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Il rivoluzionario borghese

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francisco-maderoL’uomo destinato a guidare la prima fase della rivoluzione messicana, nel 1910, si chiamava Francisco Indalecio Madero, discendente di una ricca famiglia creola di proprietari da piantagioni e di miniere nelle province settentrionali. Difficilmente, nella storia, il contrasto fra democrazia e dittatura è stato incarnato da persone tanto diverse nell’aspetto fisico: Madero era un ometto piccolo e magro, con la barba e i capelli ingrigiti molto precocemente, introverso, complicato nell’essenza di uomo e pieno di tic nervosi e con una voce stridula. Nel confronto con Diaz poteva benissimo apparire come un debole, e nella corporatura e nel carattere. Persona colta, aveva studiato all’Università della California e viaggiato in Europa mentre Diaz non s’era mai allontanato dal Messico. Aveva un’anima idealistica fino ad apparire una sorta di apostolo mentre Diaz somigliava ad un duro e crudo materialista. Progressista convinto e pieno di illusioni si era schierato dalla parte  dei poveri e dei lavoratori e, anzi, devolveva a questi una parte dei proventi delle sue proprietà derivati soprattutto dalle miniere d’argento. Era di fatto un borghese, anche se idealista-progressista, e voleva fare del Messico proprio un paese democratico e progressista. La sua era una lotta per la libertà politica e la legalità ma, anche e soprattutto, per un suffragio effettivo contro le politiche agrarie antipopolari e la dittatura, nonché contro la contraffazione della costituzione che la cricca porfirista da anni andava operando. Ovviamente non dovette fare grandi sforzi per avere l’appoggio degli intellettuali e dei borghesi progressisti, che, di fatto, desideravano la stessa politica. Un’azione del genere, però, muove anche le forze che si agitano dal basso, dal profondo della società: indios, contadini e braccianti senza uno straccio di metro quadro di terra per primi. Gli sfruttati. Qualcuno ha scritto che la rivoluzione Messicana era stata progettata dagli ideologi e realizzata dai banditi, e che dopo poco tempo era impossibile distinguere gli uni dagli altri; ma, come sempre, c’è da mettersi d’accordo sull’infamia del termine “banditi”. L’esercito rivoluzionario che Madero si trovò per le mani era sì composto da persone datesi alla macchia, peones sfuggiti alla frusta e fuorilegge per disperazione di cui ben pochi sapevano di più dell’ignobile fatto di essere poveri, ma proprio per questo pronti a vedere nella rivoluzione l’unica occasione di agire e l’unica possibilità di riscatto. John Reed, scrittore americano che seguì “dal vivo” il corso della rivoluzione, chiese per l’appunto ad un rivoluzionario perché combatteva e si sentì rispondere: “Beh, è meglio fare la guerra che lavorare e marcire nelle miniere!” “Poco lavoro molto dinero fave per tutti viva Madero” era lo slogan di quel periodo storico. Paradossalmente fu proprio Diaz ad incendiare le polveri alla viglia delle elezioni che dovevano determinare la sua settima elezione, probabilmente per accontentare la borghesia progressista che vedeva sicuramente meno pericolosa della possibile rivolta dei contadini, tanto da dichiarare ad un giornalista americano che non ci sarebbe stato niente di male se pure fosse sorto qualche partito d’opposizione. Diaz, nelle intenzioni, cercava anche di calmare una buona parte dell’opinione pubblica statunitense che in quel periodo era più che agitata contro lo strapotere delle compagnie petrolifere e i dittatori dell’America Latina, però ne ricevette l’effetto contrario. Infatti, poco dopo, Madero pubblica un opuscolo di grande successo dal titolo “La successione presidenziale” in cui si sostiene l’illegalità della rielezione di Porfirio diaz, tanto che al povero don Porfirio tocca riconoscere legali due nuovi partiti: uno guidato dal generale Reyes e l’altro, sicuramente più importante,  Partito Costituzionale Progressista, di Madero. A questo punto si può solo aggiungere che i dittatori nascono tutti passando dallo stesso buco, tanto che un mese dopo, alla vigilia delle elezioni, Diaz fa marcia indietro e con la forza datagli dal potere che occupa scioglie i due partiti d’opposizione e esilia Reyes e mette in galera Madero. Ovviamente le elezioni finiscono con un plebiscito per lui, un plebiscito che pochi giorni dopo gli fa commettere un errore fatale: troppo sicuro di sé libera Madero dal carcere, e questi subito ripara negli Stati Uniti, nel Texas, a San Antonio. Da qui l’ometto piccolo, magro e con la barba e i capelli ingrigiti precocemente lancia il piano di “San Luis  Potosì”, nel quale incita tutto il popolo messicano alla ribellione e fissa per il venti di novembre di quell’anno la data d’inizio della rivoluzione.  A novembre, in effetti, il paese è già in fiamme.

Nella foto:

Madero, al centro con il bastone, a spasso per le vie di San Antonio, nell’ottobre del 1910

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Written by Ezio

20 aprile 2009 a 17:56

Pubblicato su Senza Categoria

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