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Il Napoleone del Messico

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villa-trilloIn una tragica giornata di un fine settembre del 1894 un muchacho, che non aveva ancora compiuto 17 anni, vide sua madre in lacrime mentre allontanava, rimproverandolo, un signorotto che le aveva appena sedotto (stuprato) la figlia. Il ragazzo udì le urla e non ci pensò su un attimo: corse a prendere una pistola e la scaricò addosso al seduttore, poi riparò in montagna, nella Sierra de la Silla. Dopo poco tempo cadde nelle mani dei suoi inseguitori ma riuscì a fuggire da Juan de Rio poco prima di essere fucilato, per tornare nella Sierra a far la vita del bandito. Fino a quel momento il suo nome era stato Doroteo Arango, ma quando si decide di cambiare vita spesso si comincia dal nome, non tanto per nascondersi meglio bensì in segno di orgogliosa protesta. Suo padre era figlio naturale di un “rico”, un certo Jesus (mica un nome qualunque) Villa. Lui prese per sé il nome che suo nonno aveva negato a suo padre e divenne Francisco Villa; noi abbiamo l’abitudine di chiamare “checco” chi si chiama Francesco, i messicani, forse più fantasiosi, abbreviano in “pancho”. Per alcuni anni fece la vita da bandito, si macchiò di furti e omicidi ma le sue vittime erano sempre i “ricos”, i nemici dei poveri. Un giorno la sua banda ammazzò un povero vecchio che trasportava del pane non suo, per derubarlo, Villa si indignò e abbandonò la banda. Andò a vivere da solo, come se dovesse redimersi. Qualche anno dopo provò a rientrare nella legalità, trovando lavoro in una miniera. Nell’estate del 1910 si trasferì a Chihuahua e lì conobbe Gonzalez, uno dei più attivi rivoluzionari nella rivolta capeggiata da Madero. A Gonzalez piacque subito quel giovanotto robusto dai grossi baffi che dimostrava una quarantina d’anni in luogo dei ventitré effettivi e che aveva già un passato punto raccomandabile: gli parlò della rivoluzione e probabilmente ne percepì l’odio contro i ricchi e i tiranni e, insomma, lo conquistò alla causa di Madero. Il 20 novembre dello stesso anno Pancho è già nella Sierra Azul alla testa di quasi quattrocento uomini; due giorni prima era avvenuto il massacro dei Serdàn da parte delle truppe federali di Porfirio Diaz, l’inizio della rivoluzione de los pobres non poteva attendere oltre.
Villa era un messicano di radice india delle terre fredde: delinquere (nell’accezione comune del termine) era per lui un istinto, e la zampa sulla storia la mise passando dal ruolo di bandito a quello di generale. Completamente analfabeta imparò in fretta a leggere e scrivere appena saltata la barricata da delinquente a rivoluzionario, con un bisogno ancestrale di comunicare esclusivamente con la violenza con un mondo che solo la violenza accettava come forma di comunicazione.
Il “Napoleone del Messico” cadde vittima di un’imboscata a Parral, nel 1923, dopo che s’era ritirato a vita privata con Luz Corral, ultima sua compagna tra le tante avute. Ad aspettarlo, all’angolo di una strada, trovò dei sicari, quasi certamente scherani di Obregòn.

Nella foto:
I corpi di Villa e del suo autista Trillo subito dopo il massacro.

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Written by Ezio

3 aprile 2009 a 14:42

Pubblicato su Senza Categoria

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