Palabrasenelviento

Palabras en el viento

L’uomo artico

with 6 comments

scarafaggioL’uomo artico appartiene alla piccola comunità indiana dei guaina, seguaci del profeta Mahvir. Il giainismo è una religione di Ahimsa, ossia di non violenza. I guaina credono che non si debba ferire alcun essere vivente né con le parole, né con i pensieri né tanto meno attraverso le azioni. Non gli basta non essere la causa diretta della non violenza, per i guaina bisogna assicurarsi di non approvare in alcun modo, anche indiretto, l’operato di coloro che commettono atti di crudeltà. I fedeli ortodossi vanno in giro con una mascherina che ricopre la bocca e il naso per non essere la causa della morte nemmeno di un moscerino.
Naturalmente sono vegetariani puri.

Siamo entrambi frutto del ventre fertile della Madre India, una terra nata da un’esplosione cosmica di colore, rumore e calore, ma mentre io sono un mare a forza nove, uno tsunami assetato di odio e stracolmo di paura, lui è un lago artico, un fiordo a gennaio. Siamo poli opposti costretti a condividere un momento di vita e questo spazio angusto e soffocante. Io non nascondo il disprezzo verso l’essere sciagurato che entrambi stiamo fissando – lo lapido di ingiurie e maledico la femmina che lo ha messo al mondo. Al contrario l’uomo artico lo osserva con i suoi occhi infinitamente tristi, avvolgendolo con uno sguardo pieno di compassione.
“Lo uccida! Prima lo fa meglio è per tutti!” – urlo, saltando su e giù come la dea Kalì che agita la collana di teschi insanguinati che porta al collo.
Lui rimane immobile, racchiuso nel suo guscio meditativo.
“Le manca forse il coraggio?” – domando secca. Vorrei strattonarlo per la manica del suo camicione, tirarlo per i capelli grigi per scuoterlo.
“Sì!” – ammette candido come gli abiti che indossa.
“Come sì?” Questa morte non può essere ritardata. Non sopporto più la tensione. Ma diamine, ne avrà uccisi chissà quanti in passato!
“Non creda che sia facile” – l’uomo artico, leggendomi i pensieri, sussurra come il vento tra i sari di seta messi ad asciugare nei prati verdi alle nostre spalle. Nei suoi occhi infinitamente tristi, merlati da piccole rughe, leggo la fatica che fa a convivere con persone come me – quelli che invocano il nome di Yama, il dio della morte, con troppa facilità.
“Non bisogna odiare, sorella mia” – continua piano, come se cullasse un neonato fra le braccia.
Questo è pazzo, concludo. Ma che cosa dice? E poi a cosa serve tanta ipocrisia? Il condannato è consapevole di avere i minuti contati.
“La feccia deve sparire dalla faccia della terra!” – sentenzio.
“Perché lo giudica a priori, senza sapere niente della sua storia?” – l’uomo artico e l’imputato si scambiano sguardi rassegnati.
“Ma si vuole sbrigare!” – Non mi serve sapere niente. So solo che deve morire.
Il condannato si rosicchia le unghie e avanza nella mia direzione a scatti.
“Chi siamo noi per decidere della vita e della morte?” Come può un essere umano avere tanta presunzione? Questa povera creatura pagherà le conseguenze delle sue cattive azioni nella prossima vita. O forse le ha già pagate. Non le sembra che stia soffrendo abbastanza? Guardi in che stato si trova! Odiato da tutti, incompreso, non può nemmeno dire una parola in propria difesa. Ma quanta sterilità d’animo deve avere l’uomo che riesce a emettere una sentenza capitale! Quanto poco amore deve avere ricevuto nella sua vita. Quanto deve sentirsi triste e solo. Quanto deve essere insicuro.
Io non ce la faccio, sorella. non posso ucciderlo. Non posso portare un simile peso per il resto della mia vita. E se una cosa simile dovesse capitare a me? Prima di fare qualsiasi gesto bisogna sempre mettersi nei panni dell’altro.”
“Ma che cavolo c’entra lei? non è mica come lui!” Proprio un boia rammollito in crisi di coscienza mi doveva capitare?
“E chi glielo dice? Chi le assicura che lui non sia buono d’animo come credo d’esserlo io? Che non ami e non sia amato come spero di fare ed esserlo io? Che non abbia le mie stesse insicurezze? Che come me non ami guardare le stelle e che non rimanga estasiato dallo spettacolo di un bocciolo do fior di loto che si schiude all’alba? Come posso essere certo che in una vita passata non siamo stati parenti o in una vita futura non diventi mia madre?”
Incapace di ribattere, metto le mani nei capelli e cerco di esorcizzare la paura sotto forma liquida – lacrime e sudore intrecciano sulle mie guance formando degli strani svastica. L’imputato si avvicina sempre più. Alza la testa e mi fissa. Basta, dico a me stessa. Basta aver paura. Basta dipendere dagli altri. Se l’uomo artico non vuole fare niente, lo farò io. Non celerò il mio disprezzo sotto un velo di pseudobuonismo. Un calcio forte. Darò almeno un fortissimo calcio a quell’essere sporco, nero ed infimo.
Faccio un passo avanti, ma mentre tendo la gamba e stringo gli occhi per mirare bene ecco che l’uomo artico si decide finalmente a darsi una mossa…
“Buona fortuna amico mio” – mormora chinandosi a raccogliere lo scarafaggio per una lunga ed esile zampa nera. Si drizza e lo libera fuori del finestrino del nostro vagone ferroviario.

