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L’esercito dei sombreri bianchi

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Emiliano ZapataSe ancora oggi esiste (e resiste) in Messico un esercito di liberazione nazionale che porta il suo nome, si può dire che di tutte le zampe impresse sulla storia dai protagonisti della rivoluzione messicana quella di Zapata abbia lasciato l’impronta più profonda. Il condottiero del sud, anche lui meticcio come gran parte dei messicani che discendono da un miscuglio di sangue e DNA tra aztechi e spagnoli. Il conquistador, infatti, non era razzista, e nella sostanza non vedeva difficoltà ad intrecciare rapporti con le donne del luogo, tanto che il primo esempio lo aveva dato proprio Cortès intrecciando un rapporto amoroso con quella che in Messico fu una sorta di leggenda: Malinche, di sangue azteco. Lo scambio era ovviamente non su un piano paritario bensì coatto, nel senso di padrone e schiava o, per meglio dire, colonizzatore e colonizzata. Zapata nacque ad Ananecuilco, nel 1877, terzogenito di una famiglia di mezzosangue indio proprietaria di un fazzoletto di terra e un piccolo rancho lungo le sponde del Rio Ayala. Nel confronto con gli altri abitanti del villaggio gli Zapata non potevano dirsi dei veri e propri peones, infatti la loro, per quanto esigua, era una proprietà a tutti gli effetti, scampata non si sa come alle confische di Diaz. Il piccolo Emiliano (piccolo anche nel confronto fisico con Villa) ebbe la possibilità di frequentare per due anni le scuole elementari, e a differenza di Pancho imparò a leggere e scrivere in tenera età. Imparò dal fratello maggiore, Eufemio, un vero gigante rispetto a lui nonché donnaiolo incallito, a cavalcare e lanciare il lazo, nonché a sparare. Imparò in fretta, anche, che le terre più fertili e i campi migliori non erano dei contadini, e che le alte canne da zucchero erano difese da recinti e vigilate dai rurales: schifose guardie campestri assoldate dai grandi proprietari degli zuccherifici. Ciò che non riuscì a leggere nei due anni di scuola glielo insegnò la vita. Guardava con i piccoli occhi neri le frustate con cui venivano puniti i peon, e poi la fame spaventosa degli indios senza terra. Si mosse prima ancora che Madero lanciasse il suo appello alla rivoluzione. Era una persona taciturna, introversa, si esprimeva più con adagi che con discorsi lunghi ed aveva il culto dell’onestà. Capiva però che la storia del Messico non sarebbe cambiata se qualcuno non avesse preso per tempo l’iniziativa. E lui la prese. A ventotto anni guidò una delegazione di (ben) tre pueblos a Chapultepec, per mettere nelle mani di Diaz una petizione scritta in cui lamentava delle terre confiscate, a nome di tutti. Porfirio Diaz accoglie la delegazione di questi contadini fieri rispettosi e vestiti a festa, poveri ma con gli speroni in argento, in prima persona, e promette che giustizia verrà fatta purché si pazienti e si tracci una precisa mappa delle proprietà. Emiliano rientra e mobilita il villaggio; tutti a cavallo, sui campi, documenti alla mano, per fare un censimento e verificare le pietre di confine. Tutti si accodano (le promesse sono promesse… ): uomini, donne e persino bambini, con al seguito pure la banda musicale. Ma le feste in processione, si sa, richiamano spesso col loro rumore e calore attenzioni indesiderate. I rurales puntano verso quella sorta di corteo una mitragliatrice, ma (si dice che…. E qui leggenda e storia si mescolano) prima che l’arma cominci a sparare Zapata galoppi verso le guardie e col lazo gliela strappi via, scomparendo tra la polvere degli zoccoli e inseguito da qualche vana fucilata. Dopo di ciò fila a nascondersi nella Sierra Puebla e ci rimane per più di un anno, finché l’intervento di un aristocratico gli procura il perdono (siamo nel 1906) dell’autorità. Nei restanti quattro anni Zapata vive l’esperienza del cospiratore: di giorno lavora come contadino e di notte riunisce i compagni alla luce della luna e organizza un movimento clandestino in opposizione alla dittatura. La polizia (che di mestiere fa la pulizia) lo ha ormai schedato ma non immagina minimamente che durante le pittoresche feste paesane Emiliano tiene i contatti con altri gruppi rivoluzionari, passa le parole d’ordine, decide gli orari e i luoghi delle riunioni. Il motto che passa sottovoce, nel sud del Messico, è quello di Zapata: Tierra y libertad! Fu durante una di queste riunioni che i companeros gli portarono l’annuncio che i maderisti stavano preparandosi ad una insurrezione generale ma che molti di essi venivano scoperti di volta in volta e, appena presi, venivano portati davanti al plotone d’esecuzione. Zapata non dice una parola: ascolta. Morelos è troppo lontano dalle bande di Orozco e Villa, le forze in campo sono quel che sono, le uniche azioni che si possono compiere sono quelle di colpire dove il nemico è meno forte: presidi, piccole caserme, stazioni postali. Colpire e fuggire per colpire ancora in luoghi lontani. L’11 febbraio del del 1911 Zapata con una settantina di uomini assalta la città di Ayala; sono armati di machetes, qualche colt e una decina di carabine. È la prima vera battaglia, è la prima vera vittoria. Dopo appena un mese i guerriglieri che seguono Zapata sono più di settecento, armati coi mauser sottratti ai federali e in sella ai più bei cavalli del Messico. Eufemio è il cuore dell’esercito dei sombreri bianchi, Emiliano ne è la mente. Una mente lucida e geniale ma dominata da una sola idea: la terra ai contadini.

Zapata era completamente convinto che il Messico fosse ricco, ma per lui la ricchezza era sola la terra, nient’altro. Nei suoi pensieri non esisteva altro che la figura del peon, il quale altro non era che l’uomo della terra privato della terra, privato percui anche della possibilità di misurarsi con gli elementi. Privato di essere, privato di avere.

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Written by Ezio

7 maggio 2009 a 23:33

Pubblicato su Senza Categoria

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