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Palabras en el viento

Cose che si raccontano a cena

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argentina_1978Metti una sera a cena, una cena non antica ma che comunque risale ad oltre un anno fa, a casa di un amico con tanti anni più dei miei, con un cognome veneto ma nato da tutt’altra parte del mondo: lui, sua moglie, suo genero, più “vecchio” di me di cinque anni. Zuppa alle verdure per tutti ma non per me che le verdure le mangio solo crude, riso al pesto per tutti ma penne al pesto per me che non mangio il riso, petti di pollo, tanti, e vino rosso, ancora tanto ma non troppo, ché il vino non è mai troppo. Storie, come quelle che si raccontano durante una cena, nient’altro. Non c’era un fuoco acceso, e neanche il televisore lo era.

Nel 1978 avevo diciassette anni e si andava concludendo un decennio di lotta che non avevo compreso appieno: qualche manifestazione di nascosto dai genitori, preso tra amici della figc e da altri di lotta continua, uno dei quali (un vero idiota) fece lo scherzo di mettere in una cabina telefonica situata davanti alla scuola un foglietto firmato dalle br che prometteva attentati dentro e fuori la scuola stessa, con l’idea evidente di qualche giorno di vacanza in più. Ci fu, in effetti, qualche giorno di vacanza, ma ci furono anche i carabinieri dentro la scuola. Il ricordo più vivido di quell’anno è una stanza d’ospedale dove una mattina mi recai a trovare una ragazza che, dopo sei anni, ebbe la sventura di diventare mia moglie. Ricordo che la feci ridere così tanto da farle quasi strappare i punti di sutura dopo un’operazione. L’idea libertaria cominciava a covare nella mia testa, ma la forma precisa la prese tre anni dopo. Era giugno e c’erano i mondiali di calcio in un paese lontano: mondiali di candeggina, li ribattezzai anni dopo. Bearzot portò una ventata di novità, da Cabrini a Rossi, ma il mio cuore calcistico è sempre stato per l’Olanda, squadra per la quale, ancora oggi, non riesco a non tifare perché la ritengo l’unica che per un certo periodo sia riuscita a giocare il calcio anziché al calcio. Johan Cruyff non partecipò per infortunio, scrissero i giornali, così come alcuni calciatori dell’Argentina. Balle, si rifiutarono di partecipare ad un mondiale di calcio giocato in un paese dove la dittatura militare di Videla fucilava i dissidenti lungo le strade e ne buttava altri dal portello degli aerei al largo dell’Oceano Atlantico.

Il genero del mio amico ha gli occhi lucidi, li ha da quando lo conosco e non sono mai riuscito a spiegarmi il perché: parla pochissimo, anche se in italiano si esprime più che bene. Ascolta per ore i discorsi degli altri senza proferire parola, a volte sembra disadattato, distratto, ma di fatto non lo è. Quella sera s’è cominciato a parlare di politica, della situazione che s’è vissuta in Argentina dal settantasei all’ottantadue, di come i mondiali di calcio furono una sorta di lenzuolo candido da sbattere sul grugno del mondo intero e di come l’Argentina li avesse vinti. L’importanza che Videla diede a quei mondiali fu così forte che, scrissero i giornali, le esecuzioni e le torture venivano sospese durante le partite.

Lui ha gli occhi che mi sembrano più lucidi del solito, e continua a bere e fumare e comincia a parlare, a raccontare quel periodo e quei momenti. E racconta che le urla che provenivano da dentro gli stadi coprivano il rumore delle esecuzioni, che nessuno aveva sospeso, neanche durante la finale, e racconta solo ciò che lì i suoi occhi hanno visto e le sue orecchie hanno sentito. E racconta per più di un’ora, tra il silenzio degli altri.

Il dolore fisico ora non c’è più, resta solo una sorta di angoscia che dev’essersi insinuata, insieme ad altro, fin dentro il midollo, e uno sgomento e delle lacrime mal celate che in quel momento – ho pensato – solo l’enorme quantità di rosso ingurgitato potevano aver causato.
Mi sbagliavo di molto, ma l’ho saputo solo qualche settimana dopo, come ho saputo dell’assoluta innocenza del vino, quella sera.

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Written by Ezio

16 maggio 2009 a 19:02

Pubblicato su Senza Categoria

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