseguenze. Ci riguarda forse, ma non ci tocca. E sta proprio in questo, la catastrofe. Non esiste nessuna «catastrofe ambientale». Esiste questa catastrofe che è l’ambiente. L’ambiente è ciò che resta all’uomo quando ha perso tutto il resto. Chi abita in un quartiere, una via, una vallata, una guerra, un’officina, non ha un «ambiente», ma semplicemente evolve in un mondo popolato di presenze, di pericoli, di amici, di nemici, di punti di vita e punti di morte, di ogni sorta di essere. Un mondo del genere ha le sue proprie consistenza, che muta con l’intensità e la qualità dei legami che ci connettono a tutti questi esseri, a tutti questi luoghi. In questa situazione non ci siamo che noi, figli dell’espropriazione finale, esiliati dell’ultima ora – individui che vengono al mondo dentro a blocchi di cemento, raccolgono i frutti al supermercato e spiano gli echi del mondo alla televisione – a creare un ambiente. Non ci siamo che noi, ad assistere al nostro annullamento come se si trattasse di un semplice cambiamento di atmosfera. A indignarci degli ultimi progressi del disastro, e a redigerne pazientemente l’enciclopedia. Ciò che è racchiuso in un ambiente è un rapporto con il mondo fondato sulla gestione, cioè sull’estraneità. Un rapporto tale, per cui non siamo legati così bene al fruscio degli alberi, agli odori di fritto delle case, allo scorrere dell’acqua, al baccano delle scolaresche o all’afa delle sere d’estate, un rapporto con il mondo tale per cui esistiamo io e il mio ambiente, che però mi circonda senza mai essere veramente parte di me. Siamo diventati di colpo vicini di casa in seguito una riunione di condominio planetaria. Non ci si può immaginare inferno peggiore.

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Written by Ezio

19 novembre 2009 a 14:31

Pubblicato su Senza Categoria

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