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La battaglia di Querétaro

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ObregònNel 1915 Pancho Villa era al culmine della sua gloria di rivoluzionario, poi, sobillato da Obregòn e da altri emuli gelosi e invidiosi, cominciò il suo declino. Carranza, che nei due anni successivi scriverà la nuova costituzione messicana, comincia a diffidare di lui ed esita ad affidargli una spedizione su Zacatecas che – pensa – potrebbe dargli troppa autorità. Per cui lo manda ad occupare Santillo. Villa, giunto lì, come primo atto scaccia i preti e i gesuiti che hanno aiutato il governo degli usurpadores, e così facendo si crea nuove e fatali inimicizie. Carranza a questo punto affida la conquista di Zacatecas al generale Natera e ordina a Villa di rafforzare gli effettivi. Villa a questo punto rinuncia al comando. Carranza non ascolta i generali che gli chiedono di respingere questa sorta di dimissioni e i generali si ribellano riconfermando Villa, il quale, naturalmente e felicemente, guida la spedizione su Zacatecas. In quel periodo la guerra civile era ben più di una tragedia: sui tetti dei treni che trasportavano le truppe gli uomini di Pancho e le loro amanti – che qualcuno definì rustiche – soldaderas inneggiavano al capo; ma la popolazione era comunque stanca, sgomenta ed esasperata. Villa non era più salutato come il paladino dei poveri, ma soltanto come il grande e temutissimo condottiero che a Città Del Messico aveva fraternizzato persino coi superstiti amici di Porfirio Diaz. In quel periodo era tornato nel nord, nella sua Chihuahua, dove evidentemente si sentiva più sicuro dai nemici che si era fatto, tra cui Alvaro Obregòn, quello che la storia indica come il miglior generale alla corte di Carranza. Per Obregòn Villa non ha che parole di disprezzo e sfida. Il 1914, l’anno delle vittorie della convenzione, sembra finito da un millennio: il nuovo si annuncia grave di minacce oscure. Obregòn ha nelle mani Città Del Messico, e con odio e tenacia organizza i suoi battaglioni. Questi non sono composti da guerriglieri ma da “volontari” piegati ad una severa disciplina atta a riportare la pace nel loro infelice paese. Ed ora, indottrinati fiduciosi e ansiosi, sono pronti ad avviarsi verso il nord. Quegli scolaretti fuggiranno come cucarachas, come scarafaggi, davanti alle cariche dei nostri: non li lasceremo entrare nel nostro regno, andremo loro incontro, dice Villa. Infatti poco dopo partono treni verso il sud, nella calda primavera (ecco chi ha raccontato De André, mica Carlo Martello!) messicana risuonano canti di guerriglieri e soldaderas. Obregòn è fermo a Querétaro, dove nell’estate del 1867 fu fucilato Massimiliano D’Asburgo, e aspetta. Pancho sogna di mandare pure lui (Obregòn) lì (a Querétaro) davanti al plotone d’esecuzione. Poi inizia la battaglia, drammatica e feroce, con artiglieria pesante e cariche della cavalleria. Le truppe di Obregòn sono forti, non indietreggiano, mentre quelle di Villa cominciano a cedere, a sbandare, fino (a volte) ad abbandonare il campo. Pancho è furibondo, e i suoi incitamenti e il suo genio militare sembrano non bastare. Il 5 Giugno, durante uno scontro, l’annuncio della morte di Obregòn suscita l’entusiasmo sfrenato dei guerriglieri di Villa, che smettono poco dopo di agitare i cappelli alla smentita della notizia: Obregòn è ferito, ha perso il braccio destro ma continua a guidare la battaglia e non rinuncia neanche nei giorni successivi, guidando i controrivoluzionari verso nord. Poco tempo dopo, in novembre, ad Agua Pietra, Villa è battuto. Gli restano al fianco pochi avventurieri senza scrupoli, non più soldati; intanto Carranza S’insedia a Città Del Messico e incassa il benestare degli Stati Uniti. L’annuncio crea sconcerto e furore in Pancho, che aveva sempre pensato di essere ben visto dal governo statunitense, tanto da interpretarlo come un tradimento e da fargli giurare vendetta. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1916, i suoi uomini assaltano un treno a Sonora e uccidono anche una quindicina di tecnici minerari americani. Washington “protesta”, Carranza assicura che reprimerà il banditismo di Villa, Villa gioca d’anticipo e d’azzardo. Sa che se verrà catturato dagli americani o dai carranzisti verrà subito fucilato, per cui il 9 marzo, in pieno giorno, varca il confine con trecento uomini e mette a ferro e fuoco un grosso borgo: Columbus; ne devasta le case e distrugge la piccola guarnigione. L’ira americana porta a non credere più alle assicurazioni di Carranza per cui Washington manda un loro generale, Pershing, a catturare Villa vivo o morto, con al seguito aerei e carri armati. Villa aspetta l’esercito sconfinatore a sud per poi fuggire dall’inseguimento, lasciando gli americani alle prese con le truppe costituzionaliste che, nei pressi di Carrizal, li ricacciano indietro. Il risultato della battaglia sono dodici morti americani e più di venti feriti: la spedizione alla caccia di Villa è fallita.
Poco più tardi Pershing troverà onore in Francia, nella guerra che farà sanguinare l’Europa. Lì raccoglierà gli allori che non riuscì a raccogliere dando la caccia a quelli che avventatamente definì “pochi banditi messicani”.

Nella foto:
Obregòn senza il braccio destro, troncato sei mesi prima da una granata, durante la battaglia di Querétaro

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Written by Ezio

1 giugno 2009 a 23:03

Pubblicato su Senza Categoria

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