(Laila Wadia)

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Written by Ezio

13 ottobre 2009 a 17:24

Pubblicato su Senza Categoria

6 Risposte

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  1. Certo che codesti guaini devono odiarle proprio, le piante!

    salud

    Franco Senia

    14 ottobre 2009 at 11:58

  2. Anche no! Credo che rispettino pure quelle, ma qualche cosa dovranno pur mangiare… Non so se sono più pannelliani o gandhiani o la somma o una semplice centrifuga dei due: certo sono piuttosto originali, ma non così insoliti…
    buonavita

    Ezio

    14 ottobre 2009 at 12:21

  3. Qualcosa dovranno mangiare!!!??? e perché? ;-)
    Ad ogni modo, ricordo un urania (di cui mi sfugge il titolo) a firma brussolo, dove una sorta di setta si nutriva esclusivamente dei propri capelli. (!)
    Magari eran anche più …. originali …

    salud

    Franco Senia

    14 ottobre 2009 at 12:26

  4. Dei propri capelli!!! Erano passati tutti da cesare ragazzi, prima… In ogni caso, così facendo, avevano risolto “fino alla radice” e una volta per tutte il problema della fame. Chiamali scemi! :-)
    Direi che questa setta, oltre che “più originale”, sia anche assai insolita…
    buonavita

    Ezio

    14 ottobre 2009 at 12:39

  5. Serge Brussolo – Sonno di sangue

    Almoha è un mondo di carnevale, creato dai terrestri all’apice della loro isteria tecnologica
    e poi fuggito nel cosmo con tutte le sue creature così inclini alle mutazioni. Oggi, Almoha
    è retto da una dinastia di Macellai che regna su un impero di carne cruda strappata agli
    innocui Animali Montagna che si spostano misteriosamente lungo antiche piste. Accanto ai
    Macellai ci sono gli Autonomi, che si nutrono dei propri corpi, e i Nomadi, che vagano per
    le enormi distese di sabbia acida con le loro oasi pieghevoli. Ma un segreto bruscamente
    riscoperto minaccia l’intero pianeta e le sue rigide caste: in una tribù di Nomadi esiste un
    fanciullo, un mitico Shankra capace di controllare gli Animali Montagna con la forza della
    mente. E il giorno che questi leviatani del deserto decidessero di marciare verso le
    città-fortezze dei Macellai, chi o che cosa sarebbe in grado di sbarrare loro il passo?

    Franco Senia

    14 ottobre 2009 at 12:45

  6. Della stessa collana ricordo piacevolmente “Infinito”: Il futuro dell’uomo lungo un percorso temporale di milioni di anni dove l’umano passa di razza in razza – rischiando più volte l’estinzione – e di pianeta in pianeta grazie a cambiamenti selettivi-darwiniani e tecnologia, fino ad una apocalittica conclusione. Però lì non mi pare ci fossero sette ad abbreviarne il percorso.;-)
    buonavita

    Ezio

    14 ottobre 2009 at 16:22


